Tra il Papa e Roma un amore dal sapore universale

Il Papa comincia da Ostia. Cinque incontri di seguito, tra febbraio e marzo, con le comunità parrocchiali. Nello stile del pontificato: ascolto, cordialità discreta e realismo nell’affrontare i problemi
February 14, 2026
Tra il Papa e Roma un amore dal sapore universale
Papa Leone XIV /Fotogramma
L’ultimo Papa romano è stato Pio XII. Dopo di lui abbiamo avuto due Papi lombardi, uno veneto, e quattro stranieri. L’ultimo Vicario romano fu il cardinale Luigi Traglia; ai giovani preti che chiedevano un consiglio sul loro apostolato nella capitale rispondeva in dialetto: «Sii buono, e nun te sbagli mai». Ma l’amore per la Città eterna ha contagiato tutti i Papi, anche quelli non romani. Il bresciano Paolo VI amava così tanto Roma che ne ebbe in simpatia pure la «sua parlata spiritosa e fragorosa». Quando visitò il Campidoglio, nel 1966, fece sue le fiere parole di San Paolo: «Civis Romanus sum, sono cittadino romano». Papa Leone, ai piedi del Campidoglio, il 25 maggio 2025, ha utilizzato un’espressione simile, ma parafrasando il suo Agostino: «Oggi posso dire che per voi e con voi sono romano!».
Il legame dei Papi con la comunità fondata dagli apostoli Pietro e Paolo non è un accessorio: è costitutivo della loro missione. A volte lo si dimentica ma un Papa è tale in quanto vescovo di Roma, non viceversa. Pastore della Chiesa universale perché pastore della Chiesa di Roma. Per questo motivo i Papi sentono come un proprio dovere la cura pastorale della diocesi, cominciando con la visita alle parrocchie. Nei suoi ventisette anni di pontificato Karol Wojtyla ne ha visitate 317, quasi tutte. Joseph Ratzinger quattordici. Jorge Mario Bergoglio venti, tutte in periferia. Ora tocca a Robert Prevost, il primo Papa americano della storia. Inizia le sue visite domenica 15 febbraio, a Ostia, nove mesi dopo l’elezione. I suoi predecessori erano stati più lesti: Giovanni Paolo II e Francesco visitarono la loro prima parrocchia due mesi dopo la fumata bianca, Benedetto XVI otto mesi dopo. Ma Leone XIV ne visiterà cinque di seguito, tra febbraio e marzo, durante la Quaresima e se manterrà questo ritmo sopravanzerà presto gli ultimi due predecessori.
Sicuramente le visite di papa Prevost si distingueranno per l’ascolto, la cordialità discreta, il realismo nell’affrontare i problemi: è lo stile del suo pontificato. E i problemi non mancano, nella diocesi del Papa, specialmente dopo le tensioni che negli ultimi anni hanno tormentato il Vicariato. Ma Leone è un Papa missionario e non sembra amare i ripiegamenti autoreferenziali. Anche nella Città eterna i cattolici praticanti sono da tempo una ristretta minoranza. Francesco forse scandalizzò qualche benpensante definendo Roma “terra di missione”; termini che anticamente indicavano solo i territori lontani, sprovvisti di chiese, in Asia e in Africa. Nel suo primo incontro con i rappresentanti della diocesi il Papa gesuita attualizzò in modo efficace la parabola del buon Pastore che, tornato all’ovile, si accorge della pecorella mancante e lascia le altre 99 nel recinto per andare a cercarla: «Ma, fratelli e sorelle – commentò a braccio Francesco - oggi ne abbiamo una nel recinto; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire, dobbiamo andare da loro!». Non pensava a un proselitismo ansioso e fallimentare; la Chiesa cresce per “attrazione” amava ripetere, con Benedetto XVI. Ma l’attrazione è opera di Dio, non esito di piani pastorali studiati a tavolino. L’autorità può solo mostrare ai fedeli ciò che di bello la Grazia suscita nel popolo di Dio. Per questo motivo papa Leone incontrando il clero romano, il 12 giugno 2015, non si è limitato agli enunciati ma ha indicato tre esempi di sacerdoti italiani di frontiera: don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani e, a Roma, don Luigi Di Liegro.

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