Maternità surrogata, «sempre un disvalore»: se ne esce solo con un’alleanza internazionale

di è vita
Diritto, etica, scienza: non c’è una sola ragione per avallare il commercio attorno alla vita umana. Eppure il mercato mondiale cresce. Ma c’è un modo per fermarlo
April 13, 2026
Maternità surrogata, «sempre un disvalore»: se ne esce solo con un’alleanza internazionale
L’Università Europea di Roma, insieme al Centro Studi Rosario Livatino, ha organizzato un incontro di studi sul tema della maternità surrogata tra giuristi italiani e giuristi polacchi. Dall’incontro è emersa la necessità di un’azione coordinata tra gli Stati a livello internazionale per rendere efficaci i divieti nazionali relativi all’utero in affitto.
Filippo Vari, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Europea, ha introdotto l’incontro evidenziando come la surrogazione di maternità dimostra i rischi di reificazione che le tecniche di procreazione assistita comportano, in contrasto con la dignità della persona.
Il professor Woytjczec, già giudice della Corte Europea dei diritti dell’uomo e professore nell’Università Jagellonica di Cracovia, ha chiarito che per la Corte di Strasburgo non c’è un obbligo di legalizzare la maternità surrogata e, anzi, è possibile vietarla. Inoltre, le posizioni dei committenti sono subordinate al superiore interesse del minore, che può portare anche a un rifiuto dello status genitoriale nei confronti dei genitori intenzionali.
La professoressa Daniela Bianchini ha ricordato gli «effetti negativi del mancato rispetto del principio di precauzione e quindi dei limiti posti dalla natura e dalla ragione» che derivano dalla surrogazione.
Il cosiddetto turismo procreativo è stato stigmatizzato da Malgorzata Manowska, primo Presidente della Corte Suprema della Repubblica di Polonia, la quale ha tenuto a sottolineare che «si ritiene universalmente immorale trattare un bambino come un “oggetto di un’ordinazione”, e il processo di nascita come un servizio”».
Emanuele Bilotti, ordinario di Diritto privato all’Università Europea, ha richiamato l’importanza di una collaborazione tra i Paesi proibizionisti anche nelle sedi internazionali al fine di superare il dogma secondo cui la tutela dei nati da maternità surrogata può realizzarsi solo garantendo la continuità dello status di filiazione già accertato all’estero. Come ha insegnato la Suprema Corte, la soluzione deve piuttosto essere trovata secondo una logica rimediale: subordinando la formalizzazione del rapporto con il committente privo di legame biologico a un accertamento giudiziale concreto di conformità col superiore interesse del bambino avente a oggetto l’idoneità dell’adulto ad assumere un ruolo genitoriale. Per Bilotti la soluzione rimediale deve essere realmente tale; e non è tale un accertamento volontario subordinato ad autorizzazione giudiziale (come avviene per i figli incestuosi). In particolare, l’inadeguatezza strutturale della soluzione adottiva, evidenziata di recente anche dalla Corte costituzionale, può essere superata anche in via interpretativa estendendo ai nati da madre surrogata la soluzione originariamente pensata per i figli non riconoscibili, e cioè riconoscendo a essi tutti i diritti patrimoniali del figlio nei confronti del committente privo di legame biologico.
Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità, ha utilizzato il termine “utero in affitto” per ribadire, da un lato, l’importanza del lessico e, dall’altro, per sottolineare come è organizzato il sistema transnazionale della surrogazione: quando si parla di dimensione altruistica della surrogazione si dice qualcosa di non vero, perché è proprio l’organizzazione della stessa che si fonda sul passaggio di denaro e la genitorialità avviene per contratto, con un enorme cambiamento antropologico. Per il ministro occorre andare alla radice del problema, con una coalizione di volenterosi che pongano dei paletti per evitare i danni che possono derivare dalla pratica della surrogazione.
Luisa De Renzis, sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, ha messo in luce come «dall’esame analitico delle clausole contrattuali si evince il disvalore della pratica, anche nella sua versione oblativa, perché le intese sono espressione della volontà di considerare il nato come un prodotto da inserire all’interno di una filiera commerciale». In sostanza, nella maternità surrogata «la donna viene considerata un contenitore con la realizzazione di quella profonda disarmonia tra le relazioni umane».

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