«E' ora di dircelo: essere irrilevanti è una fortuna»
La riflessione di un sacerdote sulla perdita di presa ecclesiale. Quando non si riesce più a trasmettere il “fuoco” alle nuove generazioni, gli adulti sono distanti e la catechesi è inefficace si impone una svolta. Da leggere come occasione di libertà

Per onorare la responsabilità che come credenti ci compete, quella di tenere acceso a disposizione di chiunque il fuoco di amore e di misericordia che Gesù è venuto a gettare sulla terra, ci serve tutta la sincerità di cui siamo capaci per dirci quello che è ora di dirci. Questa Chiesa così com’è, almeno in Occidente, quel fuoco, non riesce più a trasmetterlo alle generazioni che ora vengono al mondo. Di più, forse è il momento di riconoscere che non esiste al mondo “fabbrica di ateismo” più efficiente di ciò che ci ostiniamo a chiamare “catechismo per la Prima Comunione”. Altro che scuole di partito, altro che libri di scienziati e matematici più o meno miscredenti! Qui, grazie a questi incontri di catechesi, piccoli atei e piccole atee si formano a miriadi e sotto i nostri occhi e con il nostro beneplacito! Ma non c’è solo questo da dirci oggi, dopo che la grande onda della sinodalità sulla sinodalità sembra sia giunta ad un punto di meritato risposo, avendo mostrato le sue reali e non risolutive misure e risorse; e dopo che il Giubileo ci ha dato un’altra illusione che ancora tanta gente in Chiesa ci va… e ci va, infatti, per farsi un selfie con il piede piallato di San Pietro sullo sfondo!
La Chiesa così com’è, almeno in Occidente, non ha più fuoco dentro di sé. Semplicemente non attira, non attrae, non illumina, non riscalda, non trasfigura. In una parola: non interessa. Nessuno o quasi si aspetta più nulla da lei. È semplicemente irrilevante. Ed è irrilevante, perché continua a parlare di quel fuoco che è l’amore di Dio rivelato da Gesù in un modo che non potrà mai e poi mai toccare il cuore di chi, quel parlare, ascolta. E qui sono gli adulti e le adulte che ci chiamano in causa. Loro che sono i grandi lontani dall’esperienza del credere cristiano. Quella fede che avevano pure accolto nel tempo della loro infanzia e fanciullezza è scivolata via, senza rumore, senza clamore, perduta come una chiave che si dimentica per non venire più semplicemente utilizzata. Ma se è vero, ed è vero, che è proprio per gli adulti e le adulte che è diventato irrilevante la parola della Chiesa, e tramite questa quella del Vangelo, lo vogliamo capire o no che “il cristianesimo domestico” è entrato definitivamente in crisi e che sulla trasmissione generazionale della fede è calato il sipario?
Eppure, sento già chi lo sussurra in ultima fila, le nostre Messe non sperimentano il vuoto. C’è ancora tanta gente. Certo: tante nonne e tanti nonni. Settantenni attivi, disposti pure a servire all’altare! Ma oltre all’interesse primario nella partecipazione alla vita della Chiesa con l’esercizio della fede, la mia impressione è che per loro ci sia anche quello di andare in parrocchia o di frequentare questo o quel movimento ecclesiale per essere parte e contribuire alle centinaia di attività di volontariato che ogni Caritas parrocchiale e anche le associazioni e i movimenti cattolici mettono all’opera. Senza dimenticare ovviamente l’irresistibile tentazione di far parte del coro parrocchiale! Vista la cosa così, in controluce, in verità, prende forma una sorta di “sostegno”, rivolto a coloro che danno sostegno alle benemerite attività ecclesiali: il sostegno di potersi sentire ancora utili, attivi, produttivi.
«Ma non ci sono pure i ricomincianti?», qualcuno sussurra dalla penultima fila. Si parla di grandi cifre, di strabilianti celebrazioni pasquali con centinaia se non migliaia di adulti o giovani adulti che si accostano per la prima volta o si riaccostano, dopo tanto tempo, a Dio, a Gesù, al Vangelo, alla fede. È un fenomeno nuovo che merita ancora tempo per una completa decifrazione. Resta vero, in ogni caso, che questi “lontani” che ricominciano sono in tanti casi provenienti o originari da terre che non hanno neppure lontanamente avvertito l’eco di quel vento che si chiama “cambiamento d’epoca”. Ed ecco il punto.
Non ci aveva qualcuno già detto che ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi non è semplicemente un mondo che cambia o un’altra epoca di cambiamenti quanto piuttosto un cambiamento d’epoca, un mondo già radicalmente cambiato al quale ci tocca annunciare la gioia del Vangelo? E non ci aveva pure detto che, per annunciare a questo mondo cambiato quella gioia, c’era da trasformare tutto ciò che c’era da trasformare nella pastorale ereditata e nelle relative strutture e che alla fine dei conti c’era tutto da trasformare in quella pastorale e in quelle strutture? Ma andiamo avanti e chiediamoci: di cosa vive una Chiesa, quando non tiene acceso a disposizione di chiunque quel fuoco che Gesù ha acceso? Quel che succede è semplice a dire: le nostre comunità e tanti nostri movimenti vivono stancamente, tristemente, in una condizione di semi depressione, in una infinita quaresima, afflitti da quel terribile morbo che già Nietzsche definiva come “monotonoteismo”. Resta qui e lì qualche guru cattolico che ancora attira. Ma a sé. Non alla Chiesa.
Lo so da me: non è facile sopravvivere nella Chiesa mentre la Chiesa vive questa stagione dell’irrilevanza. Ferisce, dispiace, ci provoca risentimento, si cercano di continuo argomenti di distrazione di massa (cosa ci inventeremo ora che abbiamo percorso ogni cammino e ogni strada della sinodalità?), ci si sfida a colpi di latinorum, si ruba infine a mani basse personale ecclesiastico alle Chiese più giovani, si disperdono energie in post e commenti ai post su blog variamente allestiti. Non è proprio una bella fine! E invece iniziassimo a vedere e a vivere diversamente la stagione dell’irrilevanza che ora tocca alla Chiesa che opera a stento nell’Occidente? Proprio la mia esperienza personale mi ha consegnato la considerazione per la quale, quando si diventa irrilevanti, si acquista una speciale forma di libertà. La libertà di poter non solo pensare secondo la propria testa ma anche dire pubblicamente e di agire conseguentemente a ciò che uno ha avuto la libertà di pensare secondo la propria testa. Insomma, quando si è irrilevanti, si accede alla libertà di poter deludere e al coraggio di accettare anche con umiltà e docilità le trasformazioni che la vita ci chiede, in ragione stessa della sua vivibilità.
E sono, proprio, questa libertà e questo coraggio che ci servono come credenti: la libertà di poter pensare al cristianesimo del futuro secondo quella che è la ragione stessa del suo essere al mondo: ovvero in ragione del suo impegno costante a creare le condizioni affinché gli uomini e le donne di questo tempo possano incontrarsi con Gesù ed essere condotti a riconoscere in lui le istruzioni infallibili per una vita umana degna del nostro desiderio! E ci servono il coraggio e l’umiltà di accettare che alla Chiesa servono trasformazioni strutturali enormi, in modo particolare a livello di parrocchia. Si tratta di trasformazioni che vanno dalla ristrutturazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana (è tempo di dare vita a un catechismo per i genitori che chiedono il catechismo per i propri figli) a una rinnovata diminuzione e distribuzione delle parrocchie e delle diocesi, da un deciso investimento circa l’educazione del sentimento religioso della popolazione adulta sino a una radicale pulizia della festa della domenica. E ancora di più si tratta di spostare la proposta della fede cristiana dall’asse della consolazione a quello dell’umanizzazione, dall’asse del lutto a quello della gioia di dare gioia, dall’asse del sacrificio per il sacrificio a quello di un amore che sa vedere e compromettersi, dall’asse dell’attesa paziente nella valle di lacrime a quello dell’abitazione di mondo incredibilmente sovrabbondante, dall’asse di una morale spesso fondata sui sensi di colpa all’asse di un orientamento etico in grado di contenere con umiltà e mitezza gli eccessi di libertà, possibilità e godimento oggi oggettivamente a disposizione del cittadino medio occidentale.
Insomma, quel che ci tocca è il compito di dare vita ad un modo diverso di vivere e di proporre la fede in Gesù e nel suo Vangelo capace di toccare il cuore degli uomini e delle donne di oggi. Ed è proprio qui che si illumina la fortuna dell’essere irrilevanti. Oggi che nessuno si aspetta quasi più nulla dalla Chiesa, è la Chiesa che non aspetta più per cambiare e tornare ad essere quel che semplicemente deve essere: luogo in cui chiunque possa incontrarsi e innamorarsi di Gesù e del suo Vangelo.
«La fortuna di essere irrilevanti - Trasformazioni strutturali di una Chiesa dalla quale nessuno o quasi si aspetta più nulla» (Edizioni San Paolo, pp. 176, euro 18) è il titolo del nuovo libro di don Armando Matteo dedicato al rischio attuale dell’irrilevanza del cristianesimo. Un contesto che può essere l’occasione per mettere mano e cuore a quelle trasformazioni strutturali che possono rivelarsi necessarie. Dal ripensamento dei sacramenti dell’iniziazione cristiana all’abbandono della pastorale della consolazione.

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