L'autodocufilm su Corona, stanziamenti indegni e figuracce da evitare
Se un film vale o no dal punto di vista culturale non potrà dimostrarlo in modo oggettivo e inequivocabile nessun algoritmo, nessun bando, nessuna commissione. Cercare nuove forme di sostegno della Repubblica alla produzione culturale è un dovere

Non ci sarebbe bisogno di polemiche come quelle per lo stanziamento di 800.000 euro pubblici (cioè nostri) a un colosso come Netflix, produttore di un autodocufilm su tal Corona, per capire che qualcosa non va nel rapporto tra finanziamento pubblico e “cultura”. Da mesi mi batto per la “destatalizzazione” della cultura. Che non significa “privatizzazione” ma liberazione. Già nei mesi e anni scorsi polemiche simili si sono sollevate e hanno nel tempo coinvolto governi di qualsiasi colore. Al di là delle responsabilità di dirigenti, di chi scrive i regolamenti, di chi è nelle commissioni, su su fino a quelle del Ministro di turno, sarebbe ora di cambiare radicalmente.
La cultura, specie nei suoi aspetti di produzione, diversamente dalla conservazione, è sottomessa a leggi di discrezione e a necessaria assunzione di responsabilità. Se un film vale o no dal punto di vista culturale non potrà dimostrarlo in modo oggettivo e inequivocabile nessun algoritmo, nessun bando, nessuna commissione. E per fortuna, perché in tale discutibilità si manifesta la libertà. A mio avviso l’errore di fondo sta nella limitata interpretazione di parole con cui un principio sacrosanto è sancito dall’art 9 della nostra Costituzione. Se si fraintendono le parole ci si caccia nei guai. «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica». La traduzione di tale principio è stata “viziata” nel tempo da una riduzione della nozione di Repubblica al novero dei suoi Organi, ovvero gli enti che ne costituiscono l’organizzazione, mentre il principio e l’attore fondamentale del potere della Repubblica, che è “fondata sul lavoro” e non sulle burocrazie, risiede nel “popolo sovrano”.
E se da un lato compiti di tutela e conservazione necessitano di risorse e organizzazioni centrali, dall’altra è chiaro che disporre dal centro di organi statuali, pur nelle articolazioni periferiche, il sostegno a produzione e promozione culturale, diviene farraginoso e preda di logiche sfuggenti. E occasione di polemiche e di scandalo mostruosi. Fingendo un criterio “oggettivo” di valutazione sotto la maschera inespressiva dello Stato, si incorre, nel migliore dei casi, alla farraginosità, nel peggiore ai soprusi. È indegno che Netflix riceva 800.000 euro mentre tanti giovani italiani non hanno chances di operare nella cultura perché viene sempre detto loro che “per la cultura non ci sono soldi”. Cambiare, presto. Mi pare che il ministro Giuli e il sottosegretario Mazzi in questi mesi abbiano provato qualche passo, affrontando aperte ostilità. Ma è l’ora del coraggio. O della inutilità. Davvero pensiamo che se lo Stato finanzia tutta la cultura sia garantita una presunta libertà? Davvero non ci si fida dei cittadini, del loro desiderio di libertà e di pluralismo? Una completa delega allo Stato del sostegno alla cultura è follia. Chi vuole Corona, se lo paghi. Non in mio nome. Mi aspetto che l’attivo intergruppo sulla Sussidiarità trasversale a varie forze in Parlamento si occupi anche di cultura. Siamo in Italia.
La Repubblica, fondandosi sul lavoro, deve sostenere la produzione e la promozione culturale, fidandosi, appunto, del lavoro dei cittadini. E consentire ai lavoratori di sostenere le attività culturali mediante libere scelte, attuate attraverso i contributi fiscali, (non solo i tax credit, ma direttamente). Come già avviene per molte attività di carattere sociale, con il 5x1000. Cercare nuove forme di sostegno della Repubblica alla produzione culturale è un dovere, viste anche le mutate condizioni di trasmissione dei saperi. E per evitare figuracce.
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