La legge elettorale e il rischio di una democrazia senza popolo
Negli anni sembra essere stata sottratta ai cittadini la scelta della classe dirigente, indebolendo Parlamento, partiti e partecipazione democratica. Una via per rimediare

C’è una convinzione tanto diffusa quanto sbagliata che considera la legge elettorale una materia fumosa da lasciare agli addetti ai lavori, perché, come si dice, «non mette il piatto a tavola». Ma se ad accreditarla sono gli addetti ai lavori stessi viene il sospetto di una mistificazione interessata, dal momento che i leader di partito, dall’introduzione dei listini “bloccati”, sono in grado di coronare l’aspirazione di “Incitata”, il cavallo di Caligola, che l’imperatore avrebbe voluto senatore. Perché con la scusa del rischio preferenze “inquinate” – problema serio, certo – si è arrivati a togliere al cittadino-elettore, con il consenso un po’ di tutti, il potere di selezionare la classe dirigente, fino a ridurre il Parlamento a una sorta di consiglio di amministrazione alle dirette dipendenze dei leader. Una grave lacuna della nostra Costituzione è la mancata previsione di un vincolo di democraticità interna dei partiti stessi. La propose il grande costituzionalista cattolico Costantino Mortati, ma fu bocciata da Togliatti per non dover dar conto del sistema interno del “centralismo democratico” praticato dal partito comunista. Mai come oggi, però, ci accorgiamo di quanto sarebbe servito un vincolo del genere.
Il tema della legge elettorale è riaffiorato nella conferenza stampa della presidente del Consiglio, ed è apprezzabile l’offerta fatta alle opposizioni di procedere con metodo condiviso. Ma questa mano tesa non rimuove l’errore di prospettiva con cui il dibattito è partito. Il tema di partenza è stato – e resta – quello di garantire all’esecutivo una maggioranza chiara nelle due Camere, laddove, soprattutto in una democrazia parlamentare, il discorso si dovrebbe fare a parti invertite. Si tratterebbe cioè di ripristinare, semmai, da parte delle Camere – visto che dell’elezione del Parlamento si tratta – il potere di vigilare sull’esecutivo e non viceversa. Si sostiene però che una legge elettorale in grado di fornire una maggioranza chiara in entrambe le Camere servirebbe proprio a garanzia del cittadino-elettore. E la premier ha aggiunto che sarebbe interesse delle opposizioni, anche più che della maggioranza, una norma che garantisca un vincitore chiaro a scrutino appena concluso. Gli incontri di Atreju hanno dimostrato plasticamente quanto siano lontane le opposizioni dal riuscire a parlare a una voce sola, ma le leggi elettorali hanno spesso dato luogo a una eterogenesi dei fini, essendo accaduto spesso che un sistema concepito su misura per uno schieramento finisca per avvantaggiare l’altro. In pratica – credo che questo volesse sostenere Meloni – una opposizione che fatica a trovare un’unità di intenti potrebbe ricevere proprio dalla legge elettorale un impulso forte a ricercarla.
Ma se anche maggioranza e opposizione si mettessero d’accordo resterebbe inevaso il “piccolo” problema costituito dal fatto che l’attuale bipolarismo “guerreggiato” appassiona i cittadini sempre meno e sempre in numero minore. «Una democrazia senza popolo sarebbe una democrazia di fantasmi», ha avvertito Mattarella, tornato sul tema per gli auguri di Natale alle alte cariche: «Una democrazia di astenuti, di assenti, di rassegnati è una democrazia più fragile e a subirne danno sono i cittadini». Ma purtroppo l’astensionismo viene trattato come «una sorta di problema del giorno prima, come se, dopo, a contare fosse soltanto chi ha vinto e chi ha perso». Ma «quando la maggioranza assoluta degli elettori sceglie di non votare – ha avvertito ancora Mattarella – la politica rischia di esaurirsi nella autoreferenzialità. Soprattutto – ha aggiunto – dovremmo riflettere sulle ragioni che inducono gli elettori più giovani a disertare le urne».
Non basta allora stabilire chi ha vinto la partita se gli spettatori sono sempre meno e sempre meno interessati. La priorità dovrebbe essere restituire all’elettore la selezione della classe dirigente, ma al momento, mentre si dà per acquisita la cancellazione dei collegi uninominali del Senato (osteggiati per la loro “incontrollabilità”) che una certa selezione sono in grado di crearla, l’idea di ripristinare le preferenze resta sullo sfondo, fra le varie ed eventuali. Mentre l’obiettivo, quasi un’ossessione, è sempre lo stesso: garantire una maggioranza chiara all’esecutivo “dettato” dalle urne. Si ipotizzano soglie molto basse intorno al 40% per ottenere il premio di maggioranza, trascurando che con questi livelli di partecipazione significherebbe garantire all’esecutivo il controllo del Parlamento in forza di una minoranza della minoranza degli elettori recatasi alle urne. Si dice che questo sistema funziona bene a livello locale. C’è una piccola differenza però: un presidente di Regione che “controlla” la sua maggioranza consiliare se si affeziona al suo ruolo dopo due mandati non ha gli strumenti legislativi, lo abbiamo visto, per imporre al Consiglio una sua riconferma, mentre un premier che avesse in pugno il Parlamento potrebbe chiedere al potere legislativo ogni cosa. Persino negli Stati Uniti, dove l’elezione diretta conferisce poteri enormi al presidente, siamo abituati al rischio che questi corre di non vedersi riconosciuta la maggioranza in una delle due Camere.
Ma preoccupa soprattutto la illusoria tendenza ormai invalsa nel nostro Paese di fare le riforme attraverso la legge elettorale, con procedura ordinaria, per aggirare la saggia prescrizione del Costituente che impone alle modifiche costituzionali tempi più lunghi e maggioranze più ampie. L’idea un po’ bizzarra di mettere il nome del candidato/a premier sulla scheda dopo i primi entusiasmi incontra obiezioni, nella stessa maggioranza, e fa i conti con fondati timori di una censura di incostituzionalità cui si esporrebbe. La stabilità, certo, è un valore in sé, ma non si può tacere il fatto che quando i governi erano meno stabili, ma la politica usava altri toni, la partecipazione era circa il doppio dell’attuale. E comunque la stabilità, in una democrazia parlamentare, non dovrebbe essere legata alla figura del leader di coalizione. Rinunciando a introdurre una sorta di premierato di fatto, mettendo gli elettori di fronte al fatto compiuto con il nome sulla scheda, andrebbe ripresa in considerazione invece la proposta di Roberto Ruffili. Da giurista formatosi alla Cattolica che ha pagato con la vita per il suo riformismo, facendosi carico, in piena sintonia con la Costituzione, dell’oggettiva esigenza di rafforzare l’esecutivo, teorizzò un vincolo di coalizione per creare una sana competizione elettorale, scevra dai personalismi. Una legge elettorale che volesse rafforzare l’esecutivo senza stravolgere la Costituzione dovrebbe ripartire da lì.
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