Il segnale di Oslo al mondo intero
di Fabio Carminati
La scelta di Navi Pillay restituisce al Comitato per il Nobel la sua anima più profonda. Nello stesso tempo è un messaggio che rilancia il multilateralismo in crisi, rimettendo al centro il valore del diritto internazionale e delle istituzioni chiamate a garantirlo

Dopo aver scovato per anni nei cassetti le candidature più innocue e meno politicamente scorrette, il Comitato di Oslo ha restituito quest’anno al Premio Nobel per la pace la sua anima più profonda di coraggio e dignità. Nel 2025 aveva toccato uno dei punti più bassi della sua storia, laureando a simbolo della pace in Venezuela María Corina Machado. Che, poche settimane dopo aver ritirato il premio, si era precipitata da Donald Trump per omaggiarlo della medaglia come il Libertador (andandosene peraltro con l’umiliazione pubblica di non essere nemmeno ricevuta). Anche per questo tutti, chiaramente, hanno subito prefigurato il muro simbolico eretto tra la nuova eletta e chi l’ha preceduta, in una semplice battuta folgorante: «Se applaudite un po’ più forte, forse dividerò il premio con Trump».
Questa, per tutta la vita è stata la schiettezza della 85enne Navanethem “Navi” Pillay, vincitrice del Nobel per la Pace 2026. La “diplomazia inversa” le è costata forti critiche, nonostante la sua biografia parli con chiarezza. Parla di una donna tamil, partita dalla provincia sudafricana del Natal dove i boeri fondarono la loro repubblica e dove l’apartheid mordeva forte i neri e le minoranze, e poi arrivata ai vertici delle Nazioni Unite. Gli attacchi contro Navi Pillay continueranno, soprattutto perché la scelta di premiarla è già stata vista come un’entrata a gamba tesa nella campagna elettorale in Israele.
La Commissione internazionale indipendente delle Nazioni Unite da lei guidata, poco più di un anno fa, ha usato per la prima volta la parola “genocidio” contro il popolo palestinese a Gaza. Scatenando le ire, allora come ora, del premier e candidato per il voto di fine mese, Benjamin Netanyahu. Un documento che, nelle parole e nei fatti, il capo del Likud ha sempre coniugato come assedio all’intero popolo ebraico e che (anche in passato) a livello di consensi è stato più deleterio per gli oppositori che per l’uomo politico in bilico politicamente e per i conti in sospeso con la giustizia interna al suo Paese. Perché la storia insegna che la sensazione di essere accerchiati alla fine premia sempre gli estremi, mai la moderazione.
«L’ultima cosa che ho fatto è stata il rapporto su Gaza, in cui definisco ciò che sta accadendo lì come un genocidio. Una delle reazioni principali a quel rapporto è stata quella di rendermi omaggio per il mio coraggio. E potete immaginare quanto fossi sorpresa. Perché ci vorrebbe coraggio per dire la verità?», si è schernita ieri Navi Pillay.
Il documento su Gaza del settembre 2025, il più duro mai pubblicato dall’Onu, ha aperto però la strada anche alla denuncia alla Corte penale internazionale del premier del Likud, denuncia mai concretizzata nei confronti del “ricercato”. Per questo la designazione dell’ingombrante figura di Navi Pillay assume adesso anche un duplice ruolo, una sorta di auspicio che si può leggere nella scelta dei rappresentanti norvegesi: tentare di rafforzare due figure del diritto internazionale mai come ora in profonda crisi. Le Nazioni Unite, che a fine anno dovranno eleggere un nuovo segretario generale in sostituzione di António Guterres ma che vivono la crisi più grande dalla loro fondazione con la morte dichiarata del multilateralismo, e la Corte penale internazionale sempre più impotente e sotto il tiro incrociato anche della Russia del contumace Putin e dell’America di Trump.
Basterà un Nobel?
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