Il Giubileo: proprio ora si comincia
Il segreto di un Anno Santo dal passo prevalentemente interiore ci si svela nell’ultimo giorno. La solenne scena del Papa che chiude i battenti di San Pietro spinge a chiederci se abbiamo accettato anche noi di affrontare un viaggio. «Siamo vite in cammino»

Tutto si può dire di una porta che in un anno lascia entrare 33 milioni di persone salvo che sia stretta. C’è da chiedersi, allora, se la soglia del Giubileo chiusa da Leone XIV sia esigente “a norma di Vangelo” oppure abbia lasciato entrare praticamente chiunque, come “porta di salvezza”. Concetti, a ben vedere, tutt’altro che opposti. Educati ai paradossi del cristianesimo, questa Porta Santa assai più accogliente che angusta sappiamo infatti di doverla misurare con un metro diverso da quello del mondo. La strettoia non può sbarrare il passo alla misericordia, è piuttosto nella decisione di affrontare un viaggio interiore sapendolo facile solo in apparenza: se preso sul serio, come la Chiesa ci ha proposto di fare per un anno intero, in realtà è esigentissimo. Perché – sono parole dalla splendida omelia di Leone XIV per l’Epifania, leggere per credere – quando decidiamo di mettere la nostra vita quotidiana in movimento «nulla rimane come prima» e «nulla può restare fermo», poiché «finisce un certo tipo di tranquillità» e «inizia qualcosa da cui dipendono il presente e il futuro». È stato così, per noi?
Il segreto di un Anno Santo dal passo prevalentemente interiore ci si svela – se ancora non l’avevamo scoperto – proprio nell’ultimo giorno. A spiegarcelo ci volevano i Magi, con il loro viaggio guidato dal desiderio di scoprire una meta come nessun’altra, attratti da una luce che promette gioia. Nessuna ambizione pubblica nel loro andare: semplicemente, la ricerca di tutta un’altra vita. La solenne scena del Papa che chiude i battenti di San Pietro spinge allora a chiederci se abbiamo accettato anche noi di affrontare un viaggio, di lasciare quelle quattro sicurezze che ci sembrano sufficienti a vivere, per varcare una soglia che si fa strettissima quando a guidare la decisione di muoversi è una ricerca sincera, inesauribile, che ha l’ambizione di cambiarci lo sguardo. «Siamo vite in cammino», ha detto il Papa, ed è un’espressione di tale bellezza che ci sarebbe da adottarla come sintesi e consegna di un anno intero, qualunque viaggio siamo stati in grado di fare sinora.
I milioni di pellegrini che hanno raggiunto Roma per “fare il Giubileo”, come calamitati da una stella nel cielo del loro cuore reso agostinianamente inquieto, hanno mostrato che «i Magi esistono ancora – secondo le parole di Prevost –. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare». Eccolo qui, un altro segreto. L’Anno che ci sta alle spalle è stato Santo, certo, ma anche quantomai oscuro, gravato da nubi simili a incubi con i quali siamo costretti a convivere (e quanta altra gente li deve sopportare come ferite dolorose che non guariscono). «La tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli» ci ha detto Isaia nella Messa dell’Epifania: più che una profezia, un’istantanea del nostro tempo. Proprio in questo buio, la sola luce proposta dal Giubileo della Speranza è sembrata offrire un appiglio nelle guerre e nelle crisi, nei drammi di famiglie e popoli come nel travaglio sfibrante di una pace che non vuole saperne di nascere. Solo la Chiesa, da Francesco a Leone, è stata voce del desiderio dei popoli e di ciascuno di noi di varcare la porta di un tempo nuovo del cui arrivo siamo certi ma contro il quale si accaniscono i guardiani di un ordine costruito sulla sopraffazione e l’ingiustizia esibita e praticata. «Erode – dice il Papa – teme per il suo trono, si agita per ciò che sente fuori dal suo controllo». Se abbiamo accettato l’invito a metterci in viaggio – e allora il Giubileo sarà stato solo un primo passo – sappiamo nel profondo che “spes non confundit”, la speranza di cui l’Anno di Grazia ci ha proposto il ripasso non ci può tradire. E se il Dio che chiama a varcare la soglia delle nostre paure «ci può turbare» è «perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante», un Dio «che rimette in cammino», «mette in questione l’ordine esistente» e «suggerisce vie diverse da quelle già percorse». Come i Magi che sbaragliarono l’ingiustizia facendo ritorno alla loro vita «per un’altra strada».
Nella rassegnazione che può cogliere quando ci si sente prigionieri di quel che accade, e in particolare in questi tempi di scoraggiamento (anche ecclesiale), il Giubileo è venuto a spezzare le catene della desolazione e del compromesso. Ha parlato ai cuori, rimesso in circolo energie, riattivato sogni e desideri. Ci ha alfabetizzati alla speranza quando forse credevamo, senza sapercelo confessare, che fosse venuta meno, prosciugata, esaurita, una promessa divenuta ormai vuota. Invece, «il Giubileo – sono parole di papa Leone – è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi, che siamo ancora agli inizi». Pare di sentire ancora Isaia: «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?». Non sarà stato un Giubileo di “grandi eventi” (anche se i giovani potrebbero pensarla diversamente...), ma crediamo che non ci sia evento più grande della gemma che, se guardiamo bene, non smette di spuntare sul ramo apparentemente secco della vita, del mondo, della storia. Il Giubileo è finito, proprio ora si comincia. Se di questa “speranza che non delude” è fatta almeno un poco la nostra fede, allora «saremo la generazione dell’aurora». L’ha detto il Papa chiudendo la Porta Santa. E aprendoci la strada che ci aspetta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






