Il dolore per una morte, il valore degli affetti: cosa ci dice la vicenda di Adamo e Jonathan
Il caso del ragazzo accoltellato da un giovane ricercatore mentre cercava di entrare all'interno della sua villa, richiede adesso una riflessione a 360 gradi, che parte dalla compassione per una madre che ha perso un figlio e abbraccia con la solidarietà chi ha tentato di difendere i propri beni

Una mamma piange e si dispera. Adamo, suo figlio, 37 anni, è morto; o, per essere più precisi, è stato ucciso. Merita, questa donna, tutta la nostra cristiana comprensione. Come ogni essere umano sottoposto a un dolore tanto grande, anche lei si chiede: «Perché?», la domanda di sempre, destinata a rimanere senza adeguata risposta quando è rivolta a Dio.
Sul web, però, ha scatenato una miriade di reazioni appuntite come frecce. Parole che fanno male. Frasi sarcastiche, invettive, maledizioni. La gente è stanca di subire. Tanti si sono sentiti in diritto di dire la propria e, occorre dirlo senza falso buonismo, almeno in questo caso, non senza ragioni. Perché? Perché il figlio della signora è stato accoltellato mentre, intrufolatosi di soppiatto, insieme a un complice, all’interno di una villa nel Varesotto, per rubare, ha ingaggiato una colluttazione col giovane proprietario e ha avuto la peggio.
Alla mamma che piange e si dispera, quindi, sono tante le risposte che arrivano da ogni dove: «Perché, signora cara, non si entra in casa altrui di nascosto per fare del male; perché rubare non è un lavoro – come ha detto il cugino del defunto - ma un reato; perché non è pensabile che suo figlio potesse credere di vivere a sbafo, insieme alla sua famiglia, rubando, rapinando, terrorizzando e sfruttando il prossimo. Perché anche il ladro più scaltro sa che, prima o poi, gli capiterà di imbattersi con qualcuno più svelto, più scaltro, più intraprendente di lui che gliela farà pagare». Credo che possa bastare.
Il dolore di una mamma per la morte del figlio, fosse anche il più incallito delinquente, va sempre rispettato. Anche la stessa morte di Adamo merita di essere accompagnata dalla nostra preghiera. Una riflessione, però, sui misfatti di questo tipo, con o senza epiloghi cruenti, abbiamo il dovere di tentarla. La casa deve essere considerata, da tutti noi - italiani, stranieri, fratelli e sorelle nomadi - e dalle leggi che ci vincolano e ci tutelano, il santuario inviolabile all’interno del quale a nessuno è dato di poter penetrare senza il permesso dei legittimi proprietari o della magistratura. Su questo punto occorre che il pensiero corrente e il legislatore siano d’accordo senza ambiguità. Per capirlo basta mettersi in ascolto del senso comune.
In casa nostra custodiamo i tesori più preziosi che ci sono stati donati dalla vita. E non parlo certo del denaro, degli ori o dei brillanti. Alludo, invece, agli affetti: i figli, i genitori, i fratellini, la persona con la quale si vive insieme. In questo mondo tanto caotico e paradossale, fatto di tensioni e di paure per le tante, stupide, guerre che vengono di continuo scatenate; per i deliri di onnipotenza che colpiscono, di volta in volta, qualcuno dei potenti di turno, in questo mondo traballante, dicevo, occorre avere la certezza – ripeto la certezza - che almeno nel chiuso della propria casa, puoi essere sereno, perché nulla di male ti potrà accadere. E chi ti vuole bene, mentre è al lavoro, in vacanza, o altrove, non deve convivere con i sensi di colpa per averti lasciato solo.
Occorre anche dire che la sfida tra ladri di professione – che hanno imparato a muoversi, a difendersi, a rubare, a colpire – e una persona qualsiasi, magari anziana, malata, presa alla sprovvista, è del tutto impari. Mentre sto scrivendo questa riflessione, chiuso nel mio studio, il mio ultimo pensiero è che qualcuno mi sbuchi alle spalle e mi colpisca. Se dovesse accadere sarebbe già un miracolo che non mi venisse un malore per lo spavento. Viceversa, chi lo sta facendo, è più vigile, più sveglio, più attento, più preparato. Più giovane, più forte, quasi certamente armato. Una persona nel tabernacolo della propria casa, intento a riposare, scrivere, leggere, pregare, è fragile, è debole, è impreparata, non può essere incolpata di niente perché non stava facendo male a nessuno. Merita invece di essere compresa, supportata, difesa, e non solo dall’opinione pubblica. I problemi sono tanti e tutti degni di essere affrontati.
C’è gente che non lavora perché lavoro non trova; c’è gente che non lavora perché rubare e imbrogliare il prossimo rende di più, affatica di meno, impegna poco. Dobbiamo imparare a convivere senza farci e fare male. Immensa pietà per Adamo, fratello ladro di etnia Sinti. Nessun canto di vittoria per la sua morte orrenda. Un abbraccio alla sua anziana mamma e ai suoi figlioletti. Ma tanta comprensione e vicinanza per Jonathan Rivolta, il giovane ricercatore rimasto ferito, che mai avrebbe pensato di mettere fine, un giorno, alla vita di un suo coetaneo dal quale ha dovuto, purtroppo, difendere sé stesso e i propri beni.
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