I genitori di Crans-Montana e quello “stare” nel dolore
Papa Leone ha affidato a Maria le famiglie dei ragazzi morti a Capodanno: così ai piedi della Croce si può abitare la sofferenza e non arretrare nell'amore

«State con quello che c’è, imparate lo stare» ripeteva un’ostetrica dell’ospedale San Gerardo di Monza, anni fa, alle mamme col pancione che seguivano il suo corso preparto in un consultorio milanese, mostrando nella penombra della stanza – la cosa sembrava un po’ bizzarra date le circostanze – l’immagine della “Pietà” di Michelangelo con Maria ai piedi della croce, tra le braccia e appoggiato sul grembo il corpo di Gesù morto. Avrebbero scoperto poco dopo, le madri in questione, che non c’è molto altro da fare con le doglie del parto. Quando, cioè, una mano come venuta da un altro pianeta irrompe nelle viscere, le scava, le stritola fino a togliere il respiro. E poi ricomincia daccapo, di nuovo, più violenta, più crudele. Si può solo stare, con un dolore così grande, nell’attesa fiduciosa di quello che verrà dopo. Succede quando un figlio viene al mondo. Succede, anche, quando al mondo (a una madre e a un padre) un figlio viene strappato. Con la stessa immagine s’è rivolto ieri papa Leone ai genitori delle vittime e dei feriti di Crans-Montana: «Il vostro cuore oggi è trafitto, come lo fu quello di Maria ai piedi della Croce». E lei «vi è vicina in questi giorni, è a lei che vi affido. Rivolgetele senza riserve le vostre lacrime, cercate in lei il conforto materno che potrà darvi. Come lei, saprete attendere con pazienza nella notte della sofferenza». È una pedagogia difficile, quella dello stare, dell’attendere. Potrebbe sembrare un invito a rassegnarsi, un modo superficiale di esigere sopportazione. Ciò che sarebbe ingiusto e disumano chiedere a questi genitori sconvolti e devastati, come a tutti quelli che perdono o che rischiano di perdere un figlio.
È, invece, lo stare, un modo di abitare la prova che ci viene consegnata senza scorciatoie, senza anestesie. Lo Stabat Mater non racconta di chi comprende, o accetta, ma di chi col dolore e con l’orrore ha il coraggio di sostare, di fermarsi. Maria d’altronde la Croce non la commenta mai, non cerca di spiegarla, non ne chiede nemmeno il perché. Con la Croce sta e questo stare, nonostante tutto e tutti, è la forza rivoluzionaria del suo essere madre. Di Cristo e della Chiesa.
Ancora: nello Stabat Mater Maria non incarna una maternità invulnerabile, ma esposta, ferita, attraversata dalla perdita. Sta, mentre tutto ciò che aveva generato una promessa sembra restituire soltanto assenza e nonsenso. Sta, mentre il corpo d’un figlio nato dalla sua stessa carne, cresciuto, amato, accarezzato, le viene consegnato dilaniato, insanguinato, esanime, in un silenzio che sembra definitivo. È qui che, con lei, anche la nostra fede di cristiani compie uno dei suoi gesti più audaci e attuali: abita il dolore. E chiede a chi guarda di restare ad abitarlo a sua volta. Come accade nel parto, quando nulla può ridurre la contrazione e tuttavia qualcuno può restare accanto, respirare insieme, ricordare che quel dolore non è vuoto.
Ci sono una chiamata e una responsabilità per noi tutti, genitori di figli vivi, che abbiamo guardato attoniti alle fiamme appiccate per gioco o per ingenuità al soffitto del Constellation, che abbiamo rivisto i volti dei nostri, di figli, in quelli sorridenti ritratti nelle fotografie, che ci siamo commossi davanti a quelle bare ricoperte di fiori e di messaggi. La chiamata è a stare, stare insieme alle madri e ai padri di Crans-Montana: con le lacrime; con la preghiera e la testimonianza; con l’aiuto concreto per chi può, per chi vive nei loro quartieri e nelle loro città o per chi ha figli che frequentano la stessa scuola. Il compito, invece, è tradurre ciò che viene chiesto nell’ora estrema della perdita anche nel tempo ordinario della crescita: stare nel ruolo di madri e di padri quando sarebbe più facile arretrare, delegare, distrarsi; accompagnare i passaggi opachi, le fragilità che inquietano i nostri ragazzi, le domande che li (e ci) disarmano; sostenerli senza trattenerli, vigilare sulla loro vita senza pretendere di invaderla. Anche questo è uno stabat, quotidiano, silenzioso. Se c’è una luce nella notte di questo tempo, se è ancora possibile – e deve esserlo – essere genitori dopo Crans-Montana, è poter contare su una presenza che resta. Per chi è nel lutto come per chi è chiamato ogni giorno a educare alla vita.
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