Gaza, Venezuela, Iran: non rassegniamoci al buio delle notizie

La repressione non ama i giornalisti, ed è per questo che sono spesso tenuti lontani dai fronti di conflitto. Ma nel blackout informativo il rischio è l'indifferenza verso la sofferenza dei popoli
January 17, 2026
Gaza, Venezuela, Iran: non rassegniamoci al buio delle notizie
Sostenitori dei gruppi armati sciiti iracheni a Baghdad, in Iraq, durante una manifestazione di solidarietà con il governo iraniano a Teheran/ REUTERS
Ci chiamavano “gatekeeper”, guardiani del cancello. Quando spettava ai giornalisti filtrare i fatti e vagliare gli eventi per far depositare le notizie. Come cercatori nei fiumi auriferi del Klondike all’epoca della corsa all’oro. Oggi, in contesti tra i più critici dello scenario internazionale, ai cercatori è precluso l’ingresso. Il vaglio è arrugginito, il cancello blindato. E non in senso metaforico. La barriera metallica che sigilla la Striscia di Gaza non si è mai aperta alla stampa straniera in due anni di guerra. E resta chiusa a oltre tre mesi dal cessate il fuoco. Ai pochi reporter stranieri che, per qualche ora, l’hanno attraversata in tour organizzati dall’esercito israeliano è rimasto ben poco da filtrare. Tutto era stato già selezionato. Mossi dal desiderio di capire, ci siamo abbeverati alle fotografie che arrivavano sui nostri computer dai colleghi palestinesi, investiti loro malgrado del doppio ruolo di cercatori di notizie e testimoni oculari, nonché vittime e non di rado bersagli. Nell’impossibilità di varcare il cancello, quelle immagini sono state tra le fonti primarie per la copertura informativa della guerra e continuano a documentare vita e morte nella Striscia di Gaza.
Un’altra barriera che la stampa internazionale non ha potuto varcare è la frontiera venezuelana. Dopo i raid americani e il blitz della cattura di Maduro, i giornalisti si sono dovuti fermare in Colombia. I pochi che hanno provato a salire su un volo per Caracas sono stati respinti. Ora che i riflettori si stanno spegnendo, ci si accorge che quella crisi è stata raccontata senza che un reporter straniero abbia messo piede in Venezuela. Fuori dai percorsi istituzionali, del chavismo al potere e dell’opposizione interna o in esilio, sono rare le voci che escono.
Ma la crisi più “al buio” in assoluto è quella iraniana. Delle proteste esplose all’inizio dell’anno sono filtrati fotogrammi scarni. Spezzoni di video amatoriali sgusciati tra le maglie della censura ferrea che ha oscurato Internet e di un sistema repressivo che impedisce l’ingresso dei dispositivi di Starlink. L’agenzia ufficiale Irna, ripresa dai media israeliani, riferiva ieri della decisione del ministro delle Comunicazioni Issa Zarepour di prorogare “per ragioni di sicurezza” il blocco su tutto il territorio almeno fino a Nowruz, il capodanno persiano che cade a fine marzo. Il blackout dura dal 28 dicembre. In queste condizioni di fitta oscurità, fermo davanti al cancello chiuso, impossibilitato a partire per Teheran – dove l’8 gennaio di un anno fa la giornalista Cecilia Sala veniva rilasciata dal famigerato carcere di Evin dopo venti giorni di detenzione –, il guardiano si adopera a filtrare quel poco che gli arriva. Quanti sono realmente i manifestanti uccisi nelle proteste? Quanti gli arrestati? E che cosa pensano gli iraniani?
In tanta opacità, in cui sguazzano interpretazioni e strumentalizzazioni, il rischio è quello dell’indifferenza. Indifferenza nei confronti della verità, perché al momento non è accertabile. Indifferenza nei confronti di una popolazione che – ancor più dei gazawi a cui talvolta le immagini hanno dato dignità con nome e volto – ci risulta anonima e lontana. Indifferenza nei confronti di una causa, quella della democrazia iraniana, che nel 1979 aveva visto le opinioni pubbliche occidentali mobilitarsi a favore della rivoluzione khomeinista contro lo scià e che ora sembra chiedere (una parte lo fa) il ritorno dell’erede Pahlavi.
La domanda è: che senso ha mobilitarsi per gli iraniani? Per che cosa vale la pena indignarsi, in tanta penuria di informazioni? Le risposte sono almeno due. La prima: non arrendersi al blackout informativo. L’obiettivo del bavaglio iraniano all’informazione è quello di silenziare le pubbliche opinioni. Liberarsi dell’indifferenza significa denunciare l’inganno. L’altra risposta è quella universale, che può apparire banale nella sua semplicità: laddove c’è un essere umano che soffre, tutta l’umanità soffre in lei o in lui. Riconoscendomi nella stessa umanità, sto lì. Presenza che si interpone, anche a distanza. E si fa vicinanza. Non servono analisi geopolitiche, dibattiti storici o giuridici, per mettersi in ascolto della sofferenza. Per testimoniare che le vittime, chiunque esse siano, non sono sole. Le vittime delle guerre, dei regimi, delle repressioni. Non è militanza per una causa, che può risultare persino avvolta nell’oscurità. È la testimonianza di una casa: la casa comune della famiglia umana alla quale tutti apparteniamo.

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