Deterrenza senza uscita. Il paradosso denunciato da Leone XIV
La via della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale non è impossibile. È impossibilitata, al momento, poiché chi dovrebbe percorrerla ostruisce il cammino. Fino a far credere che non esiste. Ma è un inganno

Il processo non è iniziato a Caracas. Se, tuttavia, prima del 3 gennaio, si era sviluppato in modo sotterraneo, la rimozione di Nicolás Maduro da parte delle forze speciali statunitensi senza intaccare la struttura di potere chavista lo ha reso manifesto. Plateale, in realtà. Washington – e gli emuli sparsi per il pianeta – ha archiviato l’idea neocon di esportare la democrazia con le bombe. Un miraggio, come i brucianti fallimenti in Afghanistan e Iraq hanno dimostrato. Dalle ceneri delle dittature defenestrate non sono germogliate transizioni verso ordinamenti rispettosi dei diritti umani e della libertà dei cittadini ma è dilagato il caos. Il dibattito successivo – tanto alla Casa Bianca come in buona parte dell’opinione pubblica occidentale –, tuttavia, non ha messo in discussione il rapporto tra fini dichiarati e mezzi impiegati. Né ha preso atto dell’impossibilità reale, nel lungo periodo, di conseguire i primi con modalità che ne negano i fondamenti. La forza, al contrario, è stata eretta a bussola dell’agire globale. A essere contestata, invece, è la necessità di giustificarne l’utilizzo ricorrendo ai principi con cui – in modo imperfetto, asimmetrico, ipocrita spesso – gli Stati hanno scelto di riedificare l’ordine internazionale sulle macerie lasciate dalla Seconda guerra mondiale: democrazia, risoluzione diplomatica delle controversie, multilateralismo. Derubricati come orpelli inutili, sono espunti, uno dopo l’altro, dall’alfabeto politico contemporaneo. L’illusione pericolosa dei “cambi di regime” ha ceduto il passo alla dottrina trumpiana della “adozione” di autocrazie e autocrati di diverso segno. Un reclutamento dichiarato nel caso del Venezuela: l’ex vice e attuale presidente ad interim Delcy Rodríguez è «una persona stupenda, lavoriamo bene insieme», ha detto senza reticenze il capo della Casa Bianca. Più sottile nei precedenti che si sono susseguiti, uno dopo l’altro, nel giro di dodici mesi: dalla Siria a Gaza, da El Salvador al Libano. Qua e là leader autoritari e capi radicali vengono sdoganati come nuovi garanti della sicurezza globale. Nonché custodi di punti strategici del mappamondo, poiché ricchi di risorse – petrolio, terra rare, minerali critici – o in quanto barriere di contenimento degli esodi della disperazione sempre più frequenti. Proprio a questo si aggrappa la Rivoluzione cubana per continuare a sopravvivere di fronte alle coste della Florida. Non a caso, Washington non ha bloccato le esportazioni di greggio dal Messico da cui dipende, con Caracas fuori gioco, il dissestato sistema energetico nazionale. Follow the oil: seguire l’oro nero, in particolare, aiuta a comprendere le direttrici del “nuovo corso” mondiale, dal Venezuela all’Iran. Di nuovo Caracas illumina: la prescelta Rodríguez, come ministra del Petrolio, aveva concluso l’accordo chiave, per il chavismo, con il colosso statunitense Chevron.
Alla geopolitica del caos e dell’appropriazione di risorse – non inventata ma di certo anticipata da quando il tycoon è tornato alla Casa Bianca –, l’Europa risponde con il leitmotiv della deterrenza. Il riarmo a oltranza è sbandierato come requisito indispensabile per far fronte al moltiplicarsi delle minacce. Di nuovo non è la forza – definita immancabilmente come “difesa” – a essere contestata ma la possibilità di averne meno. Fino al punto «considerare una colpa», il fatto che non ci si prepari abbastanza «a reagire agli attacchi» e «a rispondere alle violenze». Fino allo scandalo di fare «la guerra per raggiungere la pace». Queste parole di papa Leone XIV – contenute nel recente messaggio per la Giornata della Pace e più volte ribadite – potrebbero essere liquidate come irenismo ingenuo. Ma lo sono davvero? O non è più naïf credere di risolvere conflitti complessi a suon di colpi di mano e dichiarazioni roboanti? Di dinamitare l’architettura multilaterale senza curarsi degli “effetti collaterali”? Di cambiare tutto perché gattopardescamente nulla cambi, almeno per i popoli coinvolti? La Carta di San Francisco, da cui sono nate le Nazioni Unite – l’anno scorso si sono celebrati gli ottant’anni –, del resto, non è stata concepita da idealisti ma da statisti – spesso spregiudicati – consapevoli della necessità di trovare un minimo comune denominatore per evitare la catastrofe. «La via disarmante della diplomazia, della mediazione, del diritto internazionale, smentita purtroppo da sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali», per citare ancora Robert Prevost – non è impossibile. È impossibilitata, al momento, poiché chi dovrebbe percorrerla ostruisce il cammino. Fino a far credere che non esiste. Ma è un inganno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA






