Alberto Belli Paci: «I miei passi come figlio della Shoah»
Parla il primogenito di Liliana Segre. «Vedevo quel numero sul braccio. Chiedevo. Ricevevo risposte evasive. Poi, a 14 anni, uno zio mi disse: “Ma come? Non sai nulla dei forni?". Quella frase mi ha marchiato a vita»

Ada Levi Vitali fu arrestata il 30 novembre 1943, venne portata a Fossoli il 24 dicembre, deportata ad Auschwitz il 22 febbraio 1944, dove morì il 31 marzo 1944. Alla cerimonia di posa della sua Pietra d’Inciampo, settimana scorsa, c’era il nipote, Ernesto Levi Radaelli. Per 40 anni medico di base, anzi “di famiglia”, che di famiglie ne ha accompagnate parecchie attraverso la malattia e dentro la cura, piangeva come si piange quando un cerchio si chiude, la memoria si consegna al presente e tutto sembra trovare un senso. Ad abbracciarlo è arrivato un altro nipote, e figlio, della Shoah: la Pietra d’Inciampo di suo nonno è stata la prima posata a Milano, di quel nonno porta il nome, e lui è il primogenito di Liliana Segre: Alberto Belli Paci.
Quest’anno il Comitato per le Pietre d’Inciampo di Milano, di cui lei fa parte, ha organizzato la posa di 21 pietre. Sono 245 in città, 110mila in Europa. Quel quadratino di ottone davanti alla casa delle persone deportate e uccise non è più solo un gesto testimonianza: in questo clima d’odio, è un gesto di coraggio.
C’è una preoccupazione che accompagna l’esposizione di un segno di appartenenza, la vivo di riflesso, essendo il figlio di Liliana Segre. Ci sono stati molti atti di vandalismo verso questi e altri simboli della memoria. Che sono, sì, anche gesti di coraggio. A maggior ragione, vanno sostenuti.
C’è una preoccupazione che accompagna l’esposizione di un segno di appartenenza, la vivo di riflesso, essendo il figlio di Liliana Segre. Ci sono stati molti atti di vandalismo verso questi e altri simboli della memoria. Che sono, sì, anche gesti di coraggio. A maggior ragione, vanno sostenuti.
Si dice che a innescare la forte ondata di antisemitismo che stiamo vivendo siano state le scelte del governo israeliano dopo il 7 ottobre.
L’odio antiebraico ha una storia millenaria. La spiegazione che riesco a darmi è che a determinarlo sia stata l’incapacità di capire e rispettare una minoranza percepita come distinta, diversa: un popolo che non fa proselitismo, che non incoraggia l’assimilazione, che custodisce con cura la propria identità. Su questa base si sono stratificate accuse teologiche (il deicidio), pratiche di esclusione sociale, con l’assegnazione di mansioni umilianti, e, in epoca contemporanea, il negazionismo. Devo dire che dal Dopoguerra in poi le cose erano un po’ migliorate. La reazione di Benjamin Netanyahu su Gaza dopo il 7 ottobre non ha certamente aiutato. Ma tutto era già lì, pronto a riemergere alla prima occasione. E le sinistre europee hanno avuto una grande responsabilità nel fiancheggiare derive che erano e sono molto pericolose. Ovviamente ho passato due anni d’inferno: amici che mi si sono rivoltati contro, una persona che mi ha insultato per strada, come se io, mia mamma, i miei fratelli, c’entrassimo qualcosa con Gaza. Mah.
L’odio antiebraico ha una storia millenaria. La spiegazione che riesco a darmi è che a determinarlo sia stata l’incapacità di capire e rispettare una minoranza percepita come distinta, diversa: un popolo che non fa proselitismo, che non incoraggia l’assimilazione, che custodisce con cura la propria identità. Su questa base si sono stratificate accuse teologiche (il deicidio), pratiche di esclusione sociale, con l’assegnazione di mansioni umilianti, e, in epoca contemporanea, il negazionismo. Devo dire che dal Dopoguerra in poi le cose erano un po’ migliorate. La reazione di Benjamin Netanyahu su Gaza dopo il 7 ottobre non ha certamente aiutato. Ma tutto era già lì, pronto a riemergere alla prima occasione. E le sinistre europee hanno avuto una grande responsabilità nel fiancheggiare derive che erano e sono molto pericolose. Ovviamente ho passato due anni d’inferno: amici che mi si sono rivoltati contro, una persona che mi ha insultato per strada, come se io, mia mamma, i miei fratelli, c’entrassimo qualcosa con Gaza. Mah.
Come valuta la distinzione tra antisemitismo e antisionismo?
Non esiste.
Non esiste.
Lei porta il nome di suo nonno materno, Alberto Segre, l’uomo che ad Auschwitz tenne stretta la mano di Liliana Segre fino a quelle due file: tu di qui, tu di là. Che cosa ha significato nella sua vita questa responsabilità?
Sono cresciuto e sono stato educato nella luce di mio nonno, un uomo dritto, pulito. Mi sono sempre sentito inadeguato. E a un certo punto è venuta fuori la mia natura: mi sono ribellato a tutte quelle aspettative. Questo ha creato forti tensioni con mio padre, che era molto protettivo con mia madre e non tollerava gesti di insofferenza da parte mia che potessero ferirla. Non capivo come mai, non sapevo cosa c’era dietro, non sapevo della Shoah. Succedevano cose strane. Avrò avuto cinque anni e arrivò da noi una tata austriaca, severissima. Non mi spiegavo perché quando lei mi parlava in tedesco la mamma usciva dalla stanza. Ho realizzato solo da adulto che l’aveva portata in casa per farci imparare il tedesco, per aiutarci a proteggerci se fosse successo di nuovo. Mi ricordo anche di quando in montagna, a Sestriere, ci trovammo alcuni tedeschi al tavolo di fianco. Li sentì parlare e mi portò via di corsa. Sono stati i primi assaggi della sua paura.
Sono cresciuto e sono stato educato nella luce di mio nonno, un uomo dritto, pulito. Mi sono sempre sentito inadeguato. E a un certo punto è venuta fuori la mia natura: mi sono ribellato a tutte quelle aspettative. Questo ha creato forti tensioni con mio padre, che era molto protettivo con mia madre e non tollerava gesti di insofferenza da parte mia che potessero ferirla. Non capivo come mai, non sapevo cosa c’era dietro, non sapevo della Shoah. Succedevano cose strane. Avrò avuto cinque anni e arrivò da noi una tata austriaca, severissima. Non mi spiegavo perché quando lei mi parlava in tedesco la mamma usciva dalla stanza. Ho realizzato solo da adulto che l’aveva portata in casa per farci imparare il tedesco, per aiutarci a proteggerci se fosse successo di nuovo. Mi ricordo anche di quando in montagna, a Sestriere, ci trovammo alcuni tedeschi al tavolo di fianco. Li sentì parlare e mi portò via di corsa. Sono stati i primi assaggi della sua paura.
Quando ha saputo della storia di sua mamma?
Vedevo questo numero sul braccio, chiedevo e ottenevo risposte evasive. Ma non era un problema: ero orgogliosissimo di questa mamma così bella, intelligente, elegante. Poi, avevo 14 anni, eravamo a cena da uno zio, Oscar Foligno. Chiesi a lui. Mi disse: «Ma come? non sai niente dei forni?». Quella frase, non-sai-niente-dei-forni, mi ha marchiato a vita. Ne parlai poi con mio padre, mi spiegò. E mi fece giurare che con mamma non ne avrei mai fatto parola. Giuramento che ho rispettato fino a quando lei non ha deciso di testimoniare.
Vedevo questo numero sul braccio, chiedevo e ottenevo risposte evasive. Ma non era un problema: ero orgogliosissimo di questa mamma così bella, intelligente, elegante. Poi, avevo 14 anni, eravamo a cena da uno zio, Oscar Foligno. Chiesi a lui. Mi disse: «Ma come? non sai niente dei forni?». Quella frase, non-sai-niente-dei-forni, mi ha marchiato a vita. Ne parlai poi con mio padre, mi spiegò. E mi fece giurare che con mamma non ne avrei mai fatto parola. Giuramento che ho rispettato fino a quando lei non ha deciso di testimoniare.
C’è stato un momento, nella sua vita adulta, in cui ha sentito proprio sua, e non solo ereditata, la responsabilità della memoria?
Ho deciso a 22 anni di andare a lavorare nel kibbutz Nir David, in Israele. Lì mi sono trovato in mezzo a tantissime persone che avevano un numero sul braccio. E mi sono sentito, per la prima volta, parte di un tutto.
Ho deciso a 22 anni di andare a lavorare nel kibbutz Nir David, in Israele. Lì mi sono trovato in mezzo a tantissime persone che avevano un numero sul braccio. E mi sono sentito, per la prima volta, parte di un tutto.
Liliana Segre dà l’impressione di essere una donna che si sa proteggere benissimo da sola, ma non dev’essere facile nemmeno per lei essere oggetto di tanto odio. Chi sono questi odiatori?
Li dividerei in due gruppi. Da una parte quelli che scrivono cose indicibili e poi, quando vengono querelati, dicono che non pensavano di non offendere nessuno. Poi ci sono quelli che invece agiscono perché odiano davvero. Per invidia, perché antisemiti, negazionisti, estremisti filo-palestinesi. Sono pericolosi, anche perché dietro a questi odiatori seriali si potrebbe celare di tutto. Sono molto grato alle forze dell’ordine perché intervengono a tutelarci.
Li dividerei in due gruppi. Da una parte quelli che scrivono cose indicibili e poi, quando vengono querelati, dicono che non pensavano di non offendere nessuno. Poi ci sono quelli che invece agiscono perché odiano davvero. Per invidia, perché antisemiti, negazionisti, estremisti filo-palestinesi. Sono pericolosi, anche perché dietro a questi odiatori seriali si potrebbe celare di tutto. Sono molto grato alle forze dell’ordine perché intervengono a tutelarci.
Sua mamma è ebrea, suo papà Alfredo, morto nel 2007, era cattolico. Lei è stato battezzato. Come vive queste appartenenze?
Sono cattolico, però rispetto profondamente le tradizioni di entrambe le religioni. Ho sempre ammirato gli ideali di mio padre. Era ufficiale in guerra, fu fatto prigioniero in Grecia dai tedeschi, rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò, e fu internato in sette campi di prigionia. Avrebbe potuto tornare, abbassando la testa, scelse invece di restare là. Avrei voluto essere come lui. Ma con me era molto severo, e il nostro rapporto è stato sempre conflittuale.
Sono cattolico, però rispetto profondamente le tradizioni di entrambe le religioni. Ho sempre ammirato gli ideali di mio padre. Era ufficiale in guerra, fu fatto prigioniero in Grecia dai tedeschi, rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò, e fu internato in sette campi di prigionia. Avrebbe potuto tornare, abbassando la testa, scelse invece di restare là. Avrei voluto essere come lui. Ma con me era molto severo, e il nostro rapporto è stato sempre conflittuale.
Lei ha una lunga esperienza di collaborazione con Rondine Cittadella della Pace. Il focus di questo progetto è il confronto dialettico tra coppie di nemici. È ancora possibile o è un’utopia?
Mia moglie Francesca è morta nel maggio 2020, dopo una malattia lunga quattro anni. Ero perso, ridotto a niente. A ottobre mia mamma mi disse di mettermi un vestito blu: dovevamo andare a Rondine, che io non sapevo cosa fosse, ad Arezzo, dove lei avrebbe tenuto la sua ultima testimonianza pubblica davanti a tutto il Governo. Per inciso: quando mia madre dice “si va”, si va. Punto. Andammo. Arrivammo in questo mondo allora per me lunare. Ma proprio lì cominciai a ritrovarmi. Lo presi come un segno. Tornai molte volte. Capii che era un metodo applicabile alle scuole. Che era una possibilità. Un’utopia con efficacia pratica. Sto lavorando a questo progetto con la Regione Lombardia e vorrei estenderlo ad altre Regioni.
Mia moglie Francesca è morta nel maggio 2020, dopo una malattia lunga quattro anni. Ero perso, ridotto a niente. A ottobre mia mamma mi disse di mettermi un vestito blu: dovevamo andare a Rondine, che io non sapevo cosa fosse, ad Arezzo, dove lei avrebbe tenuto la sua ultima testimonianza pubblica davanti a tutto il Governo. Per inciso: quando mia madre dice “si va”, si va. Punto. Andammo. Arrivammo in questo mondo allora per me lunare. Ma proprio lì cominciai a ritrovarmi. Lo presi come un segno. Tornai molte volte. Capii che era un metodo applicabile alle scuole. Che era una possibilità. Un’utopia con efficacia pratica. Sto lavorando a questo progetto con la Regione Lombardia e vorrei estenderlo ad altre Regioni.
Liliana Segre ha detto che voi figli le avete dato un brutto voto, come mamma: tre.
Gliel’ho dato io, quel tre. Perché a un certo punto la senatrice Segre, donna eccezionale e simbolo unico, finiva per prevalere sulla mamma che io rivolevo per me. Si è molto offesa. Ma dopo poco è saltato fuori il suo incredibile senso dell’umorismo. Per il resto, è una mamma-mamma, e ora anche una bisnonna, molto affettuosa. Ci dice sempre che le spiace di avere già 95 anni perché ha ancora tantissime cose da fare. Ci dice di mettere un piede davanti all’altro, senza proiettare, e di andare avanti, scegliendo sempre la vita.
Gliel’ho dato io, quel tre. Perché a un certo punto la senatrice Segre, donna eccezionale e simbolo unico, finiva per prevalere sulla mamma che io rivolevo per me. Si è molto offesa. Ma dopo poco è saltato fuori il suo incredibile senso dell’umorismo. Per il resto, è una mamma-mamma, e ora anche una bisnonna, molto affettuosa. Ci dice sempre che le spiace di avere già 95 anni perché ha ancora tantissime cose da fare. Ci dice di mettere un piede davanti all’altro, senza proiettare, e di andare avanti, scegliendo sempre la vita.
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