«Tu lavora, sogna, osa. Al resto ci penso io»: come si costruisce la parità in famiglia
di Luciano Moia
Superare la logica della concessione e scoprire la ricchezza della corresponsabilità è possibile. Una guida e qualche spunto di riflessione dalle Olimpiadi fino alla quotidianità della vita domestica

L’amore della parità o la parità dell’amore. Sembra una riflessione accademica ma, se ci pensiamo bene, è il cuore della relazione. Lo spunto per indagare questo decisivo versante delle relazioni di coppia non ci arriva solo dalla festa di San Valentino celebrata ieri, ma anche da alcuni fatti di cronaca di questi giorni che meritano di essere sviluppati proprio nella prospettiva della parità come ricchezza e come reciproco valore relazionale. Di cosa parliamo? Del decreto legislativo sugli stipendi trasparenti in un Paese come il nostro, dove le differenze tra uomini e donne sono sempre state rilevanti, ma anche dei successi delle campionesse azzurre alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Tante di queste ragazze d’oro sono mamme, eppure sono riuscite a ricavare il tempo necessario per la preparazione anche grazie alla collaborazione dei loro compagni e mariti. Quindi, mentre gridiamo evviva la parità, sempre e comunque, non possiamo evitare di farci alcune domande. Eccole. Ma siamo sicuri che parità voglia dire mettere tutti sullo stesso piano? Uomini e donne, mogli e mariti, genitori e figli, anziani e giovani? Siamo sicuri che le diverse età, i compiti differenti, i diversi generi non contino più nulla in un’ipotetica scala di analisi e di valutazione, e per tutti serva uno sguardo identico, un approccio destinato a livellare ogni peculiarità? Proviamo a rispondere.
Come si educa alla parità?
Affrontare il tema della parità ha un grande valore educativo soprattutto in quest’epoca di confusione valoriale e di modelli revisionisti anche sul fronte delle relazioni. Cosa vuol dire? Troppo spesso diamo per scontato che alcuni traguardi educativi e relazionali, che diventano poi diritti individuali, siano stati raggiunti per sempre. Non è così. Chi vive con i giovanissimi – genitori, educatori, insegnanti – segnala un preoccupante arretramento dei modelli di genere. Pensavamo, per esempio, di aver sconfitto il machismo più deteriore, il mito di una maschilità tutta arroganza e muscolarità. Invece ecco che quel modello di maschio che non deve chiedere mai riemerge dalle pieghe della storia e torna ad affascinare i nostri adolescenti. I bulli con il coltello in tasca non sono soltanto il segnale di un impegno educativo fallimentare da parte della famiglia e della collettività, sono anche il prodotto di suggestioni che parlano di contrapposizioni culturali, sociali, politiche sempre più estreme. Autoritarismo, sovranismo, bellicismo finiscono per diventare atteggiamenti che, dai grandi scenari della storia, incidono anche sui comportamenti individuali, segnano i modelli relazionali e quindi cambiano il modo di pensare delle persone più vulnerabili, come appunto i ragazzini.
Chi avverte il pericolo deve correre ai ripari, deve trovare strategie e opportunità per spiegare ai giovanissimi che crescere con quelle idee in testa significa avvelenarsi la vita, andare incontro a insoddisfazioni certe, costruire rapporti destinati a spargere ingiustizia e infelicità per sé stessi e per gli altri. Il maschio dominante non è solo un’illusione, una maschera di umanità dietro alla quale ci sono insicurezze e sofferenza, ma è qualcosa che non costruisce nulla, che conduce verso traguardi tristi e cattivi. Ecco perché parlare di parità in famiglia, di parità nel rapporto di coppia, di parità nelle relazioni è diventato urgente anche in una prospettiva di educazione all’affettività. Lo dobbiamo dire con chiarezza e con coraggio ai nostri ragazzi adolescenti che ieri, come dicevamo, hanno festeggiato San Valentino. L’amore non sopporta né asimmetrie né sbilanciamenti. Né arroganze né gerarchie. Gli affetti sono legami che rinsaldano, rincuorano e fanno crescere, noi e chi ci sta intorno, quando collegano storie raccontate e vissute con lo stesso rispetto, la stessa amabilità, la stessa considerazione. Ma diventano un cappio che soffoca e uccide – non solo metaforicamente purtroppo come ci raccontano ogni giorno le cronache – quando si pretende di trasformarli in uno strumento di potere e di controllo l’uno sull’altra. Insomma, togliamo la parità – in famiglia e nel mondo – e apriremo la strada all’odio. Costruiamo percorsi di parità autentica e avremo gettato le fondamenta per una civiltà dell’amore.
Cosa intendiamo per parità?
È arrivato il momento di fare chiarezza sul significato delle parole. La parità è un concetto bellissimo, anzi un valore personale e sociale, che dev’essere però declinato con attenzione. Anche dal punto di vista cristiano, considerarsi tutti figli e figlie dell’unico Padre – come in effetti siamo - non significa azzerare i talenti e annullare le identità. La parità non prevede l’omologazione ma il rispetto e la salvaguardia dell’unicità personale che per noi credenti è una delle espressioni più belle e più grandi della fantasia d’amore di Dio. Identica origine e identico destino di salvezza nella diversità e nella complessità dei percorsi esistenziali. Lo stesso deve avvenire in famiglia. Lei e lui devono avere identici diritti e identiche opportunità, ma donne e uomini non sono uguali, c’è una verità e una bellezza della diversità di genere che va rispettata, anzi va trasformata in un valore aggiunto. Diversità di ruoli, diversità di compiti, diversità di tempi che non solo non intaccano il principio della parità ma contribuiscono a renderlo più saldo. Tutto facile sul piano teorico, verrebbe da dire. Ma nella concretezza di ogni giorno chi garantisce che le dinamiche di coppia si svolgano proprio in questo modo? La diversità dei ruoli, per esempio, può generare tensioni e squilibri, quando viene interpretata in modo asimmetrico, come è successo per secoli e come capita ancora in troppe occasioni. Fino a pochi decenni fa il codice civile e il diritto canonico consideravano l’uomo “capo della famiglia” e spiegavano che la moglie doveva seguirlo ovunque lui ritenesse di stabilire la sua residenza. Una giurisprudenza maschilista e ottusa? No, semplicemente era una legge che si uniformava al costume dominante e indicava comportamenti che già erano abituali nella maggior parte delle famiglie, con una netta subordinazione della donna all’uomo. Ma anche i figli non sfuggivano alla regola, tanto che si parlava di “patria potestà”, il potere del padre, che nelle ipotesi migliori significava buoni esempi e benevola custodia, nelle peggiori diventava l’esercizio dispotico di un padre padrone. Altro che parità. In famiglia, sanciti dalla legge e dal costume, vigevano rapporti rigidamente gerarchici.
Nel 1975 la svolta con il nuovo diritto di famiglia che, almeno formalmente, ha stabilito pari diritti e pari responsabilità tra i coniugi e ha trasformato i rapporti tra genitori e figli, sostituendo la minacciosa “patria potestà” con una più mite “responsabilità genitoriale”. Tutto risolto? Niente affatto, purtroppo. Mezzo secolo dopo dobbiamo ammettere che quei diritti concessi dalla legge nei rapporti di coppia hanno inciso solo marginalmente nella prassi familiare. Le statistiche ci dicono che il nostro Paese i maggiori carichi domestici – lavoro di cura, educazione dei figli, incombenze concrete per la casa – toccano ancora alle donne e che gli uomini si lasciano coinvolgere solo marginalmente nella gestione ordinaria della famiglia. Grave, certo, soprattutto se si intreccia questo dato con il persistere di un maschilismo certamente disorientato e balbettante, eppure tenace nella difesa di previlegi che non possono essere messi in discussione pena l’esplodere di una violenza che in troppi casi diventa sofferenza e tragedia. Ecco perché continuare a riflettere sulla parità rappresenta un atto di giustizia e un esercizio di speranza. Non solo per proclamare idealmente una strada che non ha alternative, ma per trovare il modo di dare a questo principio una concreta possibilità di applicazione nei rapporti di coppia.
Parità o reciprocità?
La parità, come abbiamo detto, è un valore-quadro. Per renderla fruibile ha bisogno di tratti e di colori che sappiano tradurla in modalità espressive. Il tutto uguale per tutti non sarebbe parità, ma ingiustizia. Ecco perché nella coppia c’è una parola chiave che sintetizza il meglio del concetto di parità, è la reciprocità. L’abbiamo già accennato altre volte ma conviene rinfrescarci le idee. La reciprocità è la parola chiave dell’amore di coppia. Concetto difficile? No, se traduciamo reciprocità come stimolo allo scambio vicendevole, a un rapporto ricco di attenzioni e di rispetto (dove l’attenzione e il rispetto sono corollari della reciprocità), come sollecitazione capace di attivare un dinamismo virtuoso che mantiene vivo lo scambio tra i due e impedisce loro di cadere nel rischio rappresentato dall’individualismo coniugale. Sì, non c’è solo l’individualismo del single, ma anche quello della coppia, o meglio all’interno della coppia, che si traduce in incomunicabilità, in chiusura in sé stessi, nel silenzio che cala tra le pareti domestiche, più pesante di un portone di legno massiccio. L’individualismo all’interno della coppia è l’opposto della reciprocità e conduce alla morte per afasia, non si parla più, non si respira più. Scompaiono i suoni e le espressioni dello scambio reciproco.
La reciprocità al contrario attiva nella coppia pensieri e parole di interesse e di curiosità. Alimenta l’alfabeto del dinamismo vitale. Una grammatica preziosa che non bisogna mai stancarsi di rinnovare, senza cancellare però quella che si pensa di aver già imparato a memoria. Il rapporto di coppia non richiede rivoluzioni quotidiane – come spesso si sente dire – ma sviluppo nella continuità. I ricordi comuni sono preziosi quanto la fantasia dell’innovazione. La reciprocità contribuisce a mantenere questo equilibrio. La coppia non può vivere solo di rivoluzioni, ma non può vivere neppure solo di ricordi. Nel primo caso esplode per sfinimento, nel secondo caso implode per consunzione. E ancora, la reciprocità costruisce quel sentimento robusto di complicità e di vicinanza che possiamo chiamare amicizia coniugale, che è amicizia per la vita, che è amicizia perché nasce dalla comune volontà di costruire il bene dell’altro/a. La reciprocità è proprio questo desiderio di guardare avanti insieme, di decidere insieme un traguardo, di muovere i primi passi per raggiungerlo insieme, nello sforzo comune - appunto reciproco – di costruire il bene possibile per l’altra/o. E questo bene, accolto e donato giorno dopo giorno, costruisce l’identità della coppia. Noi siamo il bene che ci siamo donati. E il bene che ci siamo donati in mezzo a contraddizioni e fragilità ci ha costruito come “noi”. La reciprocità ha appunto come obiettivo ultimo quello di migliorare la nostra vita come coppia. Migliorando l’altro/a, miglioro me stesso. E migliorando la coppia miglioro la mia famiglia e la società, perché questo sforzo di miglioramento innesca tutta una serie di valori che contribuiscono anche al bene collettivo. La reciprocità vissuta e partecipata insegna alla coppia il valore dell’impegno comune. Qui il proverbio “chi fa da sé fa per tre” non vale proprio nulla. Anzi, nel rapporto di coppia, “chi fa da sé” quasi sempre conduce il matrimonio sul baratro della fine. I solisti, nella coppia, non portano nulla di buono. Ecco perché, parlando di reciprocità, diciamo qualcosa di molto più profondo e di più pregnante rispetto al concetto generico di parità. Diciamo cioè che per crescere come coniugi occorre essere in due e, soprattutto, voler costruire in due il bene reciproco. Se cresco senza preoccuparmi di far crescere l’altro, creo una asimmetria rischiosa che prima o poi finirà per nuocere alla coppia.
Parità fa rima anche con complementarietà?
Spesso collegato al concetto di reciprocità c’è quello della complementarietà. Si dice spesso che l’impegno della coppia dev’essere reciproco e complementare. Si dice che una relazione può essere considerata autentica nel momento in cui prevede la complementarietà, cioè quando l’uno completa con i suoi gesti, le sue parole, la sua sensibilità ciò che l’altro non riesce o non può fare, dire, esprimere. Una funzione reciprocamente solidale che è certamente importante ma non è esente da qualche rischio. Quindi anche il concetto di complementarietà chiarisce e specifica il significato di parità di coppia? Sì e no. La complementarietà può infatti diventare un rischio quando risulta troppo rigida, troppo statica. Il rischio più grande è quello di pensare alla complementarietà con una impostazione androcentrica. Cioè il femminile – come è stato per secoli – completa il maschile in una logica ancillare. In questo senso è un modello pericoloso perché rischia di consolidare ruoli ripartiti tradizionalmente. Quindi agli uomini – come abbiamo già visto - i ruoli socialmente e politicamente più rilevanti, alle donne i ruoli complementari, cioè la casa e il privato. C’è quindi un’idea di complementarietà che avalla l’idea che uomo e donna devono rivestire ruoli diversi, rigidamente separati. Di conseguenza dire complementarietà potrebbe diventare una negazione della parità. E questo, come abbiamo visto, è un concetto che non fa certamente bene alla relazione. E neppure alla società. C’è inoltre un altro rischio. Pensare che grazie a questo criterio di complementarietà si possa costruire un’antropologia di coppia perfettamente simmetrica, in cui lui e lei si completerebbero a vicenda, in perfetta sintesi. Ora, al di là degli obiettivi di perfezione che abbiamo già visto essere sempre molto illusori - il completamento perfetto ci sarà donato soltanto nell’aldilà - va ricordata una cosa importante. Il sogno della perfetta sintesi di coppia, della perfetta parità – donata appunto grazie all’illusione della complementarietà - ha contribuito al fallimento di tanti progetti coniugali.
Tutti noi abbiamo verso nostra moglie o nostro marito aspettative molto alte, ma occorre sempre considerare questo desiderio di vita, di amore, di felicità nell’ambito del possibile. Quindi cosa fare? Eliminare il concetto di complementarietà? No, rivalutiamo nella prospettiva delle funzioni concrete, delle dinamiche di cura. Tutti noi, all’interno della relazione, giochiamo dei ruoli ma una famiglia non è una caserma in cui vengono affissi gli ordini di servizio. Per funzionare e per diventare uno stile di comportamento che aiuta senza affliggere e senza imporre regole fastidiose, la complementarietà dev’essere flessibile, diciamo a geometria variabile. Adattandosi cioè alle varie esigenze della coppia in quel determinato momento, in quella determinata circostanza. Ad esempio, è verosimile credere che in una famiglia il marito possa avere l’incarico di “portare giù” la spazzatura e di pagare l’assicurazione e le altre bollette, mentre la moglie deve fare la spesa e parlare con gli insegnanti a scuola. Non parliamo quindi di ruoli socialmente determinati, ma di una complementarietà che nasce per una distribuzione di compiti che la coppia si è assegnata e che si possono tranquillamente rovesciare. Nulla cioè vieta che sia lei ad occuparsi della spazzatura e dell’assicurazione, mentre lui va al supermercato per la spesa e a parlare con gli insegnanti a scuola. Ma si tratta di compiti che, appunto all’insegna di una complementarietà flessibile, possono essere variabili in base alle contingenze. Si tratta di una suddivisione che rende tutto abbastanza semplice quando però i compiti sono poco rilevanti e non hanno a che fare con l’equilibrio di fondo della coppia. Quando infatti questa complementarietà rigida è riferita ad alcuni ambiti strutturali della vita – il marito va in ufficio e la moglie si occupa solo dei figli - può diventare pericolosa e aprire la strada alla disparità di genere. In questo caso la complementarietà determina una condizione di “non autonomia” e finisce per mettere in crisi l’obiettivo della parità, che non è mai annullamento delle differenze ma attento equilibrio di armonizzazione degli opposti.
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