Risse e coltelli: «Vi spiego la violenza dei nostri ragazzi»

Parla lo psicoterapeuta Alfio Maggiolini: dilaga un senso di non inclusione sociale, soprattutto nelle famiglie di seconda o terza generazione. Il resto lo fanno droga e povertà. Ecco cosa servirebbe per invertire la rotta
January 22, 2026
Un gruppo di ragazzi per le strade di Milano
Un gruppo di ragazzi per le strade di Milano
Genitori e cittadini, siamo tutti preoccupati per il fenomeno della violenza giovanile di gruppo. Secondo l’ultimo rapporto Espad (Cnr), circa il 40% degli studenti fra i 15 e i 19 anni ha partecipato a risse. Pressappoco un milione di ragazzi. Nello specifico quasi la metà degli studenti e un terzo delle studentesse hanno partecipato a zuffe nell’ultimo anno. Quasi un quinto dei ragazzi ha partecipato a risse fra gruppi, mentre tra le ragazze la percentuale è decisamente inferiore (7,2%). Comportamenti e atteggiamenti allarmanti. Il nuovo anno si è aperto con un ultrasedicenne accusato, nel modenese, insieme ad altri coetanei, di reiterate aggressioni, estorsioni e minacce armate ai danni di un altro minorenne. A Milano un ragazzo è stato accoltellato al volto. Ricordiamo tutti il pestaggio feroce, sempre nel capoluogo lombardo, in cui uno studente ventiduenne della Bocconi è stato ridotto in fin di vita. E in ultimo il dramma dell'accoltellamento nella scuola di La Spezia, con la morte del giovanissimo Aba. Tutti questi episodi impongono una riflessione. Riflessione che abbiamo fatto con Alfio Maggiolini, psicoterapeuta e socio dell’Istituto Minotauro. Da tempo lavora con i Servizi della Giustizia minorile della Lombardia e ha insegnato psicologia dell’adolescenza e del ciclo di vita presso l’Università di Milano Bicocca. Maggiolini è curatore del libro “Non solo baby gang” (182 pp. Franco Angeli, 24 euro), frutto di un’indagine svolta per il Comune di Milano che ha analizzato i comportamenti trasgressivi degli adolescenti. Ecco cosa gli abbiamo chiesto.
Questo tipo di aggressioni che hanno scioccato l’opinione pubblica sono, come sembrerebbe, in aumento?
Già dopo la pandemia abbiamo avuto qualche segnale riguardo all’aumento di alcuni reati di strada, cioè aggressioni, risse o rapine in pubblica via. Questo dato si inserisce, però, in un quadro generale in cui i reati minorili non sono particolarmente in aumento. Bisogna dire, poi, che i comportamenti violenti di gruppo ci sono sempre stati. Nel dopoguerra a Milano c’era la ligera (ragazzi che andavano in giro con i coltelli), nell’Ottocento esisteva la compagnia della teppa, che erano poi bande giovanili. In ogni epoca, è esistita la violenza, che può assumere diverse forme a seconda del contesto socio-economico.
Chi sono i ragazzi che vengono coinvolti in questi episodi di violenza?
Sono ragazzi di ogni genere. Statisticamente sono un po’ di più i ragazzi di “seconda generazione” e i minori stranieri non accompagnati. La variabile di fondo, al di là degli aspetti psicologici, è un senso di non inclusione sociale e le difficoltà economiche da parte dei ragazzi e delle loro famiglie. Questa è la base a cui si aggiunge in alcuni casi anche una componente patologica.
Come nascono le risse?
Ci possono essere risse che sono sostanzialmente spintoni o scambi verbali, fino a situazioni che diventano molto più violente. La tipologia dei ragazzi coinvolti può essere diversa. In alcuni casi i problemi nascono da rivalità banali, magari fra un gruppo e un altro di persone che si conoscono, per un’offesa che degenera in un confronto violento. A volte alla pari a volte no. Spesso è addirittura difficile riconoscere vittime e aggressori. In altre situazioni ci sono gruppi che prendono di mira persone sconosciute, con comportamenti molto più violenti. C’è una grande diversità di forme di livello di violenza e anche di persone coinvolte. Quando la violenza è molto grave è più probabile che ci siano anche componenti psicopatologiche in qualcuno dei membri. A volte basta che siano presenti anche solo in una persona.
Come si spiegano i livelli di ferocia e di disumanità?
Sono tante le situazioni disumane che purtroppo accadono. Quando capita agli adolescenti è più facile che si facciano generalizzazioni, ma non si dovrebbero fare.
Che ruolo ha l’abuso di sostanze?
Non è la causa delle manifestazioni di violenza, ma certamente disinibisce il livello di violenza. È come se il gruppo si esaltasse più facilmente quando c’è abuso di sostanze. Anche solo l’alcol può avere un effetto di disinibizione rilevante di certe emozioni.
Lo psicoterapeuta Alfio Maggiolini
Lo psicoterapeuta Alfio Maggiolini
Queste aggressioni hanno come protagonisti quasi sempre ragazzi, c’è anche una violenza femminile?
Sono soprattutto fenomeni maschili. Statisticamente il confronto fra gruppi, l’esibizione di forza, le minacce, l’antagonismo ostile sono prevalentemente comportamenti maschili. Ci sono anche situazioni femminili, ma sono molto rare. Più spesso le ragazze esprimono queste dinamiche verbalmente. Il livello di violenza è molto più basso e poco fisico, molto meno visibile e preoccupante socialmente. Inoltre, le ragazze sono più spesso violente con persone conosciute. Mentre i maschi possono essere violenti anche verso chi non conoscono.
Le famiglie cosa possono fare quando ci sono?
Capita spesso che i ragazzi che hanno questi comportamenti si trovino in situazioni familiari difficili dal punto di vista sociale o economico. O dal punto di vista psicologico. Ci possono essere ragazzi con una componente psicotica che emerge attraverso questi comportamenti. Molto spesso sono difficoltà che diventano evidenti nel corso dell’ adolescenza, che di per sé è già un fattore di turbolenza. Se i genitori si accorgono di qualche difficoltà alle scuole medie possono o “aggiustare il tiro” nel proprio stile educativo oppure chiedere aiuto per capire come fare. Molto spesso i ragazzi coinvolti in queste situazioni hanno già avuto manifestazioni di problemi di qualche tipo negli anni precedenti, come problemi scolastici o comportamentali. A volte questi adolescenti sono già stati segnalati ai servizi territoriali, quindi sono stati presi in carico. Purtroppo queste prese in carico rischiano di frequente di non essere efficaci perché si tratta di situazioni che richiedono una visione complessa che riguarda la diagnosi del ragazzo, ma anche la valutazione del contesto familiare e sociale. Non sempre si ha uno sguardo così articolato e gli interventi, per tante ragioni, possono risultare un po’ dispersivi.
In che modo può intervenire la scuola?
La scuola può intervenire in diversi modi: alla base spesso ci sono dinamiche di gruppo, che nascono proprio in questo contesto. In generale la scuola li affronta attraverso provvedimenti disciplinari, come note, sospensioni o segnalazioni. Tuttavia questi interventi non incidono, anche se possono contenere un po’. Addirittura qualche volta finiscono per essere un fattore di rischio. Così, un ragazzo sospeso può finire per non frequentare più e sappiamo che la dispersione scolastica è un fattore di rischio per l’aggregazione di strada. Abbiamo bisogno di una scuola che abbia come obiettivo l’inclusione sociale, favorire i più svantaggiati, obiettivo che in molte realtà si persegue. Però, questo sforzo dovrebbe essere potenziato e non può gravare solo sulle spalle degli insegnanti. Le scuole dovrebbero avere supporti psico-socio-educativi che integrino questo obiettivo nel funzionamento didattico.
E dal punto di vista della normativa?
Il recente “decreto Caivano” ha aumentato sostanzialmente le pene. L’aumento delle pene è, però, inutile in questa situazione e anche controproducente perché produce un sovraffollamento delle carceri minorili con altri problemi, come il contagio all’interno delle carceri. Invece, più che l’inasprimento delle pene occorre tempestività. Cioè la risposta immediata del Tribunale. Cosa che accade per i reati più gravi, ma meno per i reati più lievi. A volte questi reati vengono messi in secondo piano. Anche i reati compiuti da minori di 14 anni richiedono risposte tempestive. Se si interviene un anno dopo c’è troppa distanza fra il problema che l’ha generato e la risposta. Occorrono interventi psico-socio-educativi in situazioni relativamente lievi che vanno presi come segnali di prime difficoltà. Intervenire solo sui reati gravi rischia di far perdere questi segnali di allarme. Bisogna poi capire bene quale sia il problema da cui è scaturita la violenza. La causa può essere, come abbiamo visto, un problema mentale, un disagio socio-economico e in altri casi la mancanza di integrazione culturale. Se non si capisce qual è il problema è difficile intervenire in maniera efficace.
Come Minotauro come lavorate?
Lavoriamo con un’équipe da molti anni con la giustizia minorile e vediamo ragazzi fra i 14 e i 18 anni sottoposti a procedimenti penali anche gravi. Facciamo valutazioni e interventi in collaborazione con i servizi della giustizia minorile e con il Tribunale. In sintonia con la logica del codice di procedura penale minorile italiano effettuiamo soprattutto interventi di supporto alla messa alla prova. Si tratta di lavori psicologici sociali e educativi. Lavoriamo per costruire progetti di riparazione sociale e di sviluppo coinvolgendo sia il minore, sia la famiglia. Possiamo dire che la messa alla prova in Italia si conclude nell’80% dei casi positivamente. Inoltre, abbiamo un’attività di ricerca.
In base a quanto registrato dal vostro osservatorio, cosa servirebbe per prevenire queste situazioni?
Nei primi anni di vita dei bambini sarebbero necessari interventi di supporto alle famiglie per favorire la costruzione di legami di attaccamento positivo. Nell’età delle medie, invece, la costruzione di gruppi di intervento a favore dell’elaborazione delle dinamiche di gruppo che si manifestano a scuola e interventi psico-socio-educativi complessi rivolti anche alle famiglie. Il problema economico è un problema rilevante, quindi ci vogliono luoghi pubblici che favoriscano l’aggregazione di gruppo. Inoltre, per molti ragazzi è necessario un inserimento rapido nel mondo del lavoro. Bisogna favorire anche l’inserimento lavorativo per chi non ha voglia o non ha la possibilità di attendere percorsi di formazione più lunga. Inoltre, nei servizi territoriali occorre sostituire una logica di diagnosi e cura con una logica di intervento più sistemico, che sia di supporto sia al ragazzo e alla famiglia. Serve una tempestività dell’intervento di risposta dei segnali allarmanti che però vada nella direzione di un’ interpretazione del disagio e di una risposta dei fattori di rischio che vengono individuati. Ancora, serve un maggior controllo del territorio. Questo non significa schedatura di tutti da parte delle forze dell’ordine, ma significa dare un senso di presenza anche con presidi territoriali, magari di tipo educativo. Infine, occorrono interventi pre-penali orientati alla messa alla prova. L’importante è che siano tempestivi anche per i reati di minore gravità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA