martedì 25 maggio 2021
Lo scrittore due volte Premio Strega racconta il suo essere figlio felice e il suo impegno come papà di cinque ragazzi: ci sono sempre...ma "non troppo sotto"
Lo scrittore Sandro Veronesi

Lo scrittore Sandro Veronesi - Ansa

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Tre, ormai adulti, vivono e lavorano fuori dall’Italia, gli altri due più piccoli abitano con lui e mamma Manuela nella loro casa romana. Ma dei suoi figli, quattro maschi e una femmina, avuti da due diversi matrimoni, lo scrittore Sandro Veronesi non vuole parlare. Il solito pudore? «No, è solo una questione di riservatezza», precisa. «Hanno le loro vite e non è giusto che diventino di dominio pubblico». «E poi – aggiunge – non è detto che quello che un padre dice dei figli sia tutto vero». Può sembrare reticenza, ma non è. È un modo di essere padre, rispettoso e protettivo quanto basta, delle sue creature.
Ed è proprio sul difficile mestiere di genitore, ma anche sull’essere figlio, che si dipanano le storie di almeno tre romanzi dello scrittore toscano, Caos calmo, Terre rare e Il colibrì. È un tema a lui caro quello della paternità, affrontato sin dall’esordio in letteratura, con quel Per dove parte questo treno allegro scritto a soli 19 anni, quando era ancora studente in Architettura. Senso di appartenenza, responsabilità, tenerezza, rispetto reciproco, bisogno di protezione l’uno dell’altro, anche nelle circostanze più dolorose, sono sentimenti che Veronesi, due volte Premio Strega, deve conoscere molto bene avendoli rappresentati con commovente verosimiglianza nei suoi personaggi letterari, cogliendone anche le sfumature.

Parliamo allora del suo rapporto con la famiglia d’origine. Chi erano i suoi genitori?
Mio padre Giannino, ingegnere edile, lavorava all’Ufficio tecnico del Comune di Prato, mia madre Luisa Govoni, faceva la casalinga, entrambi erano di origine bolognese. Ma è stata soprattutto la mamma a occuparsi di me e di mio fratello Giovanni (il regista di Genitori & figli-Agitare bene prima dell’uso, ndr), più piccolo di tre anni e mezzo. Credo che fosse una donna realizzata, come madre e moglie, pur non avendo un lavoro suo. A quel tempo era così, i soldi bastavano. Adesso è tutto diverso: per una famiglia monoreddito è dura andare avanti. I miei si sono sempre amati e rispettati. Io, invece, crescendo, ho sviluppato per carattere una tendenza al conflitto con mio padre, rispetto al quale lui però non si è mai tirato indietro. Nonostante questo da bambino e adolescente sono stato felice con loro. D’estate andavamo tutti al mare sulla spiaggia di Fiumetto, a Marina di Pietrasanta: eravamo così felici che vorrei che ogni famiglia fosse così.

E che cosa ha imparato da questo atteggiamento del papà, che lei definisce “normativo”?
Il diritto a nutrire dubbi, perchè un padre sa più del figlio come vanno le cose di fronte a certe scelte. Sono stato facilitato, come padre, da questa esperienza. Il mio modello di genitore, però, l’ho preso più da mamma che da papà: lei era più accomodante e anche se mi sorvegliava non interferiva, proprio per evitare i conflitti. Ma io ho dovuto gestire la fase critica della mia separazione e del divorzio, e la questione dell’affidamento dei figli, e ho saltato il modello paterno di provenienza.

Ma lei che figlio pensa di essere stato?
Sono stato molto figlio, nonostante la dura conflittualità con mio padre. Io e mio fratello ce ne siamo andati via da ragazzi lasciando i nostri genitori soli ma a me da adulto è toccato un privilegio: mi sono potuto occupare di loro fino alla fine, sono morti a casa uno dopo l’altro a seguito di una lunga malattia.

E con suo fratello Giovanni quale dinamica si è innescata?
È il fratello ideale. Con lui ho trovato la giusta distanza, non ci stiamo mai troppo addosso ma tra noi non c’è del non detto. Ci viene naturale. Abbiamo mantenuto anche da adulti la nostra schiettezza nel rapportarci. Viviamo in quartieri vicini, a Roma, e ci ritroviamo spesso ma tutti e due manteniamo fede a quei confini che ci permettono di mantenere un’equità tra noi. Tant’è che lui non ha mai scritto libri, per esempio, e io non ho diretto film. La regola tra noi è mantenere le distanze giuste.

Ma lei che tipo di padre è?
Che padre sono possono dirlo soltanto i miei figli. Detto ciò, posso dire che padre mi sforzo di essere. Sto a attento a non dare nemmeno l’impressione di fare delle preferenze, cerco di mantenere un’equità tra tutti e cinque i figli, anche se non li tratto tutti allo stesso modo. Ma non sono un padre assente, questo credo di poterlo dire, sto attento a loro, li custodisco, anche se non se ne accorgono. Ho imparato a saper dire no quando serve, anche nelle cose banali. Tutto si potrà dire di me ma certo il mio sforzo personale con i figli c’è stato e c’è. Quando mi sono separato dalla mia prima moglie, per esempio, ho cercato di stare vicino a loro anche rinunciando a fare i weekend fuori casa perché credo che l’assenza in questi casi equivalga a una fuga. Presente sì, ma non troppo, perché, come diceva Sant’Agostino, un’eccessiva presenza è un amore male indirizzato. Insomma, se gli stai troppo sotto devi fare un passo indietro.

I figli hanno sempre bisogno di una sponda per non debordare?
Sì. Una sponda sulla quale a volte andare anche a sbattere, perché sappiano quali sono i valori che io vorrei trasmetter loro. Ma la sponda dovrà essere diversa per ognuno dei figli, adattarsi, per così dire, alla loro personalità, perché altrimenti lo sforzo di aiutarli a costruire se stessi nel rispetto dei valori che intendono onorare, quello sforzo, senza una differenziazione tra figlio e figlio, con principi e regole stabiliti una volta per tutte, risulta troppo rozzo, e in quanto tale piuttosto facile da ignorare.

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