Mazzolini di ricordi
Per celebrare i defunti portiamo fiori e piante. Già tredicimila anni fa gli antichi offrivano salvia e menta ai parenti

Un mazzo di crisantemi, una rosa o magari una piantina verde. A portare i fiori sulle tombe delle persone che non ci sono più siamo abituati, soprattutto il 2 novembre quando si celebra la Commemorazione dei defunti. Ma perché? Chi ha avuto per primo l’idea di quella che oggi è diventata una tradizione? Per scoprirlo bisogna tornare indietro di tredicimila anni quando non esistevano né i fiorai né i cimiteri come li conosciamo oggi. A quell’epoca risalgono quattro sepolture che gli archeologi hanno trovato nella grotta di Raquefet, in Israele: nel terreno erano impressi, come delle impronte, i segni di piante fiorite. Gli uomini che vivevano lì – è la ricostruzione fatta degli esperti – avevano rivestito le tombe con uno strato di foglie e fiori. Tra le piante scelte per lo scopo c’erano salvia e menta che, oltre ad avere dei fiori belli da vedere, avevano anche il merito di profumare e coprire odori indesiderati. Questa è la prima testimonianza dei fiori per omaggiare i defunti ma forse, ancora prima, gli uomini di Neanderthal avevano già iniziato la tradizione: in una grotta dell’Iraq, negli anni Cinquanta, fu trovata una sepoltura di decine di migliaia di anni fa circondata da polline. Forse – è un’ipotesi – gli amici del defunto avevano portato petali per ricordarlo.
Fiducia nella vita eterna
Corone e ghirlande sono state trovate nelle necropoli etrusche e rappresentate nelle decorazioni dell’epoca: secondo gli archeologi simboleggiavano la fertilità, il ciclo della natura e la continuità della vita dopo la morte. Per gli stessi motivi gli antichi Greci portavano ai cari scomparsi viole, mirto e alloro. Ai romani invece piacevano le rose e, a maggio, durante la fioritura di questa specie, si riunivano presso le tombe dei parenti, mangiavano insieme e deponevano fiori freschi. Alcune famiglie coltivavano giardini intorno alle sepolture così da avere sempre i fiori a disposizione; altri preferivano piantare cipressi: questi alberi slanciati e sempreverdi rappresentavano il legame tra terra e cielo. Oggi la tradizione dei fiori continua: nella religione cristiana rappresentano la speranza nella resurrezione e nella vita eterna.
Crisantemi, felci e tageti
In Italia e in Francia i crisantemi si sono guadagnati loro malgrado il titolo di “fiori dei morti” perché questa specie sboccia proprio a inizio novembre e resiste bene al freddo di questa stagione. Non dappertutto, però, i crisantemi sono associati ai defunti: in Giappone augurano longevità e portano talmente bene che sono inclusi anche nello stemma della famiglia imperiale. Per omaggiare i morti i messicani preferiscono il cenpasúchil, un fiore simile al tagete giallo o arancione: i colori del sole e il profumo intenso aiuterebbero le anime dei propri cari a ritrovare la strada di casa e per questo durante il Dia de Muertos si spargono i petali di questa varietà. Il fiore di loto, in Giappone, è quello incaricato di portare in cielo chi scompare; mentre a Thaiti i corpi dei defunti vengono circondati da mazzi di fiori e felci che dovrebbero aiutare il viaggio nell’aldilà.
Un aquilone per parlarti
Il silenzio richiesto nei nostri cimiteri non si trova in quelli filippini: durante l’Undas, la ricorrenza che comprende Ognissanti e commemorazione dei defunti, le famiglie si ritrovano intorno alle tombe e pregano, accendano candele, cantano e mangiano trasformando la visita al caro estinto in un ritrovo di parenti. In Moldavia i morti si festeggiano dopo la Pasqua ortodossa: i parenti raggiungono i cimiteri con uova dipinte, dolci e altri cibi da condividere e offrire in ricordo dei defunti. Una delle usanze più belle – dal 2024 patrimonio culturale dell’umanità – è del Guatemala: nei paesi di Sumpango e Santiago Sacatepequez per le celebrazionid i novembre vengono costruiti gigantesci aquiloni di carta colorata, alcuni grandi come una casa. Servono a comunicare con gli antenati e ad allontanare gli spiriti cattivi.
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