Oltre le vetrine rotte: la guida per i genitori che vogliono educare i figli alla legalità
di Luciano Moia
E se per una attimo smettessimo di distribuire colpe alle generazioni adulte e affrontassimo il tema della rabbia e della violenza dei giovani dal punto di vista delle famiglie? Ci abbiamo provato in questo longform. A partire da un documento della Chiesa...

Colpa dei genitori, colpa della politica, colpa dei social, colpa di un’immigrazione senza regole, colpa del capitalismo che con i suoi falsi miti illude e confonde, colpa della mancanza di regole chiare, colpa del permissivismo, colpa delle diseguaglianze sociali, colpa della polizia che non ha saputo prevenire, colpa degli amministratori locali che non si curano delle periferie, colpa del vuoto di valori, colpa della scuola, colpa di tutti e di nessuno. Quante ne abbiamo sentite dopo le devastazioni dell’altra settimana a Milano. Tutto condivisibile, o quasi. Ma la questione è tanto vasta, tanto profonda, tanto complessa da sollecitare nuove analisi e nuovi tentativi di capire i motivi che stanno alla base di quanto capitato. Anche se tanto è stato già detto, non è forse azzardato aggiungere qualche pensiero su un versante poco indagato e sempre visto con un certo sospetto, quello dell’educazione alla legalità e alla giustizia. Riflessione non inutile anche per sgomberare il campo dall’equivoco secondo cui ribadire il valore della legalità e della giustizia significa stare con i poteri forti, “dalla parte della polizia” o comunque di coloro che sono visti come sostenitori della repressione. Non è così. E, come Chiesa, abbiamo le carte in regola per dirlo. Nel 1991, in un contesto storico segnato dalle stragi di mafia e dal moltiplicarsi delle inchieste di corruzione, i vescovi italiani pubblicarono un documento, “Educare alla legalità”, che fece molto discutere perché, in modo chiaro e controcorrente, veniva sottolineata l’esigenza di rispondere alla crisi morale dilagante non con l’inasprimento delle leggi, non con la forza delle armi, ma con l’educazione, con il richiamo al senso del bene comune e della responsabilità individuale.
La legalità, nel documento, è presentata come espressione diretta della giustizia che, a sua volta si fonda sull'inalienabile dignità della persona umana e sui suoi diritti-doveri sociali. Spiazzante anche l’idea, espressa nel testo, secondo cui la legalità non è un’arma in mano ai potenti per aumentarne i privilegi oppure per proteggere gli egoismi individuali o di gruppo, ma uno strumento per proteggere innanzi tutto i deboli e gli indifesi, garantendo che i diritti proclamati sulla carta diventino effettivamente fruibili per tutti, senza bisogno di "protezioni" o raccomandazioni. Il documento invita poi a superare la cultura della rassegnazione – il mondo va così e non possiamo farci niente – ma anche quell’atteggiamento da furbastri secondo cui gli interessi collettivi, quando occorre e quando fa comodo, possono sempre essere subordinati a quelli individuali e di parte. Insomma, senso della legalità come antidoto al dilagare della corruzione e del malcostume. Pochi mesi dopo l’uscita di “Educare alla legalità” scoppiava Tangentopoli e non furono pochi quelli che si stupirono per la carica profetica di un testo che sembrava tracciare un quadro chiaro e consapevole dei comportamenti etici, la cui assenza era alla base di quanto doveva succedere. Tanto che il discorso sul valore della coscienza personale da formare in modo paziente e metodico per costruire una più salda coscienza sociale, come premessa di giustizia e di libertà per una società migliore, rimane tra gli spunti più originali – e purtroppo inascoltati - del testo.
Qui però ci interessano soprattutto le indicazioni pedagogiche ed educative arrivate dalla Chiesa italiana per diffondere e radicare, allora come oggi, il senso della legalità e della giustizia. La prima scuola di cittadinanza, spiegano i vescovi, è la famiglia, cioè il luogo primario in cui si apprende la solidarietà, il rispetto dell'altro e il valore delle regole comunitarie attraverso il dialogo e la coerenza degli adulti. Una sottolineatura di assoluta attualità, da condividere e da riprendere con la stessa forza a distanza di oltre 35 anni. Se in questi tre decenni la famiglia è profondamente cambiata, se le trasformazioni e le disgregazioni l’hanno indebolita e atomizzata, certamente non sono cambiati i compiti educativi dei genitori, chiamati a far respirare un clima familiare in cui i ragazzi possono sperimentare il concetto di regola, il senso del rispetto dell'altro, l’esito delle proprie azioni, l’opportunità di scegliere il bene come vantaggio per sé e per gli altri perché – va spiegato - dal male derivano solo conseguenze negative, opportunità effimere ed ingannevoli da cui stare alla larga. Come si impara questa verità in famiglia? Come tutti gli altri processi educativi, quindi con i fatti, con gli esempi e, infine, con le parole.
Perché le regole della casa vanno trasformate in un patto condiviso?
Cominciamo dalle regole che non vanno mai intese come un codice astratto, ma come un aiuto a svolgere meglio un determinato compito. Le regole imposte dall'alto generano spesso rifiuto o sottomissione formale, le regole condivise generano responsabilità. Ma perché questo succeda è indispensabile che i ragazzi comprendano il senso di quanto chiediamo loro e i vantaggi che ne derivano per sé stessi e per gli altri membri della famiglia. Le indicazioni sugli orari di studio, sull’uso corretto dei vari device elettronici, sui comportamenti da adottare per migliorare l’organizzazione della casa, non sono finalizzati a soddisfare le piccole manie dei genitori, ma a costruire benessere per tutti ed esprimono il rispetto e l’amore verso coloro che vivono insieme a noi. Chi trasgredisce non è il più furbo o il più “cattivo”, ma è solo un ragazzo che non è stato aiutato a comprendere la soddisfazione e i vantaggi che derivano dal portare a termine bene i propri compiti. Quando una regola è scelta e discussa insieme, diventa uno stile di vita che entra in profondità nel cuore dei ragazzi e ne modella comportamenti e personalità.
Un punto tanto più vero se spieghiamo loro che ogni regola, quando si rivela inutile e inadeguata, può essere cambiata perché, per sviluppare la costruzione di una responsabilità attiva e consapevole, non servono dogmi rigidi ma leggi che siano davvero al servizio delle persone e delle loro esigenze. Un principio evangelico – “Il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato” (Mc, 2,27) - che funziona tra le pareti di casa ma anche a scuola, nel mondo dello sport, nei rapporti sociali, per tracciare quel percorso personale e collettivo che spiega il valore della democrazia. Ecco perché un’autentica educazione alla legalità e alla giustizia, diventa anche una via privilegiata per spiegare il senso della politica come costruzione del bene comune. Concetto quasi impossibile da comprendere per chi oggi guarda al dibattito politico. Eppure non possiamo rassegnarci. Educare vuol dire anche proporre nuovi punti di vista, capaci di ribaltare il pensiero comune per introdurre spunti più originali e stimolanti. Non potremo mai spiegare ai nostri ragazzi il valore della regola, in una chiave di legalità e di giustizia, se non ne indichiamo gli aspetti positivi al servizio di una vita migliore, di un bene che si estende a tutti e ne rafforza identità, dignità e libertà. Ma tutto va costruito con esempi concreti, partendo da episodi della vita reale, da situazioni incontrate e vissute. I ragionamenti teorici, soprattutto su questioni così complesse, difficilmente fanno breccia.
Perché va insegnato che i conflitti non si risolvono con la sopraffazione?
Un altro punto fondamentale per educare alla legalità e alla giustizia è quello della gestione dei conflitti. La violenza e la prevaricazione nascono spesso dall'incapacità di gestire le frustrazioni, di accettare i "no" e di riflettere sui motivi del disaccordo con i propri pari o con gli adulti. In queste situazioni è facile per i genitori cadere nella tentazione di risolvere tutto urlando o imponendo la propria autorità di adulti, della serie “devi fare così perché lo dico io”. Un atteggiamento che non risolve nulla e genera solo malumori e incomprensioni. Occorre invece abituare i ragazzi a non esprimere rabbia, ad ascoltare le ragioni dell'altro, a cercare una mediazione. Si impara la giustizia quando si riconosce che anche l'altro ha dei diritti e che questi diritti vanno rispettati e devono diventare motivo di riflessione. Non c’è altra strada. Anche nelle situazioni più difficili e più delicate, occorre abituare i figli a porsi sistematicamente la domanda: "Se tu fossi al suo posto, come ti sentiresti? Prova a metterti nei suoi panni, cerca di capire perché ha agito in quel modo". Si tratta di una riflessione che spesso non porta a risultati concreti. Ma il solo fatto di fermarsi a pensare, di cercare insieme le ragioni di un comportamento, possono diventare una via importante per affinare un’abitudine decisiva in una prospettiva di crescita interiore, quella di guardarsi dentro e di esaminare quanto succede alla luce della propria coscienza. E quando si arriva a mettere a fuoco i contorni di un errore, più o meno grave – non parliamo naturalmente di reati - occorre sollecitare i ragazzi a chiedersi come riparare, come porre rimedio all’offesa arrecata. In famiglia non ci sono tribunali o sentenze, ma anche per l’ordinaria gestione di quanto succede tra le pareti di casa, la soluzione più efficace è spesso la giustizia riparativa a cui occorre abituare i ragazzi già nella quotidianità delle piccole dinamiche domestiche.
Ogni gesto, va spiegato, ha una serie di conseguenze che devono essere comprese e risolte. Una lite, un’offesa, una trasgressione vanno riparate con azioni coerenti, senza il timore di perdere la faccia. Anzi, quanto più si è disposti a chiedere perdono e a risarcire concretamente le vittime – non parliamo di denaro ma di incombenze, di gesti di riparazione di cui farsi carico – tanto più si potrà vedere che il bene produce frutti capaci di annullare e cancellare il male. È una lezione straordinaria, da cui si può comprendere in profondità il senso della legalità e della giustizia. Ecco perché uno degli errori più disastrosi che un genitore possa commettere è quello di coprire, nascondere, giustificare gli errori dei propri figli. Di fronte a un ragazzo che sbaglia, minimizzare, ridimensionare o addirittura negare, significa a nostra volta cadere nell’errore, precludergli un futuro da adulto consapevole e condannarlo a una sorta di perenne immaturità.
La coerenza degli adulti: il punto decisivo
Anche per l’educazione alla giustizia e alla legalità l’esempio degli adulti, innanzi tutto dei genitori, è decisivo. Ma i ragazzi sono attentissimi anche ai comportamenti di insegnanti, educatori, allenatori sportivi. L’atteggiamento vincente è sempre la coerenza tra parole e fatti, tra quanto si vorrebbe insegnare con le parole e i nostri comportamenti reali. L’adolescente sviluppa un'estrema sensibilità verso le ipocrisie degli adulti. Dire loro di rispettare le regole mentre si trasgrediscono piccole norme quotidiane distrugge la credibilità educativa. Vale in tutte le circostanze. Se, quando ci mettiamo in auto con i nostri figli, trasformiamo il nostro veicolo in una sorta di mezzo d’assalto da cui inveire contro gli altri automobilisti, superare dove è vietato, parcheggiare in seconda fila e, quando abbiamo la speranza di non essere visti o di non rischiare contravvenzioni, ignorare ogni regole del codice della strada, finiremo per perdere ogni credibilità e daremo ai ragazzi un messaggio sbagliato e dannoso. Anche nella vita quotidiana l’onesta nelle piccole cose, per esempio la correttezza nel non saltare le file, la cortesia verso chi lavora, la fermezza nel rifiutare scorciatoie furbesche, insegnano più di tanti discorsi moralistici.
Troppo spesso dietro una facciata rispettabile, c’è una vita vissuta sul filo dell’illegalità, alla ricerca di espedienti per aggirare leggi e regolamenti. I ragazzi intuiscono e dissentono. Capita ovunque, purtroppo, anche in ambienti come quello del volontariato, del terzo settore, dell’impegno sociale. Una delle esperienze peggiori, in tema di educazione alla legalità e alla giustizia, è quella di verificare che dietro iniziative ammantate di impegno solidale, magari nobilitate da principi evangelici, si nascondono interessi personali, sotterfugi, piccole ingiustizie. Verificare, per esempio – come capitato a una famiglia di amici - che in un gruppo di acquisto solidale, nato nell’ambito di una comunità parrocchiale, c’è chi sottrae la frutta migliore dalle casse destinate alla distribuzione, per rivenderla e intascarne il piccolo guadagno relativo, è un’esperienza che distrugge agli occhi dei ragazzi mille lezioni sulla legalità e sulla giustizia.
Il rispetto della legge deve avvenire anche nel digitale?
Non è facile, certamente, viaggiare sempre sul filo della coerenza. Anche e soprattutto a proposito di tutto quanto avviene in rete. Abbiamo più volte fatto notare come oggi, per la maggior parte degli under 30, ma anche per tutti coloro che si ritengono “diversamente giovani”, i confini tra on line e on life sono talmente sfumati da scomparire. Ma è fuori dubbio che violenza e l'illegalità giovanile passano a doppio filo dai social media e dalla valanga di video che, in ogni istante, scorrono sui cellulari dei nostri figli spesso senza un filo logico, mescolando situazioni, persone, episodi, emozioni. Per un ragazzo non è sempre facile cogliere il senso, spesso confuso, spesso nascosto, spesso ambiguo di questo caleidoscopio stordente ma affascinante. Ecco perché parlare di ciò che accade in rete, spiegare che la privacy altrui va rispettata, che le parole scritte online hanno lo stesso peso di quelle dette a voce e che condividere o deridere il disagio altrui sul telefono è una forma di violenza reale dalla condivisione di video di risse alla gogna online, è ormai parte integrante e irrinunciabile di qualsiasi percorso di educazione alla legalità e alla giustizia. Ma, anche in questo caso, la coerenza è premessa irrinunciabile. Sollecitare un utilizzo coerente dello smartphone significa a nostra volta motivarne l’uso, soprattutto se frequente come spesso avviene, quando si è in compagnia dei nostri ragazzi. Introdurre un'educazione digitale critica serve anche a smascherare la tossicità della cultura dell'apparenza. I giovani devono comprendere che la spettacolarizzazione della violenza online non è un gioco virtuale, ma produce danni reali, ferite profonde e conseguenze giudiziarie indelebili.
Promuovere la cura del bene comune crea appartenenza
Per comprendere il senso della legalità e della giustizia occorre anche aiutare i nostri figli a uscire dai confini del proprio mondo, occorre spiegare loro che facciamo parte di una comunità in cui c’è una storia, c’è un passato comune, ci sono patrimoni culturali, artistici, ambientali che vanno conosciuti, compresi e tutelati. Raccontare il rapporto che esiste tra legalità, giustizia, civiltà, arte, ambiente è una questione decisiva. Ma non si può aiutare i ragazzi a crescere in consapevolezza nei confronti del territorio in cui si vive, se non riusciremo a promuoverne una conoscenza approfondita e meditata. La maggior parte dei giovanissimi italiani, spesso immigrati di seconda generazione, che qualche giorno fa ha distrutto decine di vetrine nei dintorni di piazza Duomo, ignorava quasi certamente il significato dei monumenti e degli edifici che si trovano nel centro di Milano. Il cuore del capoluogo lombardo, come quello di tutte le nostre città, non è solo uno spazio urbano, ma è lo specchio della nostra identità, del nostro sentire comune, di un passato che risulta decisivo anche per tracciare il futuro. Quelle pietre, più che opere d’arte, sono il profilo di una civiltà, un serbatoio di valori, un archivio della memoria. Conoscere il paesaggio urbano in cui ci muoviamo, apprenderne la storia e comprenderne il senso è il primo passo per sviluppare un desiderio di cura e di tutela. Quando un ragazzo impara a prendersi cura di ciò che è di tutti, difficilmente lo danneggerà o tollererà che altri lo facciano. Qui, evidentemente, non servono regole, non servono cartelli con l’elenco dei divieti, ma è indispensabile un lavoro attento di educazione alla conoscenza di quel patrimonio culturale che è parte integrante della nostra civiltà. Quello che un tempo avveniva, almeno in parte, con la trasmissione generazionale, oggi non può evidentemente verificarsi con le famiglie immigrate.
Secondo una ricerca realizzata un paio di anni fa dall’Istituto di antropologia per la cultura della famiglia e della persona, che ha promosso un progetto di integrazione a partire dalla secolare quadreria del Policlinico di Milano, quasi il 90 per cento dei bambini che frequentano le scuole primarie nelle periferie della città, non era mai stato in piazza Duomo. Come pretendere che quei ragazzini, una volta cresciuti, avvertano nei confronti della città che li ospita sentimenti di tutela, di promozione, di custodia? Per loro, come infatti è avvenuto, quelle vie non rappresentano una parte rilevante del patrimonio storico-artistico appartenente a tutta la comunità, ma una zona di nessuno in cui imporre la propria legge, un’esposizione di oggetti di lusso da assaltare e da saccheggiare. Ecco perché l’educazione alla legalità e alla giustizia passa anche attraverso la cura del bene comune, della città in cui si vive, dell’ambiente che ci accoglie. Educare alla legalità e alla giustizia non significa insegnare il rispetto formale delle leggi – quasi impossibile sulla base di indicazioni solo teoriche - ma costruire dal basso il senso civico, insegnare la responsabilità personale e la capacità di abitare lo spazio pubblico come un bene comune da comprendere, da rispettare, da amare.
Perché serve un nuovo patto tra famiglie, scuola, comunità?
Ma chi fa questo lavoro oggi? Le difficoltà della scuola sono ben note, quelle delle famiglie – soprattutto se immigrate – anche. È necessario quindi ricostruire un'alleanza forte e visibile tra genitori, docenti, educatori di strada e istituzioni locali. Genitori e insegnanti devono condividere una linea di valore coerente, evitando di giustificare comportamenti scorretti e diventando essi stessi modelli credibili di legalità quotidiana. E poi c’è il ruolo fondamentale dell’associazionismo, del privato-sociale, della comunità ecclesiale. Pretesa eccessiva quella di tornare a vedere le nostre comunità protagoniste di questi essenziali percorsi educativi, come avvenuto nel 1991, in occasione della promozione del documento “Educare alla legalità”? Crediamo di no. Sarebbe un compito straordinario per la comunità cristiana quello di farsi nuovamente promotrice di un progetto per la formazione di una nuova etica capace di promuovere la responsabilità individuale e collettiva, facendo acquisire ai ragazzi la consapevolezza del loro ruolo fondamentale nel processo di tutela e di custodia del patrimonio storico, artistico, ambientale. Entrare nella contemporaneità, aprire gli occhi sulle difficoltà del presente, significa anche riconoscere il valore delle implicazioni antropologiche e della tradizione storico-culturale come strada maestra di educazione al senso della legalità e della giustizia. E quindi, concretamente, coinvolgere i giovani nella cura attiva e nella rigenerazione dei luoghi in cui vivono. Quando un ragazzo partecipa alla riqualificazione di un parco, alla gestione di un centro sociale oppure a un iniziative di quartiere, il suo legame con il territorio cambia: da spazio da vandalizzare a casa comune da tutelare.
Che alternative ci sono oltre alla repressione?
La violenza giovanile è spesso il sintomo di un profondo disagio inespresso, di un bisogno di visibilità distorta o di una incapacità di gestire la frustrazione e la rabbia. Prima di giudicare, occorre creare spazi di ascolto autentico. I giovani hanno bisogno di sentire che le loro emozioni e le loro fragilità sono viste. L'educazione alla legalità inizia insegnando a riconoscere il dolore dell'altro, trasformando l'empatia nel primo vero argine contro la sopraffazione. Spesso nei contesti di gruppo (il branco) la responsabilità individuale si dissolve, alimentando un senso di onnipotenza e di immunità.
È fondamentale riaffermare che ogni azione ha conseguenze tangibili sugli altri. Educare alla giustizia significa insegnare che la libertà di ciascuno finisce dove inizia quella altrui, e che la trasgressione delle regole non è un "atto di coraggio" o una bravata, ma una lesione dei diritti della comunità. Una scelta che non fa male soltanto a chi la subisce e a chi la compie, ma anche a tutti noi.
Sappiamo bene che la devianza giovanile prospera dove c'è vuoto, noia, mancanza di prospettive e assenza di luoghi aggregativi sani e accessibili. Abbiamo più volte ribadito che la legalità non si impone con i divieti, ma si promuove offrendo opportunità. Sport, musica, teatro, laboratori artistici e percorsi di cittadinanza attiva devono diventare accessibili a tutti, soprattutto nelle periferie. Dare ai giovani la possibilità di esprimere il proprio talento e la propria energia in modo costruttivo è la prevenzione più efficace in assoluto. Se la repressione, come risposta immediata e inflessibile a tutela dell'ordine pubblico e della percezione di sicurezza, è indispensabile per arginare il fenomeno, dall'altro la prevenzione sociale e l’impegno educativo vanno considerati gli unici veri antidoti strutturali per disinnescare le cause profonde del disagio. Prevenzione ed educazione agiscono prima che il reato venga commesso. Intervengono sui fattori di rischio: la dispersione scolastica, la povertà educativa, la mancanza di spazi di aggregazione, il disagio psicologico e l'assenza di punti di riferimento adulti. Strumenti come il potenziamento dei servizi di educazione di strada, i centri di aggregazione giovanile aperti e inclusivi, i laboratori artistici e sportivi nelle periferie e il supporto psicologico nelle scuole mirano a ricucire il tessuto sociale e danno ai ragazzi alternative concrete alla strada e al gruppo deviante. Certo, servono tempi lunghi. I frutti della prevenzione sociale non si vedono nel giro di poche settimane, ma richiedono anni di continuità politica, investimenti economici stabili e una rete territoriale coesa, in cui amministrazione locale, terzo settore, scuole, famiglie possano essere messi nella condizione di agire in modo concordato e coerente. È utopia sperare che questa saldatura virtuosa possa davvero verificarsi in tempi ragionevoli, al di là delle divisioni politiche e degli orientamenti culturali?
Come educare alla legalità con un libro o con un film?
Affrontare temi complessi come la legalità, la giustizia e il valore delle regole insieme ai ragazzi attraverso la lettura o la visione condivisa di un film è uno degli strumenti più efficaci per stimolare il dialogo in famiglia. Le storie aiutano a "uscire dalla morale" calata dall'alto e a immedesimarsi nelle conseguenze delle scelte. Ecco una selezione di libri, film e serie TV pensati per i ragazzi (e ideali per essere discussi insieme) divisi per chiavi di lettura:
"Per questo mi chiamo Giovanni" di Luigi Garlando (Rizzoli)
Perché leggerlo: È un grande classico della letteratura civile per ragazzi. Un padre racconta al figlio di dieci anni la storia di Giovanni Falcone, camminando per Palermo. Spiega cos'è la mafia, la paura, il coraggio e perché il rispetto delle regole e della giustizia riguarda la vita di tutti i giorni.
"L'onda" di Todd Strasser (Bur) (ispirato a fatti reali e al celebre esperimento sociale)
Perché leggerlo: Racconta di un professore che, per spiegare come è nato il nazismo, crea in classe un movimento basato su disciplina rigida, regole ferree e spirito di gruppo ("La Onda"). Il romanzo mostra con impressionante lucidità quanto sia facile per i ragazzi cadere nella trappola del conformismo, del branco e della perdita di individualità in nome di un falso senso di appartenenza.
"O' Maé. Storia di judo e di camorra" di Luigi Garlando (Piemme)
Perché leggerlo: Ambientato a Scampia, racconta la storia di un maestro di judo (ispirato alla figura reale di Gianni Maddaloni) che usa lo sport come argine alla strada e alla criminalità. Insegna che la vera forza non è la prevaricazione, ma la regola accolta e rispettata sul tatami come nella vita.
"La mafia uccide solo d'estate" di Pif (Commedia drammatica)
Perché vederlo: È un film straordinario perché usa l'arma dell'ironia e della leggerezza (visto attraverso gli occhi di un bambino prima e di un adolescente poi a Palermo) per raccontare decenni di storia mafiosa e di assuefazione alla illegalità. Perfetto per ridere insieme ma anche per riflettere su quanto la normalizzazione del malaffare sia pericolosa.
"Il ragazzo con la bicicletta" dei fratelli Dardenne (Drammatico)
Perché vederlo: Racconta la storia di Cyril, un ragazzino arrabbiato, abbandonato dal padre, che sta per scivolare nella microcriminalità e nella violenza di gruppo. Sarà l'incontro inaspettato con una donna (Samantha) che decide di prendersi cura di lui a offrire uno sguardo profondo sulla giustizia, sul perdono e sulla possibilità di un riscatto prima che sia troppo tardi.
"Gran Torino" di Clint Eastwood (Drammatico/Formazione)
Perché vederlo: Indicato per ragazzi adolescenti. Esplora il tema del pregiudizio, del vicinato, delle dinamiche delle gang giovanili di strada e del confine sottile tra farsi giustizia da soli e assumersi una responsabilità etica estrema per proteggere gli altri.
Serie TV: linguaggi vicini ai ragazzi per aprire il dibattito
"Skam Italia" (Netflix)
Perché vederla: Pur essendo una serie teen di grande successo focalizzata sulla vita liceale, affronta con estremo realismo temi cruciali: il rispetto del consenso, la pressione del gruppo, il cyberbullismo, la responsabilità delle proprie azioni digitali e il peso delle colpe e del perdono all'interno delle dinamiche amicali. Ogni stagione adotta il punto di vista di un personaggio diverso, mostrando le sfaccettature morali delle scelte quotidiane.
"Volevo far la rockstar" (RaiPlay)
Perché vederla: Una serie familiare brillante e profonda che racconta le difficoltà di periferia, la responsabilità genitoriale precoce e il valore della solidarietà sociale e della legalità vissuta non come divieto, ma come patto di cura reciproca tra persone che non hanno nulla.
Le domande da porre in famiglia
Quando si affronta con i ragazzi il tema dell’educazione alla legalità e alla giustizia, l'errore da evitare è la predica moralistica ("Vedi cosa succede a comportarsi male?"). Funziona molto di più fare domande aperte, affrontare insieme situazioni specifiche, discutere su quanto visto e ascoltato. Poi lasciare che siano loro a esprimersi. Ecco cinque esempi, con relative domande, da cui possono nascere spunti educativi
1) Gli episodi di cronaca di questi giorni sono uno spunto straordinario per porre domande di questo tipo: “Qual è stato il tuo primo pensiero di fronte alle immagini delle vetrine infrante? Perché quei ragazzi volevano prendere quelle felpe firmate? Per protestare è necessario nascondere il volto?”
2) Dopo aver guardato insieme un film, non necessariamente tra quelli indicati, si può chiedere: "Secondo te perché quel personaggio ha fatto quella scelta? Quanto è stata importante la preoccupazione di essere accettato dal gruppo? Ti è capitato di non essere d’accordo con i tuoi amici? L’hai detto apertamente o hai preferito cambiare discorso"
3) Dopo un litigio a scuola in cui nostro figlio è stato coinvolto: “Credi davvero che il tuo amico avesse torto? Puoi sforzati di capire perché si sia comportato a quel modo? Non credi sia meglio chiarire con lui quello che è successo? Forse dovresti mandargli un messaggio per scusarti e capire insieme come superare il problema?” E il ruolo dei genitori? La decisione va presa, evidentemente, in base all’età dei figli e alla gravità dei fatti, ma la regola di base dovrebbe essere quella di intervenire solo se è lui/lei a chiederlo
4) Dopo un atto vandalico a cui si è assistito. “Adesso occorre aggiustare tutto. Chi dovrebbe preoccuparsi di farlo? Sai qual è il confine tra uno scherzo e un danno reale? Ritieni che si sia trattato di un gesto isolato oppure è qualcosa che capita spesso? Qual è il modo migliore per far capire a quel ragazzo/a che ogni gesto ha qualche conseguenza e che occorre accettare la punizione?”
5) Dopo una passeggiata nel parco: “Chi dovrebbe pulire e sistemare i viali, i prati, le panchine? Non pensi che anche noi potremmo fare qualcosa per rendere migliore questo posto? Domenica c’è un’associazione che organizza una giornata ecologica, perché non partecipiamo?”
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