Maternità e studio: come non costringere più le donne a scegliere
L'età media in cui le donne hanno il primo figlio in Italia è salita a 32 anni, un record. Gli studi sulla penalizzazione di maternità per le donne che fanno ricerca possono offrire spunti di riflessione

Trentadue anni: è l’età media in cui le donne in Italia diventano madri per la prima volta. Il dato, fornito dall’Istat con l’ultimo report su natalità e fecondità della popolazione residente nel 2025, rappresenta un record per il nostro Paese. E' noto: si diventa genitori sempre più tardi, ed è una tendenza in atto da tempo: trent’anni fa il primo figlio nasceva da madri mediamente più giovani di quattro anni, e ovviamente anche l’età media del parto, tenendo conto di tutti i figli, oggi è salita ulteriormente: 32,6 anni. Queste cifre esprimono bene la trasformazione culturale e degli stili di vita che segna un po’ tutte le società moderne in fatto di natalità: la posticipazione di un passaggio speciale dell’esistenza è dovuta a molti fattori, come il tempo dedicato allo studio, l’insicurezza economica, la precarietà del lavoro, i costi delle case, le difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, magari la difficoltà a trovare un compagno, ma anche, e soprattutto, la volontà di fare più esperienze prima di diventare genitori, in un contesto in cui anche questo passaggio non è considerato così fondamentale come lo era un tempo.
Maternità e studio sono inconciliabili?
Preso atto di tutto questo, la domanda un po’ antistorica che ci si può porre, anche in modo provocatorio, è se siamo davanti a un destino ineluttabile, oppure no. Lecito chiederselo, dal momento che il calo delle nascite – sono stati 355.772 i bebè venuti al mondo in Italia nel 2025, con un tasso di fecondità calato a 1,14 figli per donna – si spiega in parte proprio con l’età più alta del parto, che rende poi più difficile avere un secondo figlio, o altri. E che il crollo della natalità, se talvolta dipende da scelte consapevoli, spesso esprime un desiderio non realizzato o un sogno accantonato. In questo senso, l’aspetto più interessante da indagare riguarda l’istruzione delle donne, una grande conquista della modernità, e forse il fattore più critico nel valutare le traiettorie di realizzazione personale. Prendiamo ad esempio i dati italiani. Per le donne laureate l’età media del parto è di quasi 35 anni, per chi si è fermata al diploma superiore è di 32,5 anni, chi ha solo la licenza media diventa madre mediamente a 29,7 anni. È chiaro che studiare apre prospettive, ma diventa penalizzante in termini di maternità (anche se la forbice tra i diversi titoli di studio si sta riducendo). Le donne con istruzione più bassa riescono ad avere infatti in media, parlando di tasso di fecondità totale, 1,58 figli, chi ha una laurea solo 1,09.
Un terzo delle ricercatrici lascia quando diventa madre
La conciliazione tra studio e maternità è un tema di cui non si parla molto, rispetto ad esempio al rapporto tra i figli e il lavoro. Di recente ha fatto notizia uno studio condotto in Danimarca sulle ricercatrici dal quale emerge che una donna su tre dopo la nascita del primo figlio abbandona l’attività di ricerca. Una penalizzazione della maternità quasi sconvolgente: nei primi 8 anni dal parto le madri hanno il 29% in meno di probabilità di lavorare ancora in un'università (per i padri il calo è solo del 14%), la loro produttività scientifica crolla del 31% (quella dei padri resta stabile), e inoltre hanno il 23% in meno di probabilità rispetto ai colleghi uomini di ottenere una cattedra o un posto permanente a lungo termine. Un altro studio recentissimo ha mostrato come le donne ricercatrici siano costrette a strategie di adattamento estreme per continuare a svolgere l’attività che hanno scelto, rimandando la maternità a dopo i 35 anni, cioè di fatto diventano madri solo una volta essere riuscite a consolidare la propria posizione o ottenuto un contratto a tempo indeterminato, subendo dunque una severa penalizzazione rispetto ai colleghi maschi. L’impatto della genitorialità sulle carriere scientifiche era stato approfondito bene da un altro lavoro pubblicato qualche anno fa sulla rivista PNAS, capace di mostrare come negli Stati Uniti la nascita di un figlio possa modificare i percorsi professionali tra uomini e donne nell’ambito delle discipline scientifiche STEM, rilevando che il 43% delle nuove scienziate madri, contro solo il 23% dei nuovi padri, erano costrette a lasciare la ricerca a tempo pieno o ad abbandonare del tutto il settore dopo la nascita del primo figlio.
Si può aggredire la "motherhood penalty"?
L’accesso pieno delle donne all’attività di studio è una conquista abbastanza recente nella storia umana, e probabilmente servirà del tempo prima che la cultura riesca a non consegnare alla competizione estrema la maternità, la ricerca e il lavoro. Il problema è che mentre si insiste giustamente sull’importanza di un sempre maggiore coinvolgimento dei padri, per aggredire la "motherhood penalty", a raccogliere sempre più consensi in alcuni contesti culturali e politici sono soluzioni come il congelamento degli ovociti che invitando solo alla posticipazione, non affrontano direttamente il problema, quello dell’assimilazione della maternità e dei suoi tempi nella complessità delle società moderne, ma per certi versi lo confermano potenziandolo, configurandosi cioè come scorciatoie incapaci di intaccare norme economiche e civili definite a misura dei maschi. Non ci sono soluzioni semplici, ma per aprire prospettive si potrebbe guardare ad alcuni esperimenti che negli Usa sono stati fatti in alcuni stati del Sud come il Texas, la Florida, il Mississippi e la Carolina del Sud, dove alcune università e community college hanno aperto asili nido o implementato programmi e sussidi per l'infanzia dedicati alle studentesse madri e ai giovani genitori con minori risorse economiche. Siamo in tutt’altro ambito, ovvio, ma i risultati dovrebbero far riflettere: di fronte a dati di partenza con più della metà delle studentesse con figli che abbandonavano l’università, si è visto che avere un campus con nido aperto agli studenti genitori ha triplicato i tassi di laurea, accorciando i tempi per terminare gli studi e permettendo in seguito alle madri single di guadagnare di più, con beneficio anche per lo studio futuro dei figli. Non si tratta di suggerire soluzioni, ma di offrire spunti di riflessione: dobbiamo veramente rassegnarci a considerare sempre la maternità un problema, oppure mentre si possono invitare i padri ad accelerare nella conquista della condivisione dei compiti domestici e di cura dei figli, siamo ancora in grado di immaginare una realtà in cui diventare genitori spalanca porte, e non le chiude?
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