«L'IA non ci ruberà i figli e il controllo non è mai servito a niente. Ai genitori dico: fidatevi dei vostri ragazzi»
Un chatbot come amico? Se succede è perché coi ragazzi gli adulti non comunicano più (nemmeno a scuola). Parla Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, tra i maggiori esperti italiani di dipendenze digitali. Lanciando qualche provocazione educativa

In famiglIA è una rubrica di “Sofia”, la newsletter di Avvenire dedicata alla vita delle famiglie. Si tratta di un percorso per capire come l’intelligenza artificiale sta entrando nelle nostre case, nelle relazioni tra genitori e figli, nell’educazione e nella quotidianità. Se sei interessato a questo e ad altri temi che intrecciano la genitorialità, l'educazione, le relazioni tra generazioni, iscriviti gratuitamente alla newsletter.
L’intelligenza artificiale sta cambiando il nostro modo di costruire relazioni, però la vera questione educativa chiama in causa, prima di tutto, la capacità degli adulti di ascoltare e dare fiducia ai più giovani. Ne è convinto Federico Tonioni, psichiatra e psicoterapeuta, tra i maggiori esperti italiani di dipendenze digitali, che in questa intervista ad Avvenire invita a superare i facili allarmismi legati al mondo delle tecnologie. Se i chatbot possono diventare un rifugio emotivo per adolescenti fragili, la risposta non può essere un controllo sempre più pervasivo, occorre piuttosto ripensare una scuola capace di accendere la curiosità e restituire centralità alla fiducia tra genitori e figli. Perché, come sottolinea Tonioni, «l'unica prevenzione possibile rimane una buona comunicazione emotiva dentro la famiglia» e, mai come oggi, il compito più importante degli educatori resta quello di credere nelle risorse dei ragazzi, senza delegare alla tecnologia ciò che rende profondamente umana l'esperienza educativa.
Professor Tonioni, dopo i social network e gli smartphone, l'intelligenza artificiale sta entrando nella quotidianità dei più giovani: siamo di fronte a una semplice evoluzione tecnologica o ci troviamo davanti a un cambiamento più profondo nel modo in cui bambini e adolescenti costruiscono la propria identità?
Credo che il cambiamento riguardi tutti, perché noi apprendiamo per esperienza e siamo in qualche modo esito delle esperienze che facciamo. Più tempo passiamo a interagire con l'intelligenza artificiale, più questo in qualche modo modifica profondamente il nostro assetto cognitivo e un pochino anche emotivo. E i bambini non crescono da soli, crescono insieme ai genitori, no? Quindi già da molto prima dell'intelligenza artificiale, il digitale non è un problema che riguarda gli adolescenti o i bambini, ma le famiglie tutte quante insieme, il modo che hanno di capirsi, di parlarsi e di stare insieme.
Credo che il cambiamento riguardi tutti, perché noi apprendiamo per esperienza e siamo in qualche modo esito delle esperienze che facciamo. Più tempo passiamo a interagire con l'intelligenza artificiale, più questo in qualche modo modifica profondamente il nostro assetto cognitivo e un pochino anche emotivo. E i bambini non crescono da soli, crescono insieme ai genitori, no? Quindi già da molto prima dell'intelligenza artificiale, il digitale non è un problema che riguarda gli adolescenti o i bambini, ma le famiglie tutte quante insieme, il modo che hanno di capirsi, di parlarsi e di stare insieme.
Esiste il rischio che l'AI diventi una sorta di rifugio emotivo, nel quale il ragazzo evita il confronto con la complessità e le frustrazioni delle relazioni umane? Oppure potrebbe, in alcuni casi, aiutarlo a riconoscere ed esprimere meglio ciò che prova?
Io sono convinto che se un ragazzo preferisce interagire con un chatbot piuttosto che con gli esseri umani, un motivo c'è: quello per lui in quel momento è il male minore. Da questo punto di vista può diventare un rifugio, ma tutte le volte che i ragazzi si rifugiano hanno buoni motivi per farlo. Forse non ce la fanno a interagire con la realtà di tutti i giorni, quella in carne e ossa. Forse hanno già collezionato una quantità di fallimenti, di paure, di esitazioni che non li rendono così audaci nella relazione con gli altri. E allo stesso tempo però sono convinto anche del fatto che, così come un videogioco può permettere a una persona di sperimentare un pezzettino di sé prima di metterlo in gioco nella realtà di tutti i giorni, anche l'interazione con un chatbot può sicuramente, in chi è mosso dalla curiosità o dal desiderio comunque di capirsi, di aiutare a conoscersi un po' meglio. Rimango convinto che solo l'interazione tra due esseri viventi in carne e ossa permetta in realtà quell'intimità emotiva che ci trasforma profondamente, che ci permette di divenire continuamente in relazione con l'altro.
Io sono convinto che se un ragazzo preferisce interagire con un chatbot piuttosto che con gli esseri umani, un motivo c'è: quello per lui in quel momento è il male minore. Da questo punto di vista può diventare un rifugio, ma tutte le volte che i ragazzi si rifugiano hanno buoni motivi per farlo. Forse non ce la fanno a interagire con la realtà di tutti i giorni, quella in carne e ossa. Forse hanno già collezionato una quantità di fallimenti, di paure, di esitazioni che non li rendono così audaci nella relazione con gli altri. E allo stesso tempo però sono convinto anche del fatto che, così come un videogioco può permettere a una persona di sperimentare un pezzettino di sé prima di metterlo in gioco nella realtà di tutti i giorni, anche l'interazione con un chatbot può sicuramente, in chi è mosso dalla curiosità o dal desiderio comunque di capirsi, di aiutare a conoscersi un po' meglio. Rimango convinto che solo l'interazione tra due esseri viventi in carne e ossa permetta in realtà quell'intimità emotiva che ci trasforma profondamente, che ci permette di divenire continuamente in relazione con l'altro.
Si comincia a parlare anche di dipendenza affettiva dall'intelligenza artificiale. È già possibile riconoscere clinicamente una condizione di questo tipo oppure rischiamo di attribuire alla tecnologia disagi e fragilità che hanno origini più profonde?
Attribuire al chatbot un valore patogeno in sé lo trovo riduttivo e scorretto: in realtà c'è sempre una persona che interagisce con l'intelligenza artificiale, che lo può fare per mille motivi diversi e che se si appassiona troppo a una relazione con una macchina che risponde, in realtà è sempre un po' spaventato dalle relazioni umane. Io, tra l’altro, ho già conosciuto più pazienti che usano ChatGPT, e che lo usano addirittura per fare autodiagnosi quando stanno male dal punto di vista psichico, o che trovano un conforto alle loro angosce nelle risposte dell'intelligenza artificiale più rassicurante e immediato di quello che gli può dare uno psichiatra o uno psicoterapeuta. Però non me la sento di demonizzare lo strumento. C'è un soggetto umano che parte da una condizione di fragilità e che fa di tutto per sopravvivere, per stare meglio e per continuare a sperare di andare avanti.
Attribuire al chatbot un valore patogeno in sé lo trovo riduttivo e scorretto: in realtà c'è sempre una persona che interagisce con l'intelligenza artificiale, che lo può fare per mille motivi diversi e che se si appassiona troppo a una relazione con una macchina che risponde, in realtà è sempre un po' spaventato dalle relazioni umane. Io, tra l’altro, ho già conosciuto più pazienti che usano ChatGPT, e che lo usano addirittura per fare autodiagnosi quando stanno male dal punto di vista psichico, o che trovano un conforto alle loro angosce nelle risposte dell'intelligenza artificiale più rassicurante e immediato di quello che gli può dare uno psichiatra o uno psicoterapeuta. Però non me la sento di demonizzare lo strumento. C'è un soggetto umano che parte da una condizione di fragilità e che fa di tutto per sopravvivere, per stare meglio e per continuare a sperare di andare avanti.

Educare significa anche imparare a sbagliare, affrontare la frustrazione, accettare i propri limiti e sperimentare la fatica. Se l'AI offre soluzioni immediate, quale spazio rimane per queste esperienze fondamentali della crescita?
È sempre una scelta dell'individuo usare o non usare l'intelligenza artificiale, tra l'altro la fatica e il sacrificio non sono prescrizioni mediche che fanno bene, a volte la vita è faticosa, impone sacrifici ed è frustrante. Se qualcuno preferisce percorrere scorciatoie utilizzando l'intelligenza artificiale, rinuncia al piacere di farcela con i propri mezzi, che è un piacere molto grande. Però non tutti siamo uguali e ripeto che se uno preferisce prendere una scorciatoia, probabilmente non è sufficientemente attrezzato per la strada maestra.
È sempre una scelta dell'individuo usare o non usare l'intelligenza artificiale, tra l'altro la fatica e il sacrificio non sono prescrizioni mediche che fanno bene, a volte la vita è faticosa, impone sacrifici ed è frustrante. Se qualcuno preferisce percorrere scorciatoie utilizzando l'intelligenza artificiale, rinuncia al piacere di farcela con i propri mezzi, che è un piacere molto grande. Però non tutti siamo uguali e ripeto che se uno preferisce prendere una scorciatoia, probabilmente non è sufficientemente attrezzato per la strada maestra.
Lei ha più volte richiamato il problema della noia nella scuola contemporanea. L'intelligenza artificiale potrebbe diventare un'occasione per rendere l'apprendimento più coinvolgente?
La distanza tra gli studenti e un sistema educativo già in difficoltà non può aumentare perché secondo me siamo arrivati al capolinea. Quella scuola lì, fondata su un sapere cumulativo, con lo smartphone connesso in rete e ancor più con l'intelligenza artificiale non ha ragione di esistere. Io non devo accumulare nozioni dentro di me quando le posso reperire in tempo reale molto più velocemente di quanto facevo prima. La scuola dovrebbe innanzitutto essere un posto dove viene accesa e stimolata la curiosità di chi la frequenta. È la curiosità che ci muove verso il mondo per conoscerlo, per esplorarlo. Dopodiché, su come debba cambiare, io non ne ho la più pallida idea perché non mi occupo di questo, però sicuramente che la scuola sia noiosa e che vada ripensata completamente, e magari con un uso creativo dell'intelligenza artificiale, è sotto gli occhi di tutto... Che non è fare a chi ne sa di più con il computer, perché il computer vince sempre, ma utilizzarlo in maniera creativa e costruttiva magari in gruppo, perché i gruppi di pari in adolescenza sono un fattore trainante fondamentale per i processi di crescita.
La distanza tra gli studenti e un sistema educativo già in difficoltà non può aumentare perché secondo me siamo arrivati al capolinea. Quella scuola lì, fondata su un sapere cumulativo, con lo smartphone connesso in rete e ancor più con l'intelligenza artificiale non ha ragione di esistere. Io non devo accumulare nozioni dentro di me quando le posso reperire in tempo reale molto più velocemente di quanto facevo prima. La scuola dovrebbe innanzitutto essere un posto dove viene accesa e stimolata la curiosità di chi la frequenta. È la curiosità che ci muove verso il mondo per conoscerlo, per esplorarlo. Dopodiché, su come debba cambiare, io non ne ho la più pallida idea perché non mi occupo di questo, però sicuramente che la scuola sia noiosa e che vada ripensata completamente, e magari con un uso creativo dell'intelligenza artificiale, è sotto gli occhi di tutto... Che non è fare a chi ne sa di più con il computer, perché il computer vince sempre, ma utilizzarlo in maniera creativa e costruttiva magari in gruppo, perché i gruppi di pari in adolescenza sono un fattore trainante fondamentale per i processi di crescita.
Lei sostiene da tempo che il controllo eccessivo non è la risposta al disagio digitale. Ma con l'AI, che può instaurare conversazioni riservate e molto personali, come possono i genitori trovare un equilibrio tra rispetto della privacy e il dovere di “protezione”?
Un adolescente ha diritto a dei pensieri segreti e anche a delle azioni segrete, perché nella segretezza c'è la presa di distanza emotiva dai genitori, l'individuazione e la costruzione di una propria identità. Poi non confondiamo la segretezza con le bugie: le bugie appartengono più alle dipendenze patologiche, quando sono seriali, e vengono dette da persone che si vergognano e che quindi non vogliono essere scoperte. I segreti invece fanno bene a tutti quanti, pure agli adulti. Dopodiché, qual è un genitore che riesce a proteggere emotivamente un figlio e che quindi riduce indirettamente i rischi di un utilizzo improprio dell'intelligenza artificiale, improprio e dannoso per il proprio figlio? È un genitore che cerca di non giudicarlo e di non spaventarsi di fronte alle diversità del figlio. Perché un ragazzo farà sempre meno ricorso a strumenti potenzialmente patogeni quanto più si sentirà libero di parlare di tutto in famiglia senza correre il rischio di spaventare i genitori o sentirsi giudicato da loro. Quindi l'unica prevenzione possibile rimane una buona comunicazione emotiva dentro la famiglia e il coraggio da parte dei genitori, anche quando sono molto spaventati, di dar fiducia ai propri figli, perché non c'è alternativa: il controllo non è mai servito a niente.
Un adolescente ha diritto a dei pensieri segreti e anche a delle azioni segrete, perché nella segretezza c'è la presa di distanza emotiva dai genitori, l'individuazione e la costruzione di una propria identità. Poi non confondiamo la segretezza con le bugie: le bugie appartengono più alle dipendenze patologiche, quando sono seriali, e vengono dette da persone che si vergognano e che quindi non vogliono essere scoperte. I segreti invece fanno bene a tutti quanti, pure agli adulti. Dopodiché, qual è un genitore che riesce a proteggere emotivamente un figlio e che quindi riduce indirettamente i rischi di un utilizzo improprio dell'intelligenza artificiale, improprio e dannoso per il proprio figlio? È un genitore che cerca di non giudicarlo e di non spaventarsi di fronte alle diversità del figlio. Perché un ragazzo farà sempre meno ricorso a strumenti potenzialmente patogeni quanto più si sentirà libero di parlare di tutto in famiglia senza correre il rischio di spaventare i genitori o sentirsi giudicato da loro. Quindi l'unica prevenzione possibile rimane una buona comunicazione emotiva dentro la famiglia e il coraggio da parte dei genitori, anche quando sono molto spaventati, di dar fiducia ai propri figli, perché non c'è alternativa: il controllo non è mai servito a niente.
Lei invita a fidarsi dei figli. Ma quanto è ragionevole fidarsi delle aziende che progettano gli interlocutori artificiali con cui i nostri figli si confidano?
Io non mi fido per niente delle aziende che progettano l'intelligenza artificiale, perché chi mette sul mercato un prodotto lo fa per guadagnare dei soldi; quindi, tutto ha in testa tranne che la tutela di chi lo utilizza, no? Soprattutto quando chi lo utilizza è un minore, che per definizione va un pochino accompagnato, ancor più se è un bambino. Però non vedo un'alternativa possibile alla fiducia. Non si tratta di fidarsi delle multinazionali, perché fanno un lavoro sporco da sempre. Si tratta di fidarsi delle risorse di un figlio. Un figlio che si sente degno di fiducia da parte di un genitore si sentirà sempre più forte nell'affrontare le avversità del mondo e le sue trappole.
Io non mi fido per niente delle aziende che progettano l'intelligenza artificiale, perché chi mette sul mercato un prodotto lo fa per guadagnare dei soldi; quindi, tutto ha in testa tranne che la tutela di chi lo utilizza, no? Soprattutto quando chi lo utilizza è un minore, che per definizione va un pochino accompagnato, ancor più se è un bambino. Però non vedo un'alternativa possibile alla fiducia. Non si tratta di fidarsi delle multinazionali, perché fanno un lavoro sporco da sempre. Si tratta di fidarsi delle risorse di un figlio. Un figlio che si sente degno di fiducia da parte di un genitore si sentirà sempre più forte nell'affrontare le avversità del mondo e le sue trappole.
Se dovesse consegnare un solo consiglio ai genitori e uno agli insegnanti che oggi si confrontano con l'intelligenza artificiale, quale sarebbe?
Un genitore deve credere nelle risorse di un figlio perché già quando lo guarda negli occhi ed è fiducioso che ce la farà, lo sta rendendo più forte. Gli insegnanti dovrebbero fare un pochino la stessa cosa, cercando di valorizzare le inclinazioni naturali di ogni studente piuttosto che omologarli, che appiattirli su programmi uguali per tutti. Lo so che non è facile, però un sguardo buono di un insegnante su uno studente può cambiargli la vita, perché a scuola ci passano tantissimo tempo.
Un genitore deve credere nelle risorse di un figlio perché già quando lo guarda negli occhi ed è fiducioso che ce la farà, lo sta rendendo più forte. Gli insegnanti dovrebbero fare un pochino la stessa cosa, cercando di valorizzare le inclinazioni naturali di ogni studente piuttosto che omologarli, che appiattirli su programmi uguali per tutti. Lo so che non è facile, però un sguardo buono di un insegnante su uno studente può cambiargli la vita, perché a scuola ci passano tantissimo tempo.
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