Ma la famiglia è un'isola? Lo scontro tra la Garante per l'Infanzia e il Tribunale dei minori dell'Aquila
di Luciano Moia
Marina Terragni diffonde la sua risposta alla lettera ricevuta dalla neo-presidente del Tribunale dei minori dell'Aquila, Nicoletta Orlandi. Cosa si sono scritte e perché il dibattito sui diritti dei minori continua ad essere viziato dall'oltranzismo (che fa male a tutti)

Marina Terragni, che è l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, ha risposto ieri con una lettera aperta – diffusa attraverso lo stesso ufficio stampa dell’Aiga – alla presidente del Tribunale per i minorenni dell’Aquila Nicoletta Orlandi, che le ha scritto personalmente sollecitandola a non ripetere più che «la famiglia è un’isola che il mare del diritto può solo lambire». Una frase pronunciata dal grande giurista Carlo Arturo Jemolo nel 1948, all’inaugurazione del suo corso in diritto ecclesiastico. Secondo la presidente Orlandi (che, apprendiamo sempre dalla lettera di Terragni, si è rivolta alla Garante con un perentorio “Non dica più”) il concetto di famiglia come isola è molto pericoloso perché «sull’isola il pater familias esercitava il potere su moglie e figli. Sull’isola è cresciuto il modello patriarcale. Soprattutto sull’isola si è soli. E invece tutti noi e soprattutto i soggetti più fragili, come i bambini, abbiamo bisogno di mani che si tendono e ci sostengono nelle difficoltà». Secondo Terragni invece, che alla giudice risponde nel merito, quel riferimento è ancora validissimo, perché la famiglia può «anche essere un’isola felice» e invocare continui interventi istituzionali per regolarne le dinamiche rischia di introdurre una sorta «di panlegalismo in cui tutto è diritto, norma, legge. Invece, e per fortuna, esiste anche altro: amore, accoglienza di chi sbaglia, perdono, benevolenza, grazia, dono di sé. Tutte cose che non hanno necessariamente a che fare con il gelido statalismo del diritto positivo».
Dietro allo scontro si intravvedono, di nuovo, le posizioni inconciliabili emerse a proposito del caso della famiglia nel bosco di cui tanto abbiamo scritto. Con la garante impegnata a difendere le buone ragioni dei coniugi Nathan Trevallion e Catherine Birmingham e il loro diritto di riabbracciare i tre figli allontanati da casa da una parte della barricata, e la presidente Orlandi schierata invece con tribunale e servizi sociali che sono intervenuti “in difesa” dei diritti dei minori considerati violati. Chissà che il percorso di riavvicinamento graduale disposto dagli stessi giudici per la famiglia di Palmoli, che nei giorni scorsi s’è finalmente riunita sotto lo stesso tempo (anche se per un tempo limitato), possa nel corso del tempo allentare anche questa tensione istituzionale.
Suscita amarezza però il fatto che due importanti rappresentanti delle stesse istituzioni, entrambe impegnate a sostenere da posizioni di grande rilievo il sistema di tutela dei minori fuori famiglia, non riescano a fare fronte comune per un obiettivo che dovrebbe essere condiviso e indiscutibile. Quello cioè di sostenere le sorti dei minori più fragili a cui la vita ha giocato lo scherzo peggiore che si possa immaginare, quello di rimanere, per le cause più diverse – giuste o ingiuste - senza il sostegno e l’aiuto dei genitori. E sul concetto di “famiglia come isola” – questa la nostra impressione – entrambe risultano acciecate dall’intransigenza della propria convinzione. È vero infatti che una famiglia può anche essere, come sottolinea Terragni, un’isola felice. Ma sull’isola della famiglia, anche di quella inesistente famiglia ideale in cui non succede mai nulla di negativo – un modello che nessuno ha mai incontrato – ci dev’essere sempre un ponte, un collegamento, un sistema che permette di rendere quell’isola l’insieme di un arcipelago solidale.
D’altra parte non è neppure possibile cancellare le tante isole familiari, cioè l’identità e la specificità di ciascuna famiglia, nel timore che il modello patriarcale si esprima – come troppo spesso infatti si esprime – nelle sue espressioni peggiori. Sull’isola della famiglia non ci sono solo modelli maschili negativi ma anche, come dice bene Terragni, amore, benevolenza, accoglienza, perdono e tante altre qualità positive. Il problema nasce quando la gioia del bene si spegne, quando la conflittualità soffoca la vita, quando le tensioni diventano così forti da tacitare ogni modalità di convivenza familiare. Allora il “modello isola” non tiene più, allora sono benvenute quelle «mani che si tendono e ci sostengono», le mani di uno Stato efficiente e ragionevole, evocate dalla giudice dell’Aquila, che invece Terragni vede come un pericolo incombente. Chi ha ragione? Nessuno, verrebbe da dire. I problemi dei minori fuori famiglia e delle loro famiglie disfunzionali, vulnerabili, balbettanti non si risolvono né cancellando qualsiasi possibilità di intervento da parte dello Stato, né immaginando un’estensione infinita del diritto nelle dinamiche familiari. Vedere tutto bianco o tutto nero è un esercizio di oltranzismo che non fa bene alle istituzioni e rischia di lasciare bambini e ragazzi ancora più soli e dimenticati. O almeno a far nascere questa pessima impressione.
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