Vecchi a 30 anni e pieni di vita dopo i 70: è in corso una rivoluzione dell'età

In Italia il 62% degli over65 si sente ancora giovane, mentre 1 under35 su 4 pensa già alla vecchiaia. Viaggio nella nuova geografia delle generazioni e nel modo in cui sta cambiando le relazioni all’interno della famiglia e del mondo educativo
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September 28, 2026
Un esempio straordinario di vitalità è Emma Mazzenga, la leggenda dell’atletica master che a 93 anni corre ancora come una ragazzina
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Livia dice di sentirsi vecchia. «Mi guardo indietro e vedo già tanta vita alle spalle. Sarà che sono cresciuta in fretta perché ho perso la mamma da bambina. Ho imparato a non chiedere mai aiuto a nessuno. Ho cambiato tanti lavori, ho iniziato e interrotto più volte gli studi. Mi mantengo da quando ero ragazzina e a 18 anni sono andata a vivere da sola. Oggi sono responsabile di una piccola agenzia di viaggi, un obiettivo realizzato. So di essere avanti rispetto ai miei anni, a volte non me ne capacito nemmeno io». Anna invece si sente all’inizio di una vita nuova. «Ho viaggiato tutta l’estate e tra poco riparto per un mini tour della Sicilia. Saremo in tre amiche, non vedo l’ora. Al tempo che passa non ci penso mai. Guardo avanti e spero di poter contare sulla salute per godermi ancora la vita, anche se ho già vissuto tante esperienze difficili e dolorose, compresa la perdita di mio marito. Ma non mi fermo mai. Gli anni? Non li conto e non me li sento addosso». Già, gli anni. Sono proprio loro che danno il senso a queste storie così diverse. Livia ne ha 30 e Anna 73. Sembra incredibile scoprire quanto siano differenti i loro vissuti rispetto alle rispettive età, ma le loro non sono esperienze uniche. Anzi, sono sempre di più gli italiani che vivono questa apparente contraddizione: sentirsi vecchi a 30 anni e giovani a 70. E il modo in cui percepiamo l’età sta cambiando anche il modo in cui viviamo i rapporti tra le generazioni, dentro e fuori dalla famiglia.
È il paradosso che emerge dall’indagine «Human after all», firmata dall’agenzia Hearts United e realizzata con l’istituto di ricerca Doxa: più passano gli anni e meno le persone si sentono vecchie. C’è un’età, si scopre, in cui si comincia a preoccuparsi di invecchiare. Ma non succede, come si penserebbe, a 60 o a 50 anni. Secondo lo studio, condotto su un campione rappresentativo di 2.000 persone, stiamo vivendo un cambiamento culturale: mentre la consapevolezza dell’invecchiamento arriva sempre prima, la percezione di essere anziani si allontana. E così, secondo la rilevazione, un italiano su quattro colloca tra i 25 e i 34 anni il momento in cui ha cominciato a pensare alla propria futura vecchiaia, mentre il 62% degli over 65 si sente più giovane dei propri anni. Da un lato troviamo i «mindful», come vengono definiti dai ricercatori, il 51% di connazionali che dichiara di pensare ogni tanto alla vecchiaia, e dall’altro gli «ageless», quel 49% che si sente più giovane degli anni che ha. L’inchiesta svela insomma che sta emergendo un rapporto tutto nuovo con il tempo e le stagioni della vita. Non si stupisce Lucia Boccacin, professoressa ordinaria di Sociologia dei processi comunicativi presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. «Parliamo di un fenomeno legato a condizioni strutturali oltre che culturali. Le famiglie italiane sono cambiate tantissimo, siamo nell’inverno demografico da decenni, quindi ci sono pochi bambini piccoli nei nuclei familiari. Di conseguenza gli over 60 e 65, ma anche i settantenni, tradizionalmente impegnati nel ruolo di nonni, hanno sempre meno nipoti da accudire. Inoltre questa fascia di popolazione in crescita gode, in generale, di una grande qualità della vita, di salute e benessere. Quindi gli anziani, ormai liberi dal lavoro, si ritrovano davanti a loro tempo utile da dedicare agli altri oppure da rivolgere a sé. Così si riprendono la scena: scoprono il fitness, si impegnano nel volontariato, si dedicano alla cultura e ai viaggi».
Il cambiamento, dunque, entra anche nelle case: un nonno può avere davanti a sé molti anni di attività e progettualità, mentre un figlio trentenne può vivere con fatica il passaggio all’età adulta. «I nostri trentenni oggi si trovano invece in una condizione di fragilità, per varie ragioni», prosegue Boccacin. «Hanno avuto un’infanzia molto accudita ma poi si sono scontrati con la precarietà lavorativa. E a proposito di incertezza non dimentichiamo il grande impatto con il Covid, che non è stato solo una vicenda medico-sanitaria ma un’esperienza sociale che ha segnato moltissimo la loro capacità di stringere e mantenere le relazioni, di uscire da una percezione di incertezza molto forte. Se poi la digitalizzazione è stata un’opportunità di apprendimento e svago per le persone più avanti con gli anni, la sovraesposizione ai mezzi informatici ha reso i giovani ulteriormente insicuri». Secondo l’esperta, a spiegare la sfiducia dei giovani non è tanto il quadro socio-economico quanto quello relazionale. «Alle persone servono legami positivi, all’interno di reti di relazioni che danno supporto e sicurezza. Se non si può contare su queste reti l’esperienza personale vacilla e questo spiega perché i giovani facciano così fatica a fare famiglia e ad avere una progettualità per la loro vita».
Un’analisi sociologica che stimola anche la riflessione in campo educativo. A condividerla è Marisa Musaio, professoressa di Pedagogia generale e sociale all’Università Cattolica di Milano e Brescia. Il tema del confronto tra le generazioni riguarda alcuni dei suoi lavori più recenti, condotti all’interno del corso di Pedagogia delle età della vita. «In questi anni stiamo cercando di capire in che modo arriva questa dimensione delle età, cosa comunica ai nostri studenti, ai giovani adulti ma anche agli anziani. Lo stiamo approfondendo anche con uno studio che abbiamo chiamato “Trame di ascolto e di dialogo tra generazioni”, che vuole fare luce sull’esperienza dei giovani adulti e sulla condizione anziana. La parola trame sta a indicare proprio questo concetto: che le età della vita non sono fili destinati a spezzarsi ma una tessitura che resiste grazie alla forza dell’intreccio». Così, secondo la docente, dev’essere il passaggio tra le fasi della vita. Un cambiamento descritto storicamente dai manuali come successione rigida di stadi, come se la persona, da adolescente a giovane adulto, e poi da adulto ad anziano, passasse meccanicamente attraverso le fasi dell’attivismo, generatività biologica, costruzione della famiglia, lavoro, pensione e riposo. «E invece la vita è un attraversamento fluido da una fase di crescita all’altra. Ecco perché l’età anagrafica non è più un numero nella rappresentazione generale ma un vissuto, quello in cui mi percepisco dentro il momento che sto attraversando. Il punto è piuttosto in quale modo si attraversano queste soglie dell’esistenza, come ci si sente mentre le stiamo vivendo. Insomma, diventare adulto e anziano è una scoperta che si fa sul campo, in modo personale e irripetibile».
Musaio sottolinea un altro aspetto che da pedagogista le sta particolarmente a cuore. «Se lasciamo da parte la definizione anagrafica, le età della vita possono comunicare tra loro più facilmente, possono avvicinarsi. Lo stiamo verificando nell’ambito delle ricerche pedagogiche, ascoltando i ragazzi che si confrontano realmente con le altre generazioni in diversi ambiti e contesti come quelli lavorativi, formativi e universitari, così come nel volontariato o nell’impegno associazionistico. Ecco, lì dove i giovani adulti cercano di conoscere chi c’è dall’altra parte, viene meno il fattore distintivo dell’età e sopraggiunge la necessità di partecipare e capirsi». Questo è il dialogo intergenerazionale: sperimentare realmente come le età della vita possono comunicare tra loro. E forse è anche una delle sfide delle famiglie di oggi: imparare a non rinchiudere ciascuno nella propria casella anagrafica – il figlio, il genitore, il nonno – e scoprire che ogni generazione ha ancora qualcosa da ricevere e qualcosa da offrire alle altre. «In questo senso queste indagini sono davvero di grande rilievo in questo momento», ribadisce la professoressa. «Soprattutto se invitano a creare connessioni tra le generazioni, ricreando spazi dove ci si possa ascoltare e incontrare. Noi stiamo studiando a livello internazionale queste tipo di iniziative, dove giovani e anziani vivono insieme, e si arricchiscono reciprocamente».

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