Mamme senza saperlo: viaggio nelle “gravidanze negate” tra neonati senza nome e famiglie ignare
Una donna ogni 500 si accorge d’un figlio al quinto mese, una ogni 2.500 arriva fino al momento del parto. Le storie di chi non riconosce quel che accade al proprio corpo e di come possano convincersene anche familiari e amici

Francesca pensava fosse una colica renale. Era arrivata in ospedale con un dolore fortissimo alla schiena e cercava una spiegazione ordinaria a qualcosa che invece, ordinario, non era. Pochi minuti dopo stava partorendo un bambino di cui, fino a quel momento, non aveva mai immaginato l’esistenza (e nemmeno suo marito). «Non c’erano stati mesi per scegliere un nome, preparare una cameretta o immaginarsi madre – ricorda Alessandra Bramante, psicologa, psicoterapeuta e criminologa clinica, che ha accompagnato quella donna (il nome, naturalmente, è di fantasia) e molte altre nel percorso successivo –. In un solo istante arrivarono la diagnosi, il travaglio, la nascita, la paura e lo stupore. Poi iniziò un altro lavoro: aiutarla a costruire il legame con quel bambino che, fino a quel momento, non aveva avuto posto nella sua mente». Flavia invece, che non aveva ancora compiuto 18 anni, in famiglia aveva sempre sentito ripetere che «i bambini nascono solo nel matrimonio». Una convinzione diventata, negli anni, legge assoluta. Aveva rapporti sessuali, ma nella sua rappresentazione del mondo una gravidanza semplicemente non poteva accadere. Così il ritardo del ciclo era diventato stress, il gonfiore qualche chilo in più, i movimenti del bambino semplici disturbi intestinali. Fino al parto, avvenuto da sola, nel bagno di casa. E alla morte della neonata. «Alla fine – racconta ancora Bramante – resta sempre la stessa domanda: com’è stato possibile che nessuno si sia accorto di nulla?».
È quella che ha segnato a lungo il dibattito pubblico dopo il caso di Chiara Petrolini, la giovane di Traversetolo condannata lo scorso aprile a 24 anni e 3 mesi per la morte dei suoi due neonati, partoriti a distanza di circa un anno e mezzo: il primo il 12 maggio 2023, il secondo il 7 agosto 2024. Entrambe le gravidanze erano rimaste nascoste a familiari, amici e all’allora fidanzato della giovane; i corpicini dei piccoli furono successivamente sepolti nel giardino della casa di famiglia. La professoressa Bramante è stata consulente della difesa della giovane (che in questi giorni ha depositato l’atto d’appello impugnando la sentenza di primo grado) e ha sostenuto in sede giudiziaria proprio l’ipotesi di una denial of pregnancy, ovvero della negazione di gravidanza, un fenomeno clinico studiato da decenni e ancora poco conosciuto. La condizione, secondo la letteratura scientifica internazionale, non va confusa con la gravidanza occultata. Nel secondo caso la donna sa di essere incinta e sceglie di non dirlo; nel primo, invece, la gravidanza non riesce a essere riconosciuta come reale. Non è una strategia di dissimulazione né, necessariamente, un tentativo di sottrarsi alle proprie responsabilità. È una frattura profonda tra ciò che accade nel corpo e ciò che la mente riesce ad accogliere. Ed è proprio questo aspetto a renderla così difficile da comprendere, perché costringe a mettere in discussione una convinzione quasi universale: che ogni donna percepisca inevitabilmente il proprio stato. E invece la ricerca racconta una realtà più complessa. Gli studi epidemiologici stimano che una gravidanza venga riconosciuta soltanto dopo la ventesima settimana in circa un caso ogni 500, mentre quelle che arrivano fino al parto senza essere identificate sono circa una ogni 2.500. Numeri tutt’altro che irrilevanti. Eppure quasi sempre questi casi emergono solo quando finiscono sulle pagine della cronaca nera.
La gravidanza senza parole
Non esiste un identikit della donna che vive una negazione di gravidanza. Può trattarsi di un’adolescente o di un’adulta, di una donna già madre oppure alla prima esperienza, di una persona socialmente fragile ma anche perfettamente inserita nella vita familiare e lavorativa. Ridurre tutto alla malattia mentale grave sarebbe un errore. Nell’esperienza clinica della dottoressa Bramante, però, alcuni elementi ritornano con maggiore frequenza: «Immaturità affettiva, isolamento, educazione particolarmente rigida, difficoltà a elaborare eventi vissuti come emotivamente minacciosi, depressione, lutti, traumi, violenze, abusi. Non si tratta di cause automatiche, ma di fragilità che possono rendere impossibile integrare psicologicamente una gravidanza. In questi casi la mente sembra scegliere, inconsapevolmente, di non vedere ciò che il corpo sta vivendo».
È forse l’aspetto che più disorienta chi osserva queste vicende dall’esterno. Come può una donna non accorgersi dell’assenza del ciclo, della crescita dell’addome, dei movimenti del bambino? «La gravidanza non viene accettata come reale, dunque non c’è un riconoscimento soggettivo immediato di quanto sta accadendo. Queste donne non si vivono come in attesa. E se la gravidanza non entra nella mente, anche il corpo può non mostrare i segni che ci si aspetterebbe. Oppure questi segni possono essere ignorati o interpretati in altro modo. Un ritardo mestruale attribuito allo stress o, per contro, eventuali perdite ematiche intese come mestruazioni. I movimenti fetali possono non essere percepiti o letti come disturbi intestinali o dolori alla schiena. L’arrotondarsi dell’addome giustificato come un aumento di peso o un gonfiore».
Perché nessuno se ne accorge?
È forse la domanda più dolorosa. Perché spesso non è soltanto la donna a non riconoscere la gravidanza, anche chi le vive accanto – proprio come nel caso di Traversetolo – continua a interpretare quei cambiamenti dentro spiegazioni rassicuranti: stanchezza, stress, qualche chilo in più, problemi intestinali. Ma c’è anche un piano più profondo. «Le cose esistono anche perché qualcuno ce le restituisce – osserva Bramante –. Se nessuno vede, nessuno nomina e nessuno restituisce alla donna l’immagine di una possibile gravidanza, quella realtà può restare sospesa, non detta, non pensata. In tutte queste vicende, l’elemento più difficile da accettare è sempre lo stesso: la gravidanza non è stata taciuta, è rimasta senza rappresentazione. Non ha avuto parole, immagini, conferme. Non c’è stata, fino a quando il corpo, con violenza, l’ha resa inevitabile. Ed è in quel momento, allora, che la donna si ritrova drammaticamente e doppiamente sola: prima perché non è stata vista, poi perché non viene creduta».
Capire non significa assolvere
La negazione di gravidanza continua a interrogare la medicina, la psicologia e la giustizia, ma non è studiata abbastanza. Comprendere questo fenomeno non significa attenuare eventuali responsabilità penali, soprattutto quando la vicenda approda in un tribunale e ci sono vite spezzate. Significa, per la dottoressa Bramante, evitare letture semplicistiche, che riducono tutto alla menzogna o alla mostruosità senza interrogarsi su ciò che può accadere nella mente di una persona: «Servono formazione per gli operatori sanitari, attenzione ai segnali indiretti, consultori capaci di accogliere senza giudicare, educazione per i più giovani, percorsi di sostegno per le famiglie. È fondamentale anche riuscire ad aprire uno spazio di comprensione: saper distinguere, ascoltare, valutare il contesto e la storia personale, evitare automatismi morali e giudizi affrettati. Parlarne non significa cancellare le responsabilità, soprattutto quando ci sono procedimenti giudiziari, ma considerare che alcune storie non possono essere comprese solo con le categorie della volontà, della menzogna o della mostruosità. La negazione di gravidanza obbliga a guardare la maternità fuori dagli stereotipi: non sempre una gravidanza è desiderata, pensata, accettata. Soprattutto quando intorno ci sono solitudine, isolamento, relazioni prive di un valore reale, profondo». Proprio per questo, allora, bisogna imparare a vederla prima. E a riconoscerla, sempre.
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