Lo sport dei figli non è una corsa al successo: tutti i pericoli del “campionismo” in famiglia
di Luciano Moia
Quando l'ossessione della performance e la cura del corpo diventano una ricerca senza tregua, anche relazioni, pasti e tempo condiviso finiscono per essere sacrificati. E per i ragazzi c’è un altro rischio: crescere sotto il peso delle aspettative

Anche in palestra siamo alla lista d’attesa per riuscire ad iscriversi. Troppe richieste. Obbligatorio scaglionare: «Quando vedo sei o sette persone davanti a una macchina, costrette per molti minuti ad attendere il loro turno prima di eseguire le serie indicate vuol dire che siamo arrivati all’overbooking. Dobbiamo dilazionare gli ingressi. Altrimenti allenarsi non sarà più un piacere, ma uno stress», racconta un istruttore. Fino a pochi anni fa la corsa alla palestra, al fisico perfetto, all’attività fisica intensiva scattava tra aprile e maggio con l’obiettivo di affrontare e superare la prova costume. Ora anche settembre è diventato un mese caldo, al di là del dato meteo, per coloro che non rinunciano ad avere un corpo perfetto, muscoli tonici e scattanti, aspetto da podio olimpico. E quanto più i ritmi delle vacanze hanno contribuito ad accentuare le rotondità e a rilassare i tessuti, quanto più adesso i forzati del bilanciere avvertono l’urgenza di correre ai ripari. Un altro problema da aggiungersi ai tanti che già siamo riusciti a crearci – autentici o fittizi - in questo periodo di ripartenze. Per troppe persone la forma fisica e quindi la frequenza regolare in palestra o l’assiduità negli allenamenti sono diventate l’assillo principale, l’unica vera questione da affrontare per dodici mesi l’anno. Da relax salutare a pericoloso tormento maniacale.
Attenzione, non stiamo dicendo che l’attività fisica sia una pratica da condannare, tutt’altro. Nessuna persona di buon senso potrebbe negare i benefici psico-fisici derivanti dal movimento, dalla pratica regolare delle mille forme di ginnastica e di sport. Ma cosa succede quando la cura equilibrata e saggia del corpo attraverso l’attività motoria si trasforma in dittatura del corpo? Cosa fare quando ci accorgiamo che braccia, gambe, petto, schiena, collo non sono più soltanto parti anatomiche a cui assicurare, anche grazie al movimento, una buona funzionalità, ma cantieri identitari, strumenti per esibire un canone estetico dettato da moda, social, costumi e altri misteriosi e intransigenti legislatori, a cominciare da quelli che lasciamo insinuare nella nostra psiche. E allora chiediamoci: quando si corre, si va in palestra, in bicicletta o si pratica un altro sport, il benessere fisico o l’equilibrio psicologico rimangono gli obiettivi principali o sono diventati preoccupazioni marginali rispetto alla realizzazione di un modello estetico uniformante, all’esibizione della forma estrema, al perseguimento di una iper-funzionalità che solo in casi rarissimi serve davvero per un impegno agonistico – spesso neppure perseguito - e quasi mai alle normali attività della vita quotidiana?
Sono domande che dobbiamo porci con franchezza e libertà, non solo per comprendere quello che passa nella testa dei nostri figli, ma anche per decrittare quello che capita a tanti di noi, per dare un nome a quella inquietudine diffusa che si trasforma nella paura di “perdere la forma” e ci sollecita a dedicare tante ore alla palestra, all’allenamento, alle cure estetiche nelle più diverse modalità. Attenzione, si tratta di un atteggiamento che, sia nei giovani sia negli adulti, non va liquidato con benevola tolleranza perché, nei casi meno gravi avvelena la vita, in quelli più gravi può diventare disturbo psicologico. Nell’elenco dei problemi mentali l’ansia della forma fisica perfetta da perseguire con allenamenti estenuanti si chiama vigoressia, un problema che in questi ultimi anni non è più circoscritto alla sola fase adolescenziale – l’altra faccia dell’anoressia - ma si estende pervasivamente al mondo adulto. Dietro questa tendenza crescente c’è un dato culturale secondo cui il timore di «perdere la forma», l'urgenza di azzerare i tempi del riposo e la codificazione di regimi di allenamento para-professionali non riflettono soltanto un lodevole interesse per l'igiene di vita, ma tradiscono la diffusione di un'ideologia della performance corporea. In questa cornice, il corpo smette di essere lo spazio primario dell'esperienza sensibile e dell'incontro con l'alterità, per degradare a prodotto da ottimizzare e monitorare in termini di consenso sociale e visibilità digitale.
Ci dobbiamo preoccupare? Certamente, perché la pretesa di mantenere ai massimi livelli la forma fisica, in tutte le sue forme più paradossali e iperboliche, al centro dei nostri interessi, non costruisce solo uno stile di vita segnato dalla chiusura egoistica, ma rinnega quell’equilibrio tra psiche e corpo che rientra in una prospettiva di ecologia integrale. Inoltre, per noi credenti, il corpo non è solo un contenitore da conservare con cura, abbellire, modellare ma è un paradigma che rivela la vocazione dell’uomo al dono di sé e racchiude il significato autentico dell’amore. È il luogo cioè in cui l’amore diventa visibile e, come ha spiegato Giovanni Paolo II nella sua “teologia del corpo”, apre alla verità più profonda dell’uomo. Ecco perché concentrarsi in modo ossessivo sul corpo, lasciando in secondo piano la dimensione spirituale, rappresenta un errore non solo dal punto di vista umano, ma anche da quello dei valori evangelici più importanti. Ne parliamo tra poco.
Bellezze da esibire. Perché dal punto di vista psicologico è un rischio?
Anche dal punto di vista educativo è fondamentale indagare il crinale sottile che separa l'autentica cura di sé dalla rincorsa alla prestazione. Quando una disciplina motoria – palestra, corsa, sport, ginnastica, danza - diviene un imperativo categorico a cui sacrificare la nostra realtà esistenziale, anche la dimensione relazionale ne risente. L’incontro con l’altro/a può diventare un momento disturbante e l'equilibrio affettivo viene messo a dura prova. Ci sono ragazzi e ragazze talmente concentrati sugli orari della palestra o sulle tabelle di allenamento da rispettare, da mettere in secondo piano tutti gli altri aspetti della vita di relazione. Fidanzati/e compresi/e. Come sta capitando a Bice, ragazza già molto attiva in varie discipline sportive ma in modo misurato, da un paio d’anni si dedica esclusivamente all’arrampicata su roccia. Ogni fine settimana, ma spesso, nella bella stagione, anche al termine del lavoro, visto che ha la fortuna di abitare in un paese non lontano dalla montagna, raggiunge le varie “palestre di roccia” disseminate ormai nella maggior parte delle vallate alpine, per allenarsi quanto più possibile. E per raggiungere attraverso l’allenamento, quella forma fisica scultorea a cui ambisce. Ma c’è anche un altro motivo in questa vocazione all’alpinismo estremo. Il fidanzato è un praticante sempre più compulsivo. Ha cominciato ad arrampicare anni fa e ora il suo tempo libero è totalmente dedicato a quello. Lei, pur di non perderlo, ha deciso di seguirlo in questa passione ad alto rischio. Stanno insieme, sì, e questo sembrerebbe un dato positivo. La loro forma fisica è straordinaria, con due corpi che paiono assumere la stessa consistenza e la stessa squadratura delle rocce tanto amate, ma non fanno null’altro, se non appunto arrampicare, e anche i loro dialoghi – secondo quanto racconta la stessa Bice, sempre più esaurita da un rapporto tanto monocorde – non affrontano null’altro tema se non quelli riferiti a pareti, dislivelli, chiodi, corde, picozze e attrezzature varie. Se non è amore tossico è qualcosa di molto, molto simile. Cosa fare di fronte a casi del genere? Si potrebbe cogliere il lato positivo della scelta in cui fare rientrare per esempio la bellezza di un’attività sportiva all’aria aperta, in meravigliosi contesti naturali. Ma il dato dell’ecologia ambientale viene azzerato da altre considerazioni più preoccupanti. La chiusura egoistica, la pervicacia dell’impegno che diventa scelta maniacale, la soddisfazione malata, derivante da performance sempre più spinte – senza considerare il rischio sempre molto elevato di questa disciplina - inducono a richiamare il senso di un impegno così totalizzante e così fine a sé stesso. Doveroso invitare questi ragazzi – come tutti quelli che hanno comportamenti analoghi – a riflettere sull’assurdità di scelte che riducono il resto della vita a uno spazio quasi fastidioso intorno alla preponderanza dell’attività sportiva. Dopo lo studio o il lavoro – ma spesso questi spazi vengono invasi dall’avanzare delle varie forme di vigoressia - non esiste null’altro se non la cura del corpo che si trasforma in un idolo tirannico.
Questo atteggiamento sempre più diffuso apre scenari critici sia sul versante psicologico (dalle forme di vigoressia all'ansia da prestazione), sia sul piano relazionale, dove l'altro/a – se non si allinea alle scelte e non si lascia coinvolgere totalmente - smette di essere persona e diviene potenziale ostacolo alla tabella di marcia di chi ha deciso di dedicare ogni energia alla cura estrema del proprio corpo. Purtroppo la transizione da una sana cultura del benessere a un'idolatria del corpo performante non resta mai confinata entro il perimetro individuale dell'allenamento e della nutrizione, ma si riverbera in modo dirompente sulla qualità dei legami interpersonali. Quando il corpo si trasforma in un'opera scultorea da perfezionare a ogni costo, lo spazio interiore necessario all'accoglienza dell'altro tende a contrarsi progressivamente, fino a produrre una vera e propria atrofia relazionale. Nelle dinamiche affettive ordinarie, l'incontro con l'altro richiede esposizione, capacità di mediazione e accettazione dei propri limiti. Al contrario, la logica performativa impone un ideale di autarchia e invulnerabilità tanto falso e disfunzionale quanto lo sono i corpi rivestiti da una muscolatura dilatata e fittizia.
Perché il fitness ossessivo scombina la vita della famiglia?
Insomma, l’abbiamo capito. Lo sport che fa bene vive di moderazione, misura, saggezza. Quello eccessivo invece diventa patologico e rende a tutti la vita difficile. Se l'attività fisica è integrata con equilibrio nella routine quotidiana diventa fonte di energia, salute e svago. Saltare una sessione per un imprevisto, un invito a cena o un momento di stanchezza non genera né colpa né ansia. Nel fitness ossessivo invece l’allenamento diventa un dovere non negoziabile. La motivazione primaria scivola dalla salute al controllo ossessivo della forma fisica, con rigidità dietetica e senso di frustrazione intollerabile di fronte a qualsiasi deviazione dal programma. E non è tutto. Uno degli esiti più visibili della mania da fitness risiede nella radicale riscrittura dell'agenda quotidiana. Nelle forme moderate, lo sport si adatta ai ritmi della vita familiare, scolastica e relazionale; nella dinamica ossessiva, è l'intera esistenza comunitaria a dover essere ricalibrata sui vincoli dell'allenamento e del recupero biologico.
Si assiste a una progressiva desincronizzazione rispetto al gruppo dei pari o al nucleo familiare. Innanzi tutto c’è la distruzione della convivialità. Il pasto diventa terreno di scontro. Si tratta di una prassi che rischia di trasformarsi in un momento altamente diseducativo. I pasti della famiglia, che sono uno dei cardini pedagogici della condivisione, del dialogo e della socializzazione, vengono svuotati del loro significato simbolico. Ma anche le cene tra amici, i pranzi della domenica in famiglia o le uscite conviviali vengono sistematicamente evitate o vissute con ansia paralizzante, poiché percepiti come minacce al controllo dei macronutrienti e al regime dietetico programmato. Il cibo cessa di essere ponte relazionale e si riduce a fattore ansiogeno.
E poi c’è l'alibi della stanchezza e la rinuncia all'incontro. Una delle frasi peggiori che un padre (ma anche una madre) può pronunciare per sottrarsi a un impegno con i figli è "sono troppo stanco dopo la palestra". Terribile. La fatica indotta da sedute di intensità sproporzionata viene addotta come giustificazione per disertare appuntamenti, uscite serali o attività informali con la propria famiglia. La fatica in palestra diventa così paravento razionalizzante per sottrarsi allo sforzo cognitivo ed emotivo richiesto dalla vita familiare. Anche gli orari dettate dalle relazioni affettive – il rito della colazione mattutina tutti insieme, per esempio - dei compiti scolastici, del tempo speso con i figli o con il partner subiscono un declassamento gerarchico. L'altro non è più riferimento fondamentale e gradito, da guardare in una logica di densa reciprocità, ma una variabile secondaria che può trovare spazio solo nelle pieghe residue lasciate libere dalle sessioni in sala pesi, dalle uscite in bicicletta, dal programma delle arrampicate e dai relativi calcoli di recupero.
La psicologia spiega che l'iper-focalizzazione narcisistica sul corpo tende a generare una progressiva impermeabilità empatica. L'individuo intrappolato nella mania performativa proietta spesso il proprio canone intransigente anche sulle persone che lo circondano. Chi, anche all’interno del nucleo familiare, non condivide il medesimo ardore atletico viene implicitamente o esplicitamente etichettato – e spesso l’accusa scatta per il partner - come «pigro», «indisciplinato» o «privo di forza di volontà». Questo giudizio svalutante incrina l'intimità di coppia e, nel caso dei figli, la solidarietà tra pari. Ma, al contempo, si sviluppa l'incapacità di tollerare l'imperfezione o la fatica del/la compagno/a, del collega o del figlio e si crea di conseguenza una barriera comunicativa difficilmente valicabile, sostituendo la reciprocità accogliente con un silenzioso disprezzo per la debolezza. Non solo, quando un padre o una madre si lasciano travolgere dal virus esiziale, ma terribilmente appagante, della vigoressia, l'adulto entra in competizione con i giovani sullo stesso terreno (la prestanza, la definizione muscolare, la visibilità sui social), rinunciando a incarnare un principio di realtà fatto di maturità interiore, cura della relazione e assunzione di responsabilità etica. E si finisce così per trasmettere ai figli una sorta di pedagogia dell'inadeguatezza. I ragazzi respirano quotidianamente l'angoscia genitoriale per il trascorrere del tempo e per il decadimento corporeo. Viene così interiorizzato il messaggio silente che il valore della persona decada proporzionalmente alla perdita del tono muscolare o della magrezza. La ricchezza dell’interiorità si spegne per lasciare il posto a una vana e superficiale esteriorità. È il trionfo del nichilismo sull’amore.
Restituire valore alle relazioni significa, dunque, aiutare l'individuo a riscoprire che l'esperienza più alta dell'umano non risiede nel calco perfetto della propria silhouette nello specchio, ma nella capacità di abitare lo sguardo dell'altro, accettando la disordinata, imprevedibile e preziosa imperfezione della vita condivisa. Se nell'adolescente il ripiegamento sul corpo può rappresentare una fisiologica – seppur rischiosa – fase di esplorazione identitaria e di collaudo della propria autonomia, nell'adulto, come detto, assume i contorni di una regressione narcisistica. E bisogna correre i ripari parlando con franchezza o, nei casi più difficili, chiedendo l’aiuto di uno specialista.
Perché è importante ricordare la teologia del corpo?
Abbiamo già accennato al valore del corpo nella ricerca teologica. Da questo punto di vista possiamo dirci fortunati. Abbiamo avuto un papa – Giovanni Paolo II – che ha sentito il bisogno di dedicare al corpo 129 catechesi tra il 1979 e il 1984 durante le udienze del mercoledì. Da queste riflessioni nasce una visione integrata della persona umana, della sessualità e dell'amore, capace di superare l'idea del corpo come mero contenitore dell'anima o semplice oggetto biologico, come talvolta emerso nella teologia del passato. Per papa Wojtyła invece il corpo è il mezzo attraverso cui l'invisibile si fa visibile: rivela il mistero di Dio e l'identità dell'uomo. Sarebbe impossibile, oltre che ingiusto per la ricchezza del pensiero di Giovanni Paolo II, pensare di riassumere qui in poche righe il significato della teologia del corpo, ampiamente ripresa e sviluppata da papa Francesco in Amoris laetitia. Possiamo solo dire che papa Wojtyla individua nella Bibbia alcune dimensioni fondamentali della condizione umana, tra cui la capacità di scegliere e di entrare in relazione con Dio. L'uomo si scopre unico tra tutte le creature. È un soggetto libero, dotato di coscienza, capace di scegliere e di entrare in relazione con il suo Creatore. Ma, allo stesso tempo, l'uomo scopre di non poter vivere da solo. Dalla creazione della donna nasce l'incontro "faccia a faccia": uomo e donna condividono la stessa natura e sono creati per la comunione interpersonale. E poi c’è il valore della nudità originaria. Prima del peccato, la mancanza di vestiti non generava vergogna. Lo sguardo dell'uno sull'altro era privo di possesso; ciascuno vedeva l'altro per il suo valore intrinseco di persona. Da qui il significato "sponsale" del corpo, nel senso che il corpo umano reca al suo interno la vocazione all'amore. Esprime la capacità dell'uomo di esprimere l'amore con cui diventa dono e, mediante questo dono, attua il senso stesso del suo essere ed esistere. Con il peccato la relazione si incrina e nasce il desiderio di trasformare l'altro da persona da amare a oggetto da possedere o di cui usufruire. Subentra la vergogna come difesa della propria dignità. La venuta di Cristo apre la strada alla redenzione del corpo e, grazie all’azione dello Spirito Santo, consente la riscoperta della purezza di cuore e la maturazione di un amore capace di dono sincero. Chi desidera approfondire questi concetti può leggere Insegnare ad amare. La teologia del corpo di Giovanni Paolo II, scritto dallo psicologo Roberto Marchesini (Sugarco Edizioni), che spiega i concetti chiave di Wojtyła con un linguaggio semplice, ponendo l'accento sulle ricadute psicologiche, relazionali e di coppia della teologia del corpo.
Perché lo sport nutrito solo di “campionismo” è un pericolo educativo?
Nella tradizione filosofica ed educativa, aver cura del proprio corpo e della propria mente significava coltivare la temperanza, la serenità spirituale, la consapevolezza del limite, la bellezza degli scambi fraterni. Lo sport e il gioco rappresentano da sempre – per esempio nel metodo preventivo di don Bosco - strumenti indispensabili per costruire in modo armonico l’identità umana e civile dei ragazzi. Quando però lo sport smette di essere percorso educativo e diventa obiettivo totalizzante, il corpo si riduce a oggetto da modellare, mero aggregato di tessuti, masse e percentuali di adipe da sottomettere a un rigido piano di ingegneria estetica. Non si pratica più lo sport per stare bene e, soprattutto, per crescere in una dimensione interpersonale e comunitaria, ma per tacitare l'ansia di inadeguatezza sociale. Capita così che la palestra, il fitness come unico obiettivo del tempo libero, si trasformi in surrogato di ciò che non si riesce ad ottenere sul piano sociale e personale. Oggi sono tanti gli adulti, genitori compresi, che scivolano progressivamente verso una regressione narcisistica, perdendo così il proprio ruolo di testimoni credibili.
Si crea così un doppio effetto, contradditorio e disorientante. Da una parte c’è un genitore – frequentemente i padri ma sempre più spesso anche le madri – alle prese con gli effetti di una pericolosa adultescenza che si nutre anche, ma non solo, con i riti devianti del fitness più ossessivo. Dall’altra ci sono figli adolescenti che avrebbero desiderato un impegno regolare in qualche disciplina sportiva ma vengono messi ai margini da un sistema dello sport sempre più verticistico, sbilanciato sul precoce reclutamento dei talenti e snaturato dall’inseguimento dell'eccellenza che tritura ogni presupposto educativo. Oggi la maggior parte delle associazioni sportive agonistiche tendono a espellere chi cerca nell'attività motoria una dimensione autenticamente ludica, espressiva e comunitaria. Di fronte a un ragazzo che non promette di ottenere risultati agonistici di rilievo, le società esercitano una progressiva opera di marginalizzazione che finisce per scoraggiare i meno dotati. Poca sensibilità? Certamente, ma anche percorsi di sopravvivenza, perché le discipline olimpiche si reggono sui fondi erogati dal Coni alle varie federazioni anche, se non esclusivamente, sulla base dei risultati ottenuti. Inevitabile che le società abbiano scarsi stimoli nell’incentivare lo sport di base e siano costantemente alla ricerca di talenti da avviare all’agonismo. In questa gigantesca macchina del “campionismo” – di cui non possiamo esaminare qui tutti i risvolti, soprattutto quelli legati agli enormi interessi economici – accanto al genitore ossessionato dal fitness, c’è anche quello che si illude di costruire per il proprio figlio una carriera sportiva di altissimo livello. Difficile resistere alle sollecitazioni mediatiche e simboliche.
Abbiamo trascorso un’estate costellata di successi sportivi azzurri. Ventidue medaglie e primo posto nel medagliere ai Europei di atletica di Birminghan, 43 medaglie agli Europei di nuoto di Parigi, grandi vittorie nella pallavolo femminile (argento europeo) e soprattutto nel tennis dove, oltre al campionissimo Jannik Sinner, c’è tutta una nuova generazione di atleti (Cobolli, Darderi) che promette di rendere definitivo il passaggio della disciplina da passatempo elitario a pratica diffusa di massa. Ora, a sollecitare i miraggi di successo dei genitori che sognano ad occhi aperti, si è messo anche il ventenne Kimi Antonelli, trionfatore nella Formula Uno. Sarebbe facile pensare che in un Paese dove si vince tanto e in tante discipline, il mondo dello sport funzioni davvero bene e offra a tutti grandi possibilità di crescita e di successo. Sappiamo che non è così. Sappiamo che tutte queste vittorie sono un’eccezione e non la regola. Sappiamo che nascono da situazioni particolari – centri federali d’eccezione a cui pochissimi possono accedere, società sportive legate alle forze dell’ordine, come Fiamme Oro, Fiamme Gialle, ecc – e sappiamo anche per vincere servono tutta una serie di fattori (talento individuale, tecnici di altissimo livello, società ben strutturate, impianti funzionali) quasi mai concomitanti. Ma servono anche disponibilità economiche importanti (come per le famiglie di Sinner e di Antonelli) e capacità di affrontare sacrifici tutt’altro che trascurabili, selezioni durissime, rinunce, infortuni, anni senza risultati. Insomma, il genitore che si appassiona per i risultati sportivi del figlio e lo incoraggia a proseguire anche sacrificando risultati scolastici, amicizie e tempo libero, non dovrebbe mai dimenticare che queste illusioni sono pericolosissime. Non solo le aspettative delle famiglie creano sui ragazzi una pressione psicologica che non sempre si può reggere e non di rado sfocia in disturbi importanti (ansia, depressione, psicosi), ma comportano investimenti economici importanti che non tutte le famiglie sono in grado di sopportare. E, quando il sogno si incrina – succede in nove casi su dieci – arriva la frustrazione, la consapevolezza di aver perseguito un obiettivo irrealistico, dannoso per il ragazzo e per l’equilibrio della sua famiglia, senza considerare che la specializzazione precoce imposta dagli allenamenti specifici per questa o quell’altra disciplina espone i ragazzi a gravi infortuni mentre l’alimentazione selezionata e un elevato dosaggio di integratori – senza affrontare il tema doping – rischia di favorire la comparsa di patologie metaboliche, scheletrico-muscolari e cardiache di cui solo dopo decenni si potrà valutare la gravità. Insomma, prima di coltivare il sogno di carriere milionarie nello sport per i nostri ragazzi, pensiamoci bene. Ogni vittoria italiana rappresenta una storia bellissima, ma in un Paese che non offre a tutti le stesse possibilità perché lo sport di base rimane un privilegio per pochi, quei campioni non sono mai da indicare come modello, anzi sono un rischio educativo da maneggiare con attenzione e con sguardo critico. Se vogliamo costruire il bene dei nostri figli, al di là della narrativa sui trionfi azzurri, dobbiamo avere il coraggio di andare controcorrente, anche quando si tratta di esultare per Jannik Sinner o per Kimi Antonelli.
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