Le famiglie interrotte
di Sofia
Crans-Montana, il “Buen camino” e altre cose difficili nel rapporto tra genitori e figli

Numero #7| 4.1.2026
Vogliono divertirsi, i ragazzi. Stare con gli amici, uscire, andare a un concerto o a ballare, scoprire il mondo. Chiedono il permesso ai genitori, per farlo. E il permesso che viene loro dato, -dai dieci anni in su, è proporzionale a quello che madri e padri valutano essere la loro capacità di cavarsela là fuori: all’inizio vengono accompagnati, seguiti, osservati, riportati a casa. Poi, piano piano, li lasciamo andare, certi (più spesso incerti, se non terrorizzati) che ce la faranno, che magari andranno a sbattere, combineranno qualche guaio, ma che gli servirà e ogni esperienza sarà utile al loro percorso di crescita. È così d'altronde che cresce, anche, ogni famiglia: nella sfida complicatissima di costruire un patto di fiducia per cui i figli vanno e vengono, escono e ritornano, sono liberi e rispettano le regole, prima fra tutte quella di non mettersi in pericolo e di non fare male a se stessi e agli altri.
Chiudiamo questo numero di Sofia (lo troverai più breve vista la pausa natalizia e i giorni di riposo che anche noi abbiamo dedicato alle nostre famiglie) nelle ore dello strazio per quanto accaduto a Crans-Montana. Dove insieme alla vita di 40 ragazzi, molti dei quali minorenni, è stato incenerito anche quel patto di fiducia. Non da loro – che madri e padri in cui tutti ci stiamo immedesimando avevano lasciato andare a festeggiare il Capodanno probabilmente pieni delle incertezze e delle preoccupazioni di cui si diceva poco fa –, ma dal mondo a cui sono stati affidati. Quel mondo che i grandi hanno costruito e continuano a costruire (negli spazi pubblici, nelle scelte politiche, nei modelli culturali, nelle priorità economiche) sempre più indifferenti a chi lo abiterà. Crans-Montana non interroga solo la dinamica di una festa finita in tragedia o la catena delle responsabilità immediate, ma un’idea più ampia di adultità: ci chiede se siamo ancora capaci di pensarci come padri e madri anche quando non sono in gioco i “nostri”, di figli, ma quelli degli altri. Se sappiamo riconoscere che ogni ragazzo che esce la sera, ogni adolescente lasciato andare a una piazza, a una pista, a una strada, è figlio di tutti, e come tale merita uno sguardo vigile, esigente, premuroso.
Il patto che s'è spezzato allora non è solo quello domestico, ma quello pubblico, collettivo. Un patto che non si fonda sul controllo, ma sulla responsabilità; non sulla paura, ma sulla cura. Ricostruirlo significa tornare a pensare il mondo non solo come spazio di consumo o di intrattenimento, ma come ambiente educativo, abitabile, umano. Crescere figli liberi non serve, se siamo da soli a farlo.
Adesso cominciamo.
Genitori e figli interrotti
È bastata poco più d’una settimana dalla sua uscita nelle sale perché l’ultimo, atteso film del comico Checco Zalone diventasse il protagonista di queste vacanze natalizie. Buen camino è sulla bocca e sulla penna di tutti, le recensioni impazzano sui giornali e sui social (anche Avvenire ne ha scritto qui e poi qui) e ognuno ha da dire la sua: c’è chi lo ha trovato poetico, chi spirituale, chi un po’ scontato. Il difficile rapporto tra genitori e figli (nello specifico tra padre e figlia) è d’altronde terreno molto arato cinematograficamente parlando e le feste – diciamoci la verità – sono un periodo in cui, complici pranzi e cenoni, molti nodi vengono al pettine. Il che non è necessariamente un male.
A questo proposito starebbe invece emergendo un nuovo fenomeno, con una certa legittimazione culturale e psicologica: il no contact. Tagliare ogni relazione con i genitori – o, specularmente, con i figli – come forma di autodifesa emotiva. Una scelta presentata come consapevole, liberatoria, necessaria per preservare la propria felicità. Quasi che le radici o le ramificazioni biologiche fossero un peso da cui emanciparsi.
Che le relazioni familiari possano ferire è un dato di realtà. Che possano diventare tossiche, talvolta persino distruttive, è altrettanto vero. Ma la frattura elevata a soluzione universale racconta qualcosa di più profondo: la difficoltà crescente a reggere il conflitto, a stare dentro legami che non funzionano secondo il nostro desiderio, a sopportare l’idea che l’altro – soprattutto se è padre o madre, figlio o figlia – non cambierà come vorremmo.
Ricomporre non è sempre possibile, certo. Ma rinunciare in partenza all’idea di farlo significa accettare un futuro popolato da individui sempre più soli, monadi ipersensibili alla ferita e affamate di consenso. È anche da qui che nasce la tentazione di rifugiarsi in relazioni senza attrito, perfettamente controllabili, come quelle con l’intelligenza artificiale: interlocutori disponibili, mai contraddittori, incapaci di deludere davvero (del tema ci siamo occupati in un numero precedente di Sofia).
Per questo, controcorrente, ci permettiamo un augurio poco accomodante per il 2026: che le discussioni in famiglia non finiscano. Che continuino. E che qualcuno trovi ancora il coraggio e la pazienza di rimettere insieme i pezzi. Prima che sia troppo tardi per farlo.
🧰 La cassetta degli attrezzi
A metà tra la bussola e l'archivio
Quando il conflitto familiare diventa così acuto da far desiderare la fuga, è utile fermarsi.
• Dati: studi sociologici e clinici mostrano come le fratture familiari producano effetti di lungo periodo non solo sul benessere emotivo, ma sulla capacità di costruire relazioni future stabili e fiduciose. Un recente studio svolto negli Usa ha quantificato in 67 milioni le persone che hanno interrotto un rapporto con un familiare: si tratta di un americano su 4.
• Rischi: la rottura totale, che può offrire sollievo immediato ma spesso cristallizza il dolore invece di risolverlo; trasformare il conflitto in identità: «Sono quello che ha tagliato».
• Opportunità: lavorare sulla distanza senza annullare il legame; distinguere tra protezione e cancellazione; imparare a porre confini che non coincidano con muri, ma che ci proteggano e alleggeriscano le fatiche del rapporto.
• Rischi: la rottura totale, che può offrire sollievo immediato ma spesso cristallizza il dolore invece di risolverlo; trasformare il conflitto in identità: «Sono quello che ha tagliato».
• Opportunità: lavorare sulla distanza senza annullare il legame; distinguere tra protezione e cancellazione; imparare a porre confini che non coincidano con muri, ma che ci proteggano e alleggeriscano le fatiche del rapporto.
Questo è il momento per fermarti e immergerti nella nostra raccolta di domande e risposte di senso fatta apposta per te. Leggila con calma e riflettici su.
🖋️ Scritto in piccolo
Lo spazio a misura di bambino
È un periodo comunemente considerato conflittuale, il Medioevo, nonostante lo sia stato probabilmente meno di come lo hanno a lungo descritto. Anche la violenza, specie quella domestica, non raggiungeva i livelli di cui oggi siamo tristemente testimoni. È uno dei particolari che emerge dal racconto di Lucie Biehler-Gomez, antropologa e paleopatologa, protagonista della terza puntata disponibile dal 6 gennaio di Bella scoperta, il podcast di Popotus. Lucie, a Milano, presso il Labanof, ha studiato i resti di centinaia di donne milanesi vissute proprio nel Medioevo. E, racconta, non ci sono su quei resti segni di violenza fisica diretta. Le liti, insomma, si risolvevano a parole… Ma c'è di più: quelle ossa raccontano vicende che la Storia, troppo spesso concentrata solo sugli uomini, ha trascurato. Delle donne comuni non si sa quasi niente: anche di loro ci parla Lucie.
⌛ Tempo al tempo
Cose da leggere, vedere, ascoltare e fare in famiglia
• Di cosa significhi avere un figlio e perderlo per sempre ha scritto su Avvenire don Maurizio Patriciello, rivolgendosi direttamente ai genitori di Crans-Montana.
• Delle divisioni in famiglia e di quanto la vita sia troppo breve per sprecarla rinunciando ai legami più stretti ha scritto invece il New York Times.
• Karl Pil-le-mer è un famoso socio-logo della fami¬glia americano che si occupa da sempre di allontanamenti familiari (la parola inglese estrangement è quasi intraducibile) e di riconciliazioni: è stato il primo a svolgere un sondaggio nazionale negli Usa per indagare il fenomeno e ha creato un progetto speciale tutto dedicato all'argomento. Il suo libro Famiglie strappate, pubblicato ormai qualche anno fa da Feltrinelli editore, resta molto attuale e se il tema ti interessa merita d'essere letto.
• In Italia il massimo esperto di gestione dei conflitti è il pedagogista Daniele Novara, che recentemente ha organizzato un grande convegno a tema nel suo Centro psicopedagogico di Piacenza. Per noi ha scritto una riflessione inedita, che ti proponiamo.
• Si continua a litigare sulla triste vicenda della famiglia nel bosco di Palmoli, e litigano (pare) anche la mamma dei bambini e gli assistenti sociali nella casa famiglia dove i piccoli sono stati sistemati dopo l'allontanamento – in questo caso forzato – dai propri genitori. In occasione del Natale abbiamo costruito una mappa di quanti sono i minori lontani da casa e messo a fuoco tutti i problemi e le sofferenze che vivono.
• La difficoltà d'essere genitori, di cui la crescente conflittualità è uno dei tanti sintomi, è tra i fattori che incidono sulla denatalità. Se si fa un racconto sconfortante della famiglia, è evidente che i giovani siano scoraggiati a formarne una. Massimo Calvi ha ragionato sul potere di certe narrazioni dopo la pubblicazione dei dati Istat sulle intenzioni di fecondità.
• Tornando a Zalone e al suo film (che a questo punto dovresti guardare), abbiamo diversi spunti per te se vuoi metterti in cammino con la tua famiglia restando in Italia. Ti basta sceglierne uno.
🗣️ La tua Sofia
La famiglia non si racconta da sola, servi anche tu
Hai una storia da raccontare? Una domanda da farci o una riflessione che vuoi condividere a proposito di tutto quello di cui abbiamo parlato fino ad ora?
📩 Scrivici a sofia@avvenire.it
Grazie di averci aperto la porta di casa.
Grazie di averci aperto la porta di casa.
Se ti sei perso i numeri precedenti, li trovi qui. Se ancora non sei iscritto, procedi con il login, poi vai sul sito di Avvenire nella sezione “newsletter” e clicca su Sofia.
Torneremo da te domenica 18 gennaio.
👋 Alla prossima!
— La redazione di Avvenire con Viviana Daloiso e in questo numero: Massimo Dezzani, Nicoletta Martinelli, Luciano Moia
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Temi






