La bigenitorialità diritto incompiuto. Educare in due si può, anche da separati

In Italia sono oltre due milioni le coppie divise e in 1 caso su 3 uno dei coniugi è marginalizzato. Le decisioni dei tribunali, le leggi non applicate e le conseguenze psicologiche sulla salute dei figli
April 2, 2026
La bigenitorialità diritto incompiuto. Educare in due si può, anche da separati
In Italia sono oltre due milioni le coppie divise
Un “Libro bianco sulla bigenitorialità” è stato presentato nei giorni scorsi a Milano nell’ambito di un confronto a Palazzo Lombardia che ha messo al centro l’urgenza di riprendere il percorso incompiuto della legge 54 del 2006. Avvocati, psicologi, rappresentanti delle associazioni hanno offerto riflessioni e testimonianze sulla tutela dei minori nelle relazioni conflittuali e sulla necessità di garantire ai figli la presenza di entrambi i genitori. È la buona occasione per tornare a parlare del tema.
Educare in due, anche quando la coppia si disgrega, non è solo uno slogan che tacita l’ansia genitoriale dei padri separati, ma un’evidenza scientifica e un punto fermo della giurisprudenza. La bigenitorialità – cioè il diritto-dovere di entrambi i genitori a educare insieme su un piano di parità dopo la separazione – è al centro di un quadro normativo formato da oltre cinquanta interventi, tra Codice civile, Cassazione, Convenzione Onu sui diritti dei fanciulli, Cedu e altri strumenti internazionali. Ma anche gli studi scientifici parlano chiaro. Tra gli studiosi il consenso è ampio. L’impatto sistemico della bigenitorialità sul benessere psico-fisico e sociale dei minori è significativo. Mettere insieme gli studi internazionali che solo nell’ultimo decennio si sono occupati della questione – e ci sono centinaia di relazioni autorevoli – permette di accertare i vantaggi della presenza costante di entrambi i genitori nell’impegno educativo. Se i genitori sono messi nelle condizioni di stare accanto ai figli in maniera stabile e continuativa si riduce l’incidenza di disturbi d’ansia e dei sintomi depressivi, si diminuisce il rischio di dispersione scolastica, si rafforzano l’autostima e le competenze sociali, si favorisce una maggiore resilienza nei contesti di conflittualità familiare. Al contrario, quando uno dei due genitori viene marginalizzato e ridotto a una presenza episodica, magari costretto a incontrare i figli in contesti altamente regolati come gli “incontri protetti”, i fattori di rischio psicologico-sociali aumentano sensibilmente e si apre la strada a difficoltà di equilibrio e a comportamenti disfunzionali.
Ma quante persone potenzialmente sono coinvolte in queste situazioni? I genitori separati sfiorano i due milioni, i figli coinvolti nella separazione dei genitori sarebbero circa 2,8 milioni. Non tutti, certamente, vivono le sofferenze di vedere un genitore marginalizzato o “alienato”, ma si calcola che almeno un terzo dei figli di genitori separati abbia sperimentato, in modo più o meno grave, l’effetto strutturalmente discriminatorio nei confronti del genitore “non collocatario”. Abbiamo messo tra virgolette due espressioni – alienato e non collocatario – proprio per segnalare la persistenza di due derive psicologico-sociali tutt’altro che scomparse dalla prassi giuridica, che continuano a far discutere e su cui sarà il caso di fare chiarezza, mettendo da parte ideologismi e difese corporative. Tutto questo e molto altro è sintetizzato in un documento in divenire, il “Libro bianco della genitorialità”, presentato qualche giorno fa a Milano da una rete di associazioni di genitori separati di cui sono capofila l’associazione Vita e Papà separati Aps. Al momento sono disponibili i capitoli della parte giuridica, con sentenze e pronunciamenti sull’argomento, e i titoli degli studi internazionali nella parte psicologico-sociale, accompagnati da una prima serie di grafici. Il lavoro dovrà essere approfondito nella stesura definitiva con la raccolta anche di testimonianze e casi concreti, compresi nomi e cognomi dei protagonisti. Centinaia di situazioni drammatiche che dimostrano come la bigenitorialità, al di là delle evidenze giuridiche e scientifiche, rappresenti una questione che incide sulla struttura profonda delle relazioni e determina la qualità della vita di migliaia di bambini e ragazzi.
Perché allora non intervenire con una legge specifica a difesa della bigenitorialità? Il dato paradossale è che in Italia una legge sull’educazione dei figli nella separazione esiste già da vent’anni, ineccepibile nei principi ma spesso carente nella sua applicazione. Lo riconoscono molte delle parti in causa: magistrati, avvocati, esperti del settore e, soprattutto, i genitori separati. Così da anni si moltiplicano le proposte per modificare la legge 54 del 2006 che afferma la parità di doveri e diritti nell’accudimento, cura ed educazione della prole, ma non ne indica le modalità. Si parla così di affido spesso “formalmente” condiviso, mentre si dovrebbe arrivare a una prassi in cui l’affido sia concretamente condiviso, con indicazioni precise su tempi e modalità. Negli anni le proposte di modifica della legge sono state numerose – almeno una quindicina – ma nessuna ha realizzato l’obiettivo. I motivi? Da una parte un interesse politico intermittente. L’ormai abusato “superiore interesse del minore” rischia di diventare uno strumento retorico, richiamato più facilmente nei contesti di maggiore visibilità pubblica che nelle situazioni quotidiane, molto più numerose e meno esposte mediaticamente. Dall’altra, la presenza di orientamenti culturali differenti e talvolta contrapposti sul ruolo dei genitori dopo la separazione, che rendono difficile una sintesi condivisa. Si spiega così anche il mancato avanzamento delle ultime due proposte di legge, il ddl 832 a prima firma Alberto Balboni – «Modifiche al codice civile, di procedura civile e al codice penale in materia di affido condiviso» – giunto all’esame della Commissione Giustizia del Senato e poi fermatosi, e la proposta di legge popolare sull’affido condiviso depositata ad aprile presso la Cassazione dal Comitato genitori per i figli, di cui si sono progressivamente perse le tracce nel dibattito pubblico.
Così tutto scorre come se, in questi vent’anni dall’entrata in vigore della legge 54, nulla fosse avvenuto. I genitori separati, almeno quel terzo abbondante che la psicologia definisce conflittuali, continuano a usare i figli come strumenti all’interno della loro dinamica relazionale, influenzandone i rapporti e rendendo più difficile una frequentazione equilibrata con entrambi i genitori. L’appello lanciato con l’annuncio del “Libro bianco della bigenitorialità” nasce dall’esperienza diretta di molti genitori separati, spesso estenuati da confronti giudiziari che si protraggono per anni, ma anche dai dati. Secondo le statistiche Istat la conflittualità coniugale è destinata a crescere e il rapporto tra madri e padri separati non subirà variazioni rilevanti. Oggi, di fronte al 79% di madri sole con i figli, i padri soli con prole sono il 21%. Nel 2050 si ipotizza che arriveranno al 25%, con uno spostamento percentuale contenuto. Questo significa che, anche nei prossimi decenni, i tribunali continueranno in larga misura a collocare i figli minorenni presso le madri, riservando ai padri tempi e spazi più limitati nella quotidianità educativa. Una dinamica che non può essere letta in modo univoco, ma che richiama una riflessione su modelli culturali ancora radicati, nei quali la distribuzione dei ruoli genitoriali tende a riprodurre schemi tradizionali: alle madri una presenza prevalente nella cura, ai padri un ruolo più frequentemente associato al sostegno economico. Ma è possibile continuare così?
Nel frattempo la famiglia è cambiata, la maggior parte dei padri separati vorrebbe continuare a rappresentare una presenza significativa nella vita dei propri figli, ma i tribunali, al di là delle affermazioni di principio, faticano a tradurre questo orientamento in prassi diffuse. Il divario tra la prassi giuridica ordinaria e le sentenze raccolte nel “Libro bianco” resta significativo. Soltanto un anno fa, per citare uno degli ultimi interventi, la Cassazione (ordinanza n.1486 del 21 gennaio 2025) ha affermato che «non è legittimo fondare il collocamento prevalente presso la madre sulla sola tenera età dei bambini; non è conforme al diritto vigente l’automatismo che richiama la maggiore idoneità materna in età prescolare; la compressione dei tempi di permanenza del padre dev’essere giustificata da specifiche e motivate ragioni, non potendo tradursi in una drastica riduzione della relazione genitoriale». Inutile pretendere di più. Forse bisognerebbe interrogarsi sulle radici culturali e professionali che ancora oggi, in alcuni contesti, rendono difficile riconoscere fino in fondo il valore di una presenza equilibrata e significativa di entrambe le figure genitoriali nell’educazione dei figli. Sarebbe uno studio interessante. Attendiamo di leggerlo nei prossimi capitoli del “Libro bianco della bigenitorialità”, con l’auspicio che il confronto resti aperto e capace di produrre soluzioni concrete, nell’interesse primario dei figli.

 Dopo i saluti del Garante per l’infanzia della Regione Lombardia, Riccardo Bettiga e del presidente di Papa separati Aps, Ernesto Emanuele, il pediatra Vittorio Vezzetti, autore di numerosi saggi sul tema, ha messo in luce come nei figli di separati a cui non viene offerta la possibilità di contare sulla presenza paritetica di entrambi i genitori, l’incidenza di disturbi organici, soprattutto polmonari, cardiaci, neoplastici e comportamentale sia quattro volte superiore alla media. Studi internazionali recenti hanno permesso di individuare anche un danno cromosomico ai bambini a cui viene vietato di incontrare il padre. Giovanni Camerini, neuropsichiatra infantile, ha messo in guardia dal rischio di trasformare la giusta battaglia per la bigenitorialità in una competizione tra mamme e papà e ha spiegato il motivo per cui nell’educazione dei figli occorra superare il divario tra il “genitore ludico” che con il figlio – quando va bene – trascorre solo il week-end, e il “genitore normativo” che stabilisce tempi, luoghi e regole dell’educazione. Il primo, quasi sempre il padre, sarà inevitabilmente un genitore di serie B. Anche Alessandra Cova, psicologa clinica e giuridica, ha evidenziato i danni prodotti nei bambini dalle guerre tra genitori e ha spiegato i meccanismi che inducono i bambini, sottoposti a una narrazione negativa continua, a sviluppare quei falsi ricordi, determinanti per alimentare il rifiuto di vedere il genitore “allontanato” dalla prassi giuridica e dalle relazioni dei servizi sociali. Il quadro giuridico della questione – nel dibattito moderato da Nicola Saluzzi – è stato tracciato da Arturo Maniaci, docente di diritto privato alla Statale di Milano.

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