I figli, le crisi, la malattia: il viaggio sulla Luna che fa ogni famiglia (e i suoi lati oscuri)

Dal momento in cui ci si sceglie, e si sceglie di sposarsi, fino al complicato incrocio delle nostre vite con quelle di chi mettiamo al mondo. L'avventura straordinaria della nostra storia assomiglia a quella di Artemis II: ecco come affrontarla
April 11, 2026
L'astronauta di Artemis II Christina Koch guarda la Terra dalla navicella Orion
L'astronauta di Artemis II Christina Koch guarda la Terra dalla navicella Orion
Com’è lungo e tortuoso il viaggio delle famiglie. Com’è denso di imprevisti, di eventi inattesi, di cadute e di tentativi di rialzarsi, di “discese ardite e di risalite”, come cantava Lucio Battisti più di mezzo secolo fa. È il destino di tutte le famiglie, nessuna esclusa. Il movimento è il destino comune di tutte le relazioni umane, a cominciare da quella che, come appunto la famiglia, ne costituisce l’archetipo e ne riassume obiettivi e significati. Non c’è alternativa. Senza dinamismo relazionale, affettivo, progettuale, organizzativo, anche morale e spirituale, c’è solo la disgregazione e la morte. Ecco perché la famiglia che vive e che avanti, è una famiglia che viaggia, che si sposta, che accetta i cambiamenti, che stabilisce nuovi contatti, che si sposta quando necessario, che non attende passivamente gli eventi, ma li sollecita e li affronta, che non si disorienta di fronte alle difficoltà, che cade e che vuole rialzarsi anche cercando e accettando gli aiuti che arrivano dall’esterno, anche da persone e realtà inattese e sorprendenti. E non si tratta solo di una metafora. È un viaggio che, in modi diversi, tocca tutti. Un viaggio che coinvolge ogni membro della famiglia, che entra in profondità nella storia familiare, anche quando a spostarsi, in modo figurato o reale, è solo il padre, la madre, un figlio. Perché nel frattempo gli altri non assistono con passività e indifferenza, ma partecipano, sostengono, si informano, fanno il tifo. Come è avvenuto in questi giorni con le famiglie degli astronauti protagonisti della missione Artemis, in orbita attorno alla Luna, coinvolti a pieno titolo in un programma di incontri che ha avuto lo scopo di aiutare la partecipazione e la crescita di consapevolezza. È una prospettiva quella del viaggio che, anche senza programmare missioni sulla Luna, tocca in qualche modo tutte le famiglie e sulla quale vale la pena spendere qualche parola.
Ogni giorno, se ci pensiamo bene, anche quando non ci spostiamo da casa, c’è un viaggio da portare a termine. Talvolta breve, talvolta piacevole, talvolta un po’ ripetitivo e noioso, almeno all’apparenza. In altre occasioni difficile, faticoso, fonte di ansia e di sofferenze. Spesso viaggiamo senza pensarci, in altre occasioni si tratta di un percorso che ci costringe a riflettere intensamente, che ci provoca lunghe e penose attese, giornate e anche mesi di preparazione. Non è mai facile decidere di andare, di spostarci, di lasciare posizioni che consideravamo comode e sicure, soprattutto quando in gioco ci sono destini e valori che riteniamo importanti. Eppure ritardare, o peggio, rinunciare, potrebbe avere pesanti conseguenze. Quindi si va avanti, magari dopo averne a lungo parlato in famiglia, dopo aver ascoltato consigli e preso informazioni, perché ci convinciamo che andare, spostarsi, muoverci rimane l’unica soluzione possibile, quella che non solo ci permette di affrontare quel determinato problema, ma che in qualche modo rappresenta una svolta, un punto di ripartenza, un nuovo inizio. E la famiglia, se ci pensiamo bene, ogni giorno parte per ricominciare. Dove? Come? Perché? Sarebbe impossibile addentrarci in tutti gli ambiti in cui si esprime, deve esprimersi, il dinamismo familiare. Dovremmo parlare dell’innamoramento, della decisione di formare una coppia, dello spostamento ideale necessario per abbandonare il “finché dura” e arrivare al “per sempre”, quindi della decisione del matrimonio e di quella di aprirsi alla vita, e poi di tutte le altre partenze che segnano il cammino della famiglia, dalla prima all’ultima ora. Ma sarebbe una radiografia della vita familiare talmente ampia da risultare superiore agli obiettivi di questa riflessione. Abbiamo scelto quindi di concentrare la nostra attenzione su tre momenti che riguardano tutti, tre “viaggi” che coppie, genitori, figli devono affrontare lungo la parabola della vita familiare: il viaggio del primo incontro, quello che porta la coppia dalle famiglie d’origine alla nuova famiglia e, infine, il viaggio della malattia, che attraversa con lo stesso impatto di attesa e di angoscia, ogni età e ogni generazione.

L’incontro con l’altro/a. Perché il primo viaggio è quello più impegnativo?

Il primo spostamento, forse il più impegnativo, è quello che sta alle radici della famiglia, l’incontro con l’altro/a. Si tratta del viaggio più impegnativo perché serve per uscire da noi stessi, dalle nostre abitudini, dalle nostre certezze, dal nostro ego per incontrare un’altra persona che diventerà parte di noi, che sarà al nostro fianco per sempre, con cui divideremo tutto. È il momento in cui si passa dall’estasi dell’innamoramento alla responsabilità dell’amore che progetta e che costruisce. Non è un passaggio facile. Non lo era un tempo, quando tutto scorreva secondo uno schema stabilito dalle consuetudini e dalle tradizioni. Ancora meno lo è oggi, anzi è sempre più difficoltoso e contrastato, visto che solo una piccola minoranza di coppie decide di intraprendere questo viaggio. Forse perché la perenne adultescenza in cui siamo immersi impedisce di mettere da parte alcuni connotati dell’innamoramento per arrivare a un amore più maturo e progettuale. È difficile passare dalla gioia che non fa calcoli, dall’eccitazione dell’incontro, dall’emozione che trasforma ogni istante in un tempo eternamente elettrizzante, a una fase in cui l’attrazione deve aprirsi alla consapevolezza, secondo un processo di interiorizzazione reciproca, alla fase che fa scendere l’amore alle radici della persona, trasforma il modo di pensare, mette da parte la fretta dell’incontro, il desiderio del “tutto e subito”. Non si è più soltanto innamorati, cioè immersi in un amore che stupisce e che fa battere il cuore a mille, ma fidanzati, persone che hanno deciso di fidarsi e di affidarsi l’uno all’altra.Il fidanzamento, concetto oggi sempre più desueto proprio perché intriso di quel senso di impegno che deve anche rafforzare consuetudini all’apparenza poco emozionanti, come il rispetto, l’attesa, la condivisione, la pazienza, l’impegno, il sacrificio, è un viaggio dall’istintività dalla razionalità. Non vuol dire che la dimensione erotica e quella istintuale devono essere messe da parte, ma che queste pulsioni, attraverso una conoscenza sempre più approfondita, si affinano e maturano verso un’intesapiù solida, più totalizzante. A questo punto la relazione investe anche il modo di pensare alla vita, le scelte culturali, politiche e, soprattutto, quelle legate alla fede.
E qui dovremmo aprire un capitolo a parte. Quanto è importante la dimensione religiosa nel momento in cui incontriamo una persona che suscita la nostra attenzione, con cui è bello trascorrere del tempo, che fa sbocciare emozioni e desideri? Tantissimo, evidentemente. Anche se, per scoprirsi innamorati, non è obbligatorio condividere lo stesso cammino di fede o, meglio, lo stesso livello di maturità spirituale, comprendere che l’altro/a condivide i nostri stessi valori, è certamente un cemento potente per la relazione. È vero che, come diceva il cardinale Martini, la differenza autentica non è tra credenti e non credenti, ma tra persone pensanti o non pensanti, che si interrogano cioè in modo non casuale sul senso della vita, ma è altrettanto vero che questi aspetti, tra due persone che si aprono alla reciproca conoscenza, non emergono subito in tutto il loro significato. Serve tempo e serve un accompagnamento sapiente, tutt’altro che facile da trovare in comunità sempre più sfilacciate come le nostre in cui per i giovani e meno giovani che vivono o dovrebbero vivere l’età dell’amore più responsabile e consapevole, non è facile ritagliarsi una collocazione. Eppure dovrebbe essere chiaro che per i single credenti in ricerca, vittime di una relazionalità talvolta ondivaga e intermittente, servirebbero nelle nostre comunità competenze, spazi e momenti specifici.Non siamo più di fronte a giovani a cui proporre itinerari di educazione all’amore – e anche su questo punto ci sono più ombre che luci – e neppure fidanzati da avviare in modo automatico ai percorsi di preparazione alle nozze. Siamo in una fase intermedia, più difficile e contrastata, che va compresa e trattata come tale. E troppo spesso non avviene.
Ne abbiamo parlato tanto e torneremo presto a mettere a fuoco questo aspetto. Qui vogliamo soltanto sottolineare le difficoltà ma anche le bellezze legate a quel viaggio straordinario che conduce due persone a uscire da sé stesse per andare incontro all’altro/a, a crescere nell’amore, passando dal “ti voglio bene” al “voglio il tuo bene”, dall’emozione alla volontà, accettando di essere trasformati dal confronto sincero e dal dialogo profondo con l’altro/a. Ecco perché il legame affettivo è un progetto di vita da costruire giorno dopo giorno. L’amore che crede e che guarda al futuro è la più grande avventura umana perché è da questo viaggio che nasce tutto, da qui viene alimentata la storia della coppia e della famiglia.

Da una famiglia all’altra. Perché è il viaggio più insidioso?

La gioia e la volontà di costruire un amore per sempre non conclude il viaggio della coppia. Anzi, ne rappresenta solo la fase iniziale. Tra i tanti percorsi che sarebbe importante esaminare, abbiamo scelto di approfondire quello della crisi, termine un po’ abusato e certamente troppo generico perché ogni giorno della vita di coppia nasconde un momento di crisi, uno spazio in cui quello che consideravamo acquisito per sempre va rimesso in discussione, ciò che appariva chiaro va oscurandosi. E allora, prima che sulla relazione scenda il buio totale, è indispensabile fermarsi e capire insieme. Oggi, tra le crisi più insidiose, c’è certamente quella determinata dalle difficoltà di staccarsi dai genitori, imparare a rendere compatibili le differenze e comprendere che l’altra famiglia, quella da cui proviene il partner, non è un pianeta estraneo ma una ricchezza a cui attingere perché non c’è crescita autentica se non quella che deriva dall’integrazione positiva delle diversità. Il primo passaggio è quello di prenderne consapevolezza. I “miei” e i “tuoi” sono certamente due nuclei diversi per storia, eventi, situazioni e tanto altro. Ma questo non vuol dire che si tratti di diversità incompatibili. All’inizio comprendere se e come accogliere queste variazioni sul tema può rappresentare un esercizio faticoso. La giovane coppia tende a tracciare confini ben definiti. Questi sono i nostri spazi, questa è la nostra casa, questi sono i termini che faremo rispettare. Ma tra il nuovo nucleo familiare e le famiglie di origine non possono esserci confini così rigorosi. Anzi, tanto più c’è rigidità nella pretesa di definire ciò che concesso e ciò che è vietato ai genitori dell’uno e dell’altra, tanto più si andrà incontro a situazioni spiacevoli. Nella reciproca integrazione del passato e dei vissuti familiari delle origini, servono atteggiamenti elastici, comprensivi e – perché no – sorridenti. Quello che abbiamo compiuto trasferendoci dalla casa delle nostre famiglie alla nuova casa della coppia, non è un esodo biblico, ma solo un percorso di crescita. Non abbiamo abbandonato nulla, perché tutto ciò che di buono e di positivo abbiamo raccolto dai nostri genitori, lo portiamo in dote nella famiglia che stiamo costruendo. Le contrapposizioni e le rivalità non servono a nulla, anzi sono fonte di malumore e di amarezza. Serve invece collaborazione e simpatia, senza mai dimenticarsi che i suoceri – parola che non gode di buona letteratura – sono soprattutto i genitori della persona che amiamo. Si sente spesso ripetere una frase che ha un significato ambivalente: «Io sposo te, non la tua famiglia». Vero, ma solo a metà. Bisognerebbe modificare così: «Io sposo te, non la tua famiglia, ma accolgo con affetto e benevolenza tutto quello che la tua famiglia ti ha trasmesso e che, attraverso le buone relazioni di vicinanza e di aiuto, continua a trasmetterti e a trasmetterci. Allo stesso modo spero che tu guarderai alla mia famiglia». Si dovrebbe infatti guardare alle famiglie di origine con lo stesso atteggiamento a cui si guarda alla ricchezza della tradizione. Non si tratta di cancellare, ma di andare avanti. Non si tratta di superare qualcosa, ma di partire da quel punto per riprendere il viaggio. Se è vero che per i propri genitori si rimane per sempre figli e figlie, è altrettanto vero che quei figli e quelle figlie ora sono prima di tutto mariti e mogli, e poi, se tutto andrà bene, anche genitori. Un aspetto che non dovrebbe mai essere dimenticato sia dalla nuova coppia, sia dalle famiglie di origine.
Quando un figlio o una figlia parte per un viaggio di coppia, il peso delle responsabilità si sposta e investe prima di tutto i nuovi compiti che si sono assunti di fronte al partner. Non significa tirare una riga sul passato ma fare tesoro di quel passato, prendere tutto il meglio possibile, ma senza divinizzarlo, senza trasformarlo in un modello insuperabile: «A casa mia si è sempre fatto così», oppure: «Mia madre mi ha insegnato che…». Benissimo, facciamo tesoro di quell’insegnamento e di quelle abitudini ma senza la pretesa di trasferire tutto, in modo identico e indiscriminato, nella nuova coppia. Ogni relazione deve costruire se stessa a partire dal proprio passato familiare ma con un atteggiamento nuovo, integrando e sviluppando ciò che ci portiamo dentro. Nessun viaggio di coppia può essere oggi simile a quanto avvenuto trenta o quarant’anni fa. Si parte insieme non per replicare gli schemi dei nostri genitori, ma per sviluppare un nostro, originale, approccio alla vita. Lo devono avere ben chiaro sia le giovani coppie, sia le famiglie di origine. Guai a pretendere che i propri figli costruiscano famiglie-fotocopia. Guai a mettere in cattiva luce, per esempio, la situazione economica e sociale dei consuoceri per evidenziare presunte superiorità o inferiorità di una famiglia o dell’altra. Guai a raccogliere, accettandole come inconfutabili, le lamentele di un figlio, di una figlia, che cerca di spiegare un momento di crisi gettando tutte le colpe sull’altra famiglia di origine. Giovane coppia e suoceri non dovrebbero mai dimenticare una verità fondamentale. Tutti insieme, famiglie d’origine e nuova famiglia, sono partiti per un lungo viaggio in cui “i miei” e i “tuoi” dovrebbero essere scomparsi. Ora c’è soltanto un “noi” allargato che comprende, con le dovute distinzioni, tutti i protagonisti dell’avventura. C’è un nuovo senso di appartenenza da sviluppare e da custodire. Non è familismo. È coerenza e opportunità. Liberarsi dai condizionamenti, quando ci sono, non significa cancellare tutto e ricominciare daccapo, ma valorizzare l’esistente con un atteggiamento positivo, superando i pregiudizi e i rischi di incomunicabilità e di chiusura in sé stessi e nel proprio passato.

Nei labirinti della malattia. Perché è il viaggio che più disorienta?

Tra tutti i momenti in cui la compattezza della famiglia diventa risorsa preziosa quello della malattia è senz’altro tra i più difficili e delicati. Si tratta di un evento che investe, con modalità e gravità diverse, tutte le famiglie. Non si sfugge. La malattia, prima o poi, investe ciascuno di noi, arriva a scompigliare la routine di ogni famiglia, impone atteggiamenti diversi e obbliga a rivedere consuetudini e stili di vita. Ogni situazione è certamente diversa, ogni realtà ha il suo carico di attesa, di angoscia, di sofferenza. Non si tratta di mettere tutto sullo stesso piano. La malattia che investe un figlio piccolo porta con sé, oltre al dolore e all’affanno dei genitori, una serie di domande irrisolte sul senso del dolore innocente che, dal punto di vista umano, senso non ha. La malattia che tocca un nonno in età avanzata non viene certamente accolta come un evento lieto, ma siamo abituati a collocarla in qualche modo nell’ordine della natura. Ci preoccupa certamente, ma crea meno sgomento e permette di inquadrare l’inevitabile “perché proprio a noi?” in un ambito che appare più scontato e più “normale”. In ogni caso, la famiglia che affronta l’evento della malattia, soprattutto quando si tratta di una patologia impegnativa, è chiamata ad attingere a tutte le sue risorse, a rivedere le sue sicurezze, a ripensarsi come realtà che fa della condivisione e della solidarietà il suo punto di forza. Facile dirlo, ne siamo consapevoli, molto più difficile tradurre in concretezza questi buoni propositi. Ogni caso è diverso dall’altro, ogni realtà presenta evoluzioni impossibili da prevedere. Abbiamo visto coppie collaudate, coerenti nel testimoniare i valori del Vangelo, che si sono sfaldate di fronte alla malattia di un figlio a cui era stata diagnosticata una patologia genetica rara, per cui non esistono ancora terapie efficaci. E cos’è capitato? Dopo qualche anno di battaglia, dopo aver lottato, chiesto aiuto, sostenuto il peso di un confronto così aspro da azzerare le speranze, la madre ha ceduto e se n’è andata, lasciando tutto il peso della situazione sulle spalle del marito e dei nonni paterni. Nessuno può permettersi di giudicare, nessuno può comprendere la sofferenza che ha agitato e confuso il cuore di quella donna, ma – guardando dall’esterno – è facile comprendere come quella decisione abbia colpito al cuore una famiglia già prostrata. Non capita sempre così naturalmente. Succede anche - e così si verifica nella maggior parte delle situazioni - che, di fronte alla malattia grave di un figlio, una coppia trovi energie inattese per resistere e per andare avanti, sappia stringere una nuova alleanza capace di fronteggiare uno degli eventi più difficili che possa toccare a un genitore.
Quello della malattia è un viaggio che nessuno si augura di dover compiere ma, quando capita, la qualità della tessitura relazionale della famiglia è fondamentale. L’ansia, il peso della preoccupazione, l’angoscia del futuro scavano dentro, eppure occorre resistere, andare avanti, accompagnare e assistere nella terapia una moglie, un marito, un familiare che vive i giorni della fragilità. Oggi, a parte alcune patologie particolarmente aggressive, la medicina offre mezzi e terapie per affrontare e guarire la maggior parte delle malattie. Spesso servono però percorsi lunghi e complessi che mettono a dura prova le persone coinvolte, chi le assiste e i loro familiari. Alla fine, quando la malattia viene superata e si guarda indietro, insieme al sollievo della guarigione, rimane la consapevolezza di quel sostegno interiore che nessuno, oltre alla persona amata, può regalare con la stessa intensità e la stessa partecipazione. Lo posso confermare sulla base della mia esperienza. Negli ultimi vent’anni ho affrontato e vinto tre gravi malattie. La professionalità dei medici è stata determinante ma, se non avessi avuto il sostegno palpitante e il conforto intelligente di mia moglie, forse adesso non potrei raccontare che questi miei faticosi viaggi, oltre all’andata, hanno sempre avuto un ritorno.

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