Quando ho ricevuto la proposta di occuparmi di questo particolare “diritto” (che non è presente nell’ambito della Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza) mi sono inizialmente sentita piuttosto perplessa: “cambiare idea” mi ha fatto pensare ai capricci, e a quante volte i nostri bambini anche piccoli “cambiano idea”, mettendo alla prova i loro genitori, alle prese con il tentativo frustrante di accontentarli in ogni cosa.
Ma subito dopo mi sono fermata un po’ di più sulle parole, e mi ha colpito pensare che cambiare idea presuppone prima di tutto avere a che fare con il mondo del pensiero; ho iniziato a chiedermi che cos’è un’idea, e qual è il percorso che ci porta ad avere pensieri nostri sulle cose, a partire da un mondo (quello del neonato) dove ci sono sensazioni, ma non idee.
La provocazione si è fatta allora molto interessante; avere delle idee, poterle maturare, poterle cambiare e arricchire durante tutto l’arco della nostra vita è una cosa molto importante, ma il percorso per arrivare ad avere un modo personale di vedere le cose è in realtà piuttosto complesso; ci sono dei presupposti sui quali riflettere, che sono solo apparentemente ovvi, e che meritano di venire condivisi.
Avere un’idea personale delle cose richiede da un lato la possibilità di fare sufficiente esperienza, e dall’altro quella di avere gli strumenti per riflettere.
Il primo presupposto mi sembra perciò questo: i bambini dovrebbero avere il diritto di ricevere stimoli sufficienti per avvicinare la realtà, perché in caso contrario il mondo rimane un luogo piccolo e povero, che non può stimolare la nascita delle idee.
Le porte della conoscenza sono i nostri sensi, pronti ad accogliere gli stimoli che la realtà ci presenta. Oggi, purtroppo, la possibilità che i nostri bambini hanno di usare tutti i sensi per conoscere sembra essersi molto ridotta: troppi bambini sono esposti in modo eccessivo alla stimolazione virtuale e prevalentemente visiva dei media, che li intrattengono e li eccitano, senza fornire un’ esperienza sensoriale integrata della realtà; e anche quando li inseriamo in attività interessanti e nelle quali possono sperimentarsi (musica, attività sportive…) troppo spesso le pensiamo indirizzate a migliorare le loro performance in vista del futuro, e non come un vero tempo di gioco, dal quale tornare a casa stanchi e contenti.
La possibilità che i bambini hanno di fare esperienza dipende in gran parte dagli adulti, dalla loro iniziativa, dai loro interessi, ma anche dal tempo che scelgono di dedicare ai bambini; la congruità dell’esperienza poi (cioè il suo potere di generare cose buone) dipende anche dalla capacità che gli adulti hanno di comprendere quali sono, nelle diverse età, le proposte più interessanti e utili per loro.
La conoscenza dell’età evolutiva ci insegna che quanto più un bambino è piccolo tanto più “impara facendo”: manipolare materiali diversi, sperimentare il proprio corpo nel movimento, agire sulle cose per trasformarle usando la fantasia e l’immaginazione, sono modi essenziali per accrescere la conoscenza della realtà, per misurarsi, per crescere. Compito dell’adulto è garantire al bambino un perimetro di sicurezza, ma anche un sufficiente grado di libertà d’azione, senza cedere alla tentazione di sostituirsi a lui, o di controllarlo ansiosamente. I bambini sono naturalmente curiosi, e per loro imparare e giocare sono attività che rappresentano entrambe il piacere di investire curiosità e abilità, allargando il proprio controllo sul mondo. Ai bambini piace imparare sperimentando, e amano anche fare contenti gli adulti: due caratteristiche che spesso dimentichiamo e che potrebbero aiutarci molto nei percorsi educativi.
Ma se davvero vogliamo garantire ai bambini il diritto a farsi un’idea di se stessi e del mondo, fare esperienza non è sufficiente: per generare idee è necessario avere gli strumenti per trasformare l’esperienza in pensiero, e avere le parole per confrontare con sufficiente libertà i nostri pensieri con quelli di altri.
Le esperienze mettono in moto le nostre sensazioni e le nostre emozioni. La realtà ci attira, ci respinge, ci interessa, ci annoia, ci stimola, ci incuriosisce, ci disgusta…e queste diverse emozioni non sono altro che la risposta spontanea dei nostri “sensi interni” a ciò che accade. Se però la risposta si ferma al livello delle sensazioni e delle emozioni, l’esperienza si chiude su se stessa, e non è in grado di generare idee. Perché questo possa avvenire, è necessario invece imparare a far dialogare tra loro il sentire e il pensare: l’esperienza e le emozioni che ne conseguono devono poter trovare un linguaggio per esprimersi, e quanto più questo linguaggio sarà ricco, tanto più permetterà di dare vita a un pensiero articolato e generativo.
I bambini, dunque, hanno bisogno di adulti che li accompagnino a fare esperienza, ma hanno anche bisogno di appoggiarsi a un mondo adulto che difende e preserva per loro le parole necessarie per pensare.
Non si tratta di una cosa ovvia, perché il mondo nel quale siamo immersi sta perdendo con grande velocità il valore cruciale della parola. In un mondo sempre più accelerato il linguaggio appare come un sistema comunicativo troppo lento; per esprimere pienamente il proprio pensiero e per comprendere quello dell’altro sono necessari tempo, pazienza, e ascolto. I bambini sono esposti oggi a una comunicazione tra adulti che cercano di sopraffarsi l’uno con l’altro; le loro voci non si alternano ma si scavalcano, e discutere non è confrontare le idee alla ricerca di un punto di incontro, ma solo cercare di far emergere la propria idea come l’unica vincente. Il punto di vista degli altri non ci incuriosisce più, e i media, attraverso gli algoritmi, ci propongono solo una costante amplificazione delle nostre stesse idee.
La comunicazione attraverso la parola (lineare, consequenziale, analitica, lenta) è stata sostituita dall’immediatezza della comunicazione per immagini, che non trasmettono pensieri, ma suggestioni sintetiche che si susseguono con estrema rapidità.
Il visivo veicola una comunicazione prevalentemente emotiva, e la lingua (necessaria per la riflessione) si impoverisce, perde la sua inesauribile ricchezza, perde le meravigliose e molteplici sfumature fatte di sinonimi e aggettivi che permettono di rendere lucidi e precisi i pensieri. Viene così a mancare la sorgente delle idee più personali, che richiedono ricchezza di parola e capacità di silenzio; diventiamo tutti sempre meno capaci di stare soli con noi stessi e di prendere consapevolezza del nostro mondo interno. Non stupisce perciò se i ragazzi faticano ad “ascoltarsi”: imitando gli adulti hanno bisogno di riempire il tempo e hanno paura della noia.
I bambini e i ragazzi avrebbero diritto di trovare ancora adulti (genitori, insegnanti, educatori) che credono nel valore del pensiero e del silenzio; adulti capaci di conservare gelosamente per loro le parole, e di trasmetterle come un’eredità preziosa, senza accettare di sbiadirle, di banalizzarle, di semplificarle.
Hanno diritto di trovare adulti che trasmettano le parole necessarie per definire poco alla volta se stessi (parole dette e accolte con libertà); adulti che insegnano ad apprezzare la bellezza della parola ascoltata e della parola scritta, che li stimolano a esprimersi con la scrittura, a cimentarsi con la poesia, ad apprezzare momenti di silenzio.
La parola, il pensiero, le idee, possono nascere solo da una cultura trasmessa con passione dal mondo adulto; una cultura che non si accontenti di appoggiarsi sulle suggestioni emotive, ma che torni a proporsi come luogo di riflessione sui significati.
Un bambino cresciuto fin da piccolo con la ricchezza della parola diventerà un adolescente capace di accedere al mondo unico e prezioso della propria intimità, mettendo a frutto la meravigliosa novità del pensiero auto-riflessivo, che è il portato dell’adolescenza: una competenza entusiasmante, necessaria per mettere in discussione le immagini di sé e del mondo precedentemente assimilate e portare il contributo di idee capaci di interpretare la realtà con o
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