È l’Europa adesso ad alzare il muro delle tariffe. E le Borse chiudono in rosso

A margine della plenaria del Parlamento Europeo verrà formalizzato il rinvio della ratifica dell’accordo con Washington. Von der Leyen: «Un errore le barriere Usa aggiuntive». Il segretario al Tesoro Usa, Bessent: cari europei, fate un respiro profondo
January 20, 2026
È l’Europa adesso ad alzare il muro delle tariffe. E le Borse chiudono in rosso
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen / Ansa
Un vento inquietante soffia sulle relazioni transatlantiche. Nei corridoi di Bruxelles e sotto il cielo freddo di Davos, lo scontro fra Europa e Stati Uniti, incentrato sui dazi e alimentato dalle dichiarazioni e dalle minacce di Washington, si è trasformato in qualcosa di più di un semplice braccio di ferro commerciale: è la cartina di tornasole di un’alleanza messa a durissima prova, con ripercussioni reali sui mercati, sulla fiducia reciproca e sulla natura stessa del partenariato atlantico. Al centro della contesa c’è la Groenlandia, territorio autonomo danese la cui possibile acquisizione da parte degli Stati Uniti – evocata da Donald Trump – ha fatto esplodere la tensione. La reazione europea non si è fatta attendere: l’Europarlamento ha deciso di bloccare la ratifica dell’accordo sui dazi che l’Ue aveva faticosamente raggiunto con Washington lo scorso luglio, una tregua tariffaria che avrebbe limitato i dazi al 15 per cento su beni industriali critici, dalle auto ai componenti. Quel patto di “tregua” rischia ora di saltare, riaprendo la porta a un’escalation di misure protezionistiche. La sospensione della ratifica sarà formalizzata oggi a margine della plenaria a Strasburgo: la decisione non richiede un voto, ma è frutto dell'intesa dei coordinatori ombra della maggioranza Ursula che si occupano del dossier.
Da Davos, Ursula von der Leyen ha scandito oggi con fermezza la posizione della Commissione Europea: Bruxelles considera gli Stati Uniti non solo come alleati, ma come amici, e trascinarsi in una «spirale pericolosa» di ritorsioni non farebbe altro che rafforzare i veri avversari strategici comuni. Nel suo intervento al Forum economico mondiale, la presidente della Commissione Europea ha definito «un errore» l’idea di introdurre tariffe aggiuntive tra partner di lunga data e ha avvertito che ogni risposta europea sarà «ferma, unita e proporzionata». Parole che evocano l’immagine di un continente deciso a non farsi logorare da tattiche aggressive, pur consapevole dei rischi che incombono. Emmanuel Macron ha innalzato il tono critico in modo altrettanto netto. Dal palco del Forum ha bollato le minacce di dazi come «inaccettabili, soprattutto quando usate come mezzo di pressione». Il presidente francese ha messo in guardia contro l’idea di un mondo in cui «solo la legge del più forte conta», denunciando la normalizzazione dei conflitti ibridi che si estendono ben oltre l’ambito militare, fino a invadere la sfera economica e commerciale. Il riferimento è chiaro: l’Europa non intende piegarsi a ricatti che utilizzano leve economiche per condizionare scelte politiche sovrane o dinamiche alleate.
Sul fronte americano, Scott Bessent, segretario al Tesoro, ha invitato gli europei a «fare un respiro profondo» e non precipitarsi in contromisure come nuovi dazi. Ha definito «isteria mediatica» le reazioni europee e ha assicurato che gli Stati Uniti continuano a considerare l’Europa un alleato nel patto atlantico. Ma un invito alla calma non cancella l’impatto che le dichiarazioni di Trump stanno avendo sulla percezione degli operatori economici e istituzionali sia a Bruxelles che negli Usa. Lo “spettro trumpista” aleggia su queste dinamiche come un elemento di incertezza permanente. L’uso strategico dei dazi non è nuovo nell’era Trump, ma la minaccia di impatti fino al 200 per cento su prodotti simbolici come vini e champagne francesi, lanciata esplicitamente per ottenere concessioni politiche, ha portato la disputa ben oltre il mero contesto commerciale. È un uso strumentale delle leve tariffarie, percepito da molti europei come un ricatto più che come strumento di negoziazione.
La reazione dei mercati è stata immediata. Per il secondo giorno consecutivo le Borse europee hanno chiuso oggi in rosso (in negativo anche l’apertura a Wall Street), segnando perdite diffuse nei principali listini, tutti in calo di almeno un punto percentuale. I settori più esposti al commercio internazionale e alle catene del valore globale – lusso, auto e tecnologia – hanno scontato l’incertezza sulle prospettive di cooperazione transatlantica. I titoli dei colossi del lusso francese, simboli dell’export europeo verso gli Stati Uniti, si sono contratti in misura significativa, riflettendo timori di ritorsioni e di un possibile neo-protezionismo. Al contempo, i beni rifugio hanno trovato nuova linfa. L’oro ha toccato livelli record, alimentato dall’avversione al rischio e dalla percezione di un quadro geopolitico più instabile. In momenti come questi, la corsa verso asset considerati sicuri non sorprende: quando la fiducia vacilla, l’oro, ieri per la prima volta a 4.700 dollari l’oncia, diventa la misura tangibile di una fuga dalla volatilità. Il dollaro, paradossalmente, ha ceduto terreno sul mercato valutario, segno che il vantaggio percepito della valuta statunitense come porto sicuro è stato messo in discussione dalle dinamiche di politica estera e commerciale. Le implicazioni di questo scontro vanno oltre numeri e percentuali. I prossimi giorni saranno cruciali: se le provocazioni continueranno, la posta in gioco non sarà più solo un accordo sui dazi, ma il modello stesso di cooperazione tra Occidente e Occidente, in un mondo dove ogni decisione commerciale ha un riverbero politico e strategico.

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