Meno woke, più Maga: ciclone Trump sul «globalismo» a Davos

Il presidente Usa, alla sua terza volta in presenza al Forum, «condiziona» il programma. Il cancelliere tedesco Merz: «I dazi danneggiano tutti»
January 19, 2026
Meno woke, più Maga: ciclone Trump sul «globalismo» a Davos
JD Vance e Donald Trump sono tra i bersagli preferiti degli attivisti che protestano contro il Forum di Davos / Reuters
Davos è tornato ad inaugurare il calendario globale dei potenti mentre il mondo attraversa una fase di transizione inquieta, tra rallentamento economico, riallineamenti geopolitici e un’accelerazione tecnologica che corre più veloce delle regole. Si è aperto oggi il 56esimo meeting annuale del World Economic Forum e, come ogni anno, la piccola località svizzera diventa per cinque giorni il centro di gravità del pianeta che decide. Governi, finanza, grandi imprese, tecnologia, istituzioni multilaterali, accademia e società civile si ritrovano per misurare il presente e tentare di orientare il futuro. Un appuntamento segnato dal “ciclone” Trump: il presidente Usa è alla sua terza partecipazione in presenza: il suo intervento è atteso mercoledì come uno dei momenti centrali della settimana.
Il titolo scelto dal Forum quest’anno, “A Spirit of Dialogue”, suona quasi come una necessità, per quel dialogo che sembra spezzarsi su più fronti. Il Forum si è aperto infatti nel contesto geopolitico più complesso dal secondo dopoguerra, come ha ammesso lo stesso presidente del Wef, Borge Brende. Guerre aperte ai confini dell’Europa, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, la crisi dell’ordine multilaterale, la frammentazione degli scambi e delle catene del valore. A fotografare il clima è il Chief Economists’ Outlook, pubblicato alla vigilia. Il 53% dei capi economisti interpellati prevede un peggioramento delle condizioni economiche globali nel 2026. Gli Stati Uniti mostrano prospettive in miglioramento, con il 69% dei rispondenti che si aspetta una crescita moderata e l’11% “forte”, l’Asia sudorientale corre trainata dall’India, la Cina resta in una zona grigia. L’Europa appare l’anello più debole: una guerra dei dazi con gli Usa, ha avvertito il cancelliere tedesco Merz, danneggerebbe tutti.
In questo scenario Davos riunisce quasi 3.000 partecipanti da oltre 130 Paesi. È il gotha dell’economia, della finanza e della politica globale. Circa 400 leader politici, tra cui quasi 65 capi di Stato e di governo, sei leader del G7, i vertici delle principali organizzazioni internazionali, dalle Nazioni Unite al Fondo monetario internazionale, dalla Banca mondiale alla Nato. Accanto a loro oltre 1.700 leader d’impresa, con quasi 850 tra ceo e presidenti delle maggiori aziende del pianeta, e una presenza senza precedenti di “pionieri” tech. Trump arriva con la più grande delegazione americana mai vista al Forum, targata Maga. Ucraina, Gaza, sicurezza europea, energia, dazi, commercio, tecnologia: il presidente Usa arriva da protagonista e, secondo molti osservatori, rischia di ribaltare l’equilibrio multilaterale che Davos ha sempre rivendicato come propria cifra.
Presenti i grandi nomi dell’economia globale e della tecnologia: da Jensen Huang, numero uno di Nvidia, a Satya Nadella di Microsoft, da Andy Jassy, ad di Amazon, a Dario Amodei, ceo di Anthropic. L’intelligenza artificiale è ovunque, come promessa e come rischio. Gli investimenti sono esplosi, ma le valutazioni dividono gli economisti e alimentano il timore di una nuova bolla. Le valutazioni delle azioni legate all'Ia dividono gli economisti: il 52% prevede un calo nei prossimi 12 mesi, mentre il 40% si aspetta ulteriori rialzi. In caso di crollo, il 74% teme ricadute globali. Le criptovalute sono in prospettiva peggiore (62% prevede nuovi ribassi), mentre l'oro avrebbe raggiunto il picco per il 54%.
Molti osservatori fanno notare come l’agenda del Forum di quest’anno sembra aver messo al bando il globalismo liberal, nella Washington di oggi bollato come “woke”, forse per “omaggio” a Trump. A differenza dagli anni scorsi, non c'è infatti in programma nessun riferimento ai cambiamenti climatici o alla necessità di una transizione energetica, solo la promessa di affrontare «le questioni più importanti per popoli, economie e pianeta». In secondo piano ambiente e sostenibilità, sparite le sessioni dedicate a “diversity”, equa tassazione, anti-corruzione, eguaglianza di genere e giustizia sociale, sostituite da formulazioni come «costruire la prosperità all’interno dei confini planetari» o «investire nei popoli». Segno dei tempi, forse, in un sistema internazionale sempre più frammentato e diffidente. Davos non decide formalmente nulla, ma influenza molto: è il luogo in cui si misurano rapporti di forza e si intrecciano interessi. In mezzo a tante contraddizioni globali, anche quest’anno, tra montagne innevate e porte chiuse, si prova a capire in che direzione andare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA