Autolesionismo degli adolescenti: l'epidemia silenziosa
Tagli, bruciature e altre pratiche non suicidarie diventano strumenti di regolazione emotiva sempre più diffusi tra i giovani. I dati europei mostrano i numeri di un’emergenza di salute pubblica. Che viene però poco intercettata

C’è una generazione di ragazzi che sta urlando in maniera silenziosa, ma facciamo finta di non sentirli. I termini utilizzati sono soprattutto due: self harm, Nssi (non-suicidal self–injury). Stiamo parlando di un drammatico fenomeno in crescita, l’autolesionismo, un “contenitore” di atti autoinflitti (tagli, bruciature, ingestione di sostanze, colpi…) indipendenti dall’intento suicidario. Negli ultimi due decenni, l’autolesionismo è emerso come uno dei fenomeni più diffusi e, al tempo stesso fraintesi, della sofferenza giovanile. Esiste tuttavia un profondo scarto fra l’ampiezza del fenomeno e l’invisibilità istituzionale. Da qui si solleva soprattutto un interrogativo: com’è possibile che, sempre più spesso, ci si accorge di episodi di autolesionismo solo dopo molto tempo che un ragazzo o una ragazza li praticano? Dal momento che un numero sempre più crescente di ragazzi ricorre al proprio corpo come strumento per la regolazione emotiva, bisogna ammettere che il problema non è solo individuale o psicopatologico. Per queste ragioni proviamo qui a tracciare una breve analisi, basandoci sugli studi più recenti e sulle esperienze dirette.
In particolare l’acronimo Nssi restringe il focus agli atti autoinflitti, che non sfociano in suicidio, e che hanno una funzione, spesso, pseudo-regolativa, come la gestione delle emozioni, la tensione, la crescente sensazione di vuoto, fino a fenomeni dissociativi. In tal senso, tanto la sociologia della salute quanto la psicopedagogia possono essere d’aiuto non solo per comprendere teoricamente il fenomeno, ma per essere di supporto alle famiglie e agli insegnanti. Partiamo dalla domanda che si è posto, nel suo ultimo libro edito da Einaudi, lo psichiatra e psicoterapeuta Vittorio Lingiardi: «Perché ci si fa del male?». La funzione del gesto può essere diversa, cambiano notevolmente i contesti, cambiano anche gli indicatori disponibili (dai questionari scolastici fino ai ricoveri), ma il dato è impressionante, anche semplicemente limitando le evidenze epidemiologiche al continente europeo. Le meta-analisi europee collocano una prevalenza di Nssi in adolescenza, su valori elevati, spesso di 1 su 5 fra ragazzini tra i 10 e i 19 anni, con una prevalenza del 17,7% più alta fra le ragazze rispetto ai maschi. Ad oggi, si può purtroppo affermare che il comportamento autolesionista nell’adolescenza è un problema di salute pubblica, proprio perché il suo verificarsi ha raggiunto dimensioni mondiali. Il fenomeno ha un forte impatto sulla vita delle persone coinvolte.
La letteratura scientifica, in tal senso (dall’analisi di Konrad Bresin del 2015 sull’autolesionismo non suicida agli studi dei tempi post Covid, a cura del brasiliano Duarte fino all’ultima pubblicazione, del 2025, della rivista canadese Bmc Psychology, a cura di Stephen Lewis, Joanna Collaton, Riley Pugh, Nancy Heath e Rob Whintley) specifica che i numeri più recenti di questi comportamenti rivelano come l’autolesionismo, con o senza suicidio, non sia un fenomeno marginale né esclusivo dell’esperienza clinica, ma è un comportamento che attraversa diversi gruppi sociali e che potrebbe essere letto nel rapporto fra vulnerabilità individuale e pressioni derivanti dai contesti di vita, come la famiglia o la scuola, senza dimenticare la componente dannosa dell’onlife. Negli ultimi mesi dell’anno appena trascorso, la Commissione Europea ha discusso, in un tavolo relativo alle politiche educative e sociali, dei più recenti dati di Eurostat, secondo cui fra i 15 e i 29 anni si segnala una quota rilevante di decessi che può essere classificata come intentional self harm (suicidio autolesionistico intenzionale). Eurostat, poi, ha pubblicato un confronto sui dati relativi agli Stati membri ed è emersa una forte differenza geografica.
Vediamo nel dettaglio. I numeri più inquietanti provengono dai Paesi Bassi, da Cipro, dalla Grecia, dalla Bulgaria e dalla Romania, ma non sono meno preoccupanti in Germania, Francia e Italia. Certamente i numeri sono parlanti ed è bene che gli addetti ai lavori li analizzino, ma non vogliamo qui ricondurre tutto a un’analisi statistica, dal momento che l’ottica prescelta è quella relativa a un intervento psico-pedagogico, che cerchi di guardare alla centralità e alla specificità della persona. Sappiamo bene che dopo la pandemia, l’Ue ha aumentato la sua attenzione ai problemi di salute mentale, riconoscendo il profondo impatto del Covid sul benessere dei cittadini. Ed è in questo solco che sono da collocare i provvedimenti del 20 giugno 2025, quando il Consiglio d’Europa ha chiesto sforzi maggiori per proteggere la salute mentale dei bambini e degli adolescenti, soprattutto nel tempo frammentato dell’era digitale. E poi nell’ottobre 2025, l’Ocse, sempre con il sostegno della Commissione Europea, ha pubblicato un efficace rapporto sulla promozione e la prevenzione della salute mentale, con una precisa attenzione ai più giovani.
Per tentare di scandagliare ulteriormente il tragico fenomeno, in queste ore, il consorzio Seyle, Saving and Empowering Young Lives in Europe, ha raccolto dati di 11 Paesi europei e ha analizzato proprio il fenomeno dell’autolesionismo. Decisamente utile quanto riportato dal professor Vladimir Carli, il quale, con il suo gruppo di lavoro, ha raccolto un database epidemiologico completo sulla salute mentale e i comportamenti a rischio degli adolescenti, prendendo un campione di più di 12 mila ragazzi con un età compresa fra i 14 e i 17 anni. Fra questi dati ci sono anche quelli riguardanti l’Italia, con una specifica attenzione al fenomeno della bullizzazione o cyberbullizzazione, che porta, a volte, all’autopunizione della vittima, in cui sorgono comportamenti ansiosi e di disregolazione emotiva. Possiamo dunque parlare di cause dell’autolesionismo? Generalmente si preferisce convergere su modelli multifattoriali: vulnerabilità individuale, esposizione sociale, fattori biologici e culturali e trigger istituzionali. È sbagliato cercare esclusivamente dentro l’individuo, poiché ci sono anche fattori collettivi simbolici, che incidono fortemente, come quelle famiglie che (ostinatamente) negano le emozioni, o gli atteggiamenti scolastici di stampo punitivo oppure le amicizie ostili e ovviamente… Gli amori tossici. Non si può neanche trascurare il tema del capitale sociale: famiglie e comunità con reti solide e accesso a servizi riducono l’isolamento e aumentano la probabilità di intercettare precocemente una sofferenza.
Eppure anche questo dato andrà in futuro argomento e documentato, proprio per non scadere in semplificazioni. Solo in Italia, si registra un aumento del 500% delle consulenze neuropsichiatriche presso il pronto soccorso dell’Ospedale Bambino Gesù nell’ultimo decennio e l’autolesionismo è tra le prime cause di accesso al pronto soccorso pediatrico. È evidente che non ci sono soluzioni facili, ma si potrebbero individuare alcune piccole strade di sollievo, come dei programmi scolastici basati su competenze socio-emotive e un parent training, dove i ragazzi si sentano ascoltati e i genitori imparino a non vivere i disagi dei loro figli come uno stigma. Non vanno dimenticato, in questo contesto, anche quegli intramontabili studi, che dimostrano come la scarsa percezione del supporto emotivo da parte dei genitori verso i figli crei un elevato rischio di episodi autolesionistici: basti pensare a quella famosa teoria sull’attaccamento, che ha sottolineato come le relazioni genitoriali avare in “calore umano” compromettono notevolmente la gestione delle emozioni e aumentano la probabilità che l’adolescente cerchi vie autodistruttive per placare il vuoto del rifiuto o dell’eccessiva rigidità e dell’esasperante controllo.
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