Mané e i suoi fratelli hanno vinto la Coppa d'Africa. Non solo in campo
Ecco i protagonisti dell'edizione 2026, che ha visto trionfare il Senegal contro il Marocco al termine di una finale rocambolesca. Il numero 10 del Senegal ha riportato i suoi compagni sul terreno di gioco dopo le proteste per un penalty, ma è solo uno degli 11 protagonisti di una Nazionale ideale che va dal marocchino Hakimi al nigeriano Osimhen. Il tratto comune è la generosità

Quando tutto sembrava perduto si è preso il suo Paese sulle spalle e di riflesso un intero continente. Sadiò Mané è il grande vincitore della Coppa d’Africa 2026. Non solo per aver trascinato il Senegal al trionfo (il secondo nell’albo d’oro). Ma anche per aver scongiurato uno degli epiloghi più assurdi nella storia del calcio nella finale vinta dai suoi contro i padroni di casa del Marocco (1-0). I suoi compagni di squadra avevano abbandonato il campo per una surreale quanto infantile protesta contro l’assegnazione di un rigore a tempo quasi scaduto. È stato Mané a riportarli sul terreno di gioco supplicandoli in ginocchio. Così dopo venti minuti di follia con i tifosi del Senegal inferociti che lanciavano di tutto in campo, i Leoni della Teranga hanno ripreso a giocare. Il Marocco ha sbagliato il rigore con Diaz e il Senegal ha portato a casa il trofeo con un gol di Pape Gueye.
Certo quelle immagini resteranno una macchia per il torneo e per il calcio africano nonostante le scuse a fine partita del ct dei senegalesi e la condanna imbarazzata da parte del presidente della Fifa Infantino. Ma ancora una volta è emerso il carisma che Mané esercita da sempre anche fuori dal rettangolo di gioco condividendo le sue fortune con la gente. Un proverbio africano dice: «Un fiume che dimentica la sua sorgente si prosciugherà presto». E il numero 10 del Senegal non ha mai dimenticato da dove proviene. Lui come diversi campioni visti in questa Coppa d’Africa hanno creato nei propri Paesi fondazioni e strutture solidali. Al punto che è possibile stilare una Nazionale ideale, forte ruolo per ruolo sia in campo ma soprattutto fuori.
I tricicli di Nwabili, il cuore di Koulibaly
Tra i pali ci potrebbe essere il nigeriano Stanley Nwabili. L’anno scorso voleva lasciare il calcio dopo aver perso padre e madre nel giro di poche settimane. Ha tenuto duro e nei mesi scorsi ha commosso i leader e gli anziani della sua gente di Port Harcourt. Per onorare la memoria dei genitori ha donato 50 “keke”, quei tipici “tre ruote” motorizzati che possono essere d’aiuto ai ragazzi disoccupati ad avviare piccole attività di trasporto o di consegna. Se volessimo ipotizzare una difesa a tre in un ipotetico 3-4-3 allora il perno difensivo potrebbe essere il 34enne capitano del Senegal, Kalidou Koulibaly. Oggi gioca con gli arabi dell’Al-Hilal ma è ben noto in Italia per i suoi trascorsi al Napoli. Un capitano dal cuore grande come il nome dell’associazione da lui sostenuta, “Capitaine du Coeur”. Si era già distinto durante la pandemia per donazioni di ambulanze e attrezzature sanitarie. «Fare queste cose è qualcosa a cui tengo profondamente – dice - Adoro farlo. Sono andato a Diamaguène (un sobborgo di Dakar) per consegnare materiale scolastico agli studenti. A Bafoussam, in Costa d’Avorio, abbiamo allestito un parco giochi. Tutto questo per vedere i bambini sorridere». Il nuovo obiettivo è un centro sanitario a Ngano, il suo villaggio natale nella regione di Matam.
Il doppio passo di Hakimi e i neonati di Tapsoba
Ma non da meno sono le opere di un altro difensore come Achraf Hakimi, oggi al Psg (ex Inter). Il capitano del Marocco ha messo su una sua fondazione il cui motto è “For a Step Further”: per un passo in più, quello che il giocatore spera di far fare ai giovani rispetto alle condizioni di partenza, soprattutto attraverso educazione, sport e inclusione. A completare la linea difensiva può esserci Edmond Tapsoba, difensore della Burkina Faso (e del Bayer Leverkusen) che ha creato nella capitale Ouagadougou una sua fondazione. Con un occhio particolare per mamme e neonati: come il progetto per Tibga comune rurale di 59mila abitanti distribuiti in 32 villaggi e un accesso molto limitato ai servizi sanitari. Tapsoba sta promuovendo un nuovo reparto maternità visto che l’attuale conta solo tre letti e nessun laboratorio diagnostico. A centrocampo ritroviamo Mané, il capitano ideale. La stella del Senegal (in passato star del Liverpool) è un vero benefattore: «Perché dovrei volere dieci Ferrari, venti orologi di diamanti o due aerei? Cosa faranno questi oggetti per me e per il mondo? Avevo fame e dovevo lavorare nei campi; ho superato momenti difficili, ho giocato a calcio a piedi nudi, non ho ricevuto un’istruzione e tante altre cose, ma oggi con quello che ho vinto grazie al calcio posso aiutare la mia gente». Con il suo sostegno sta trasformando il suo villaggio natale di Bambali, in cui ha costruito anche un ospedale in ricordo del padre scomparso quando aveva sette anni a causa della mancanza di strutture mediche. «Ho costruito scuole, uno stadio, forniamo vestiti, scarpe e cibo a persone che vivono in condizioni di estrema povertà. Inoltre, dono 70 euro al mese (circa il salario minimo in Senegal, ndr) a tutte le persone che vivono in una regione molto povera, contribuendo all’economia delle loro famiglie. Non ho bisogno di mostrare auto e case di lusso, viaggi e persino aerei. Preferisco che la mia gente riceva un po’ di ciò che la vita mi ha dato».
L’acqua pura di Salah e i disabili per Osimhen
Non è da meno l’impegno per la Costa d’Avorio del centrocampista Wilfred Zaha. Il calciatore e la sua famiglia hanno creato una fondazione nel 2017 a cui Zaha contribuisce con il 10% del suo stipendio. Tra le tante attività anche un orfanotrofio gestito dalla sorella. Ma in mediana una maglia la merita anche un altro senegalese: Idrissa Gana Gueye cofondatore dell’associazione For Hope, con cui ha realizzato una casa di accoglienza a Dakar per i genitori di bambini che ricevono cure oncologiche: la Maison des Parents. Oltre a un centro di supporto per giovani con HIV e la presa in carico di oltre 4.600 bambini in 11 paesi africani.
Non è un centrocampista, ma un vero bomber e deve far parte di questa Nazionale: si tratta di Momo Salah benefattore dell’Egitto e non solo, con progetti sociali e infrastrutturali. Tra questi lo sviluppo del villaggio natale di Nagrig al quale ha donato un impianto di depurazione dell’acqua di circa 450mila dollari. Al centro del tridente d’attacco la stella nigeriana Victor Osimhen: «Sono ispirato da Sadio Mané. Ma ho un obiettivo diverso dal suo. Lui sta costruendo infrastrutture per la comunità del Senegal, e questo è grandioso. Ma io voglio aiutare le persone con disabilità in tutta l’Africa». Come? Con una struttura d’eccellenza: «Se non hai una gamba, te ne costruiremo una nuova. Se è un braccio, ti costruiremo un nuovo braccio. Vogliamo che i disabili si sentano uguali a tutti gli altri». Al suo fianco merita un posto da titolare anche Mbwana Ally Samatta, capitano e simbolo della Tanzania che quest’anno ha centrato il traguardo storico degli ottavi di finale. Con la sua fondazione Samatta si è distinto per progetti di sviluppo giovanile e sportivo.
Il Vangelo di Bakambu e il sangue di Regragui
E infine a chiudere l’11 ideale Cédric Bakambu centravanti della Repubblica Democratica del Congo che sui social condivide la frase del Vangelo: «Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9, 23). Un attaccante determinato che si batte soprattutto per l’alfabetizzazione del Paese africano pur essendo nato in Francia. «Fu durante il mio primo viaggio in Congo, in risposta a una convocazione in nazionale, che mi venne l’idea di creare una fondazione. Avevo 23 anni e rimasi sconvolto dalle spaventose condizioni di vita di innumerevoli bambini. Se i miei genitori non si fossero trasferiti sarei stato anch’io uno di quei bambini, abbandonato a me stesso, senza nulla da aspettarsi, senza speranza, senza motivo di credere nel futuro». E in panchina? Arrivare a donare il sangue per gli altri è quello che ha fatto concretamente Walid Regragui, ct del Marocco, organizzando con i suoi giocatori la donazione di sangue per i feriti del devastante terremoto del 2023. Non può che essere allora lui l’allenatore di questa Nazionale impavida: «Un figlio di Dio non ha paura» ha detto il ct del Camerun, David Pagou. Siamo figli della terra e del cielo dicono i nostri 11 eroi puntando in alto così come dice quel proverbio africano: «Aggancia il tuo aratro a una stella».
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