Il concerto di Messiaen, 85 anni dopo. «I nazisti lo usarono come test»

Domani al Memoriale della Shoah a Milano il “Quartetto per la fine del Tempo”. La senatrice Segre: «Fu un “experimentum in corpore vili”, con cui cercarono di capire come, in condizioni estreme di prigionia, si potessero provare forme di coinvolgimento “creativo” di alcuni detenuti, tali da favorire il divertimento degli aguzzini»
January 20, 2026
Il concerto di Messiaen, 85 anni dopo. «I nazisti lo usarono come  test»
United States Holocaust Memorial Museum | Olivier Messiaen tra altri musicisti nel campo di prigionia di Görlitz
Per la prima volta, l’opera di un compositore «cristiano, cattolico, credente e praticante», così si definiva Olivier Messiaen (1908-1992), verrà eseguita all’interno di un luogo dedicato alla memoria del popolo ebraico. Domani accadrà, a Milano (alle ore 18), quando le note del Quartetto per la fine del Tempo di Messiaen risuoneranno all’interno del Memoriale della Shoah, dove fino al 28 febbraio si potrà visitare anche la mostra di Mimmo Paladino Görlitz – Stalag VIII A – 15 gennaio 1941. Mostra che reca nel titolo il nome del luogo, lo Stalag di Görlitz, il campo di detenzione per militari poi anche per civili (dove fra il 1939 e 1945 vennero uccisi migliaia di internati), e la data di quella prima storica esecuzione del Quartetto per la fine del Tempo. Un luogo anomalo, ma purtroppo non insolito – specie in quel tempo buio di “banalità del male” – per un concerto di musica classica, come ricorda la senatrice a vita Liliana Segre, testimone diretta della Shoah, in quanto ebrea scampata al campo di sterminio di Auschwitz. «È noto, infatti, come negli inferni concentrazionari nazisti gli aguzzini favorissero l’organizzazione di bande musicali e gruppi corali, a Theresienstadt furono addirittura organizzate delle stagioni operistiche. Era un modo diabolico di rendere davvero totalitaria, cioè tale da compromettere l’intera esistenza umana, materiale e spirituale, la realtà dei campi», scrive Segre nel libretto di sala curato dal giornalista e musicologo Sandro Cappelletto, la voce narrante dell’opera di Messiaen.
Cappelletto riprende le parole con le quali lo stesso compositore rievoca quella notte gelida per l’umanità. «Faceva un freddo atroce, il campo era sepolto dalla neve. Eravamo trentamila prigionieri di guerra, per la maggior parte francesi, con dei polacchi dei belgi, e dei serbi. Poi arriveranno gli inglesi, i russi, gli italiani. Francesi d’Europa, d’Asia, d’Africa: cristiani, ebrei, musulmani. Tutti lì rinchiusi, prigionieri, umiliati ogni giorno. Suonavamo su strumenti rotti: ricordo che quella sera il violoncello aveva soltanto tre corde, e i tasti della parte destra del mio pianoforte, che avevo trovato sistemando una baracca, si abbassavano e non ritornavano più su. I nostri vestiti erano incredibili; per distinguerci, mi avevano fatto indossare una divisa verde, lacera, tolta a un soldato cecoslovacco. Ma non c’era di meglio. Portavo degli zoccoli di legno, buoni per camminare sulla neve». Dinanzi a un pubblico variegato, che rappresentava tutte le classi della società, in quella lunga notte del ’41 Messiaen donò al mondo il suo capolavoro. Un brano di musica da camera diviso in otto movimenti: «Sette è il numero perfetto, la creazione di sei giorni santificata dallo Shabbat divino; il Sette di questo riposo si prolunga nell’eternità e diventa l’Otto della luce indefettibile, della pace che non si può profanare». L’idea del Quartetto gli era venuta partendo da un’immagine dell’Apocalisse di Giovanni, quella dall’immagine dell’Angelo che annuncia la fine del Tempo. «Il suo mistero non si può rappresentare, non si può vedere. È un mistero che chiama la musica», annotava Messiaen che si avvalse di tre compagni di baracca, «tre magnifici musicisti. Jean Le Boulaire era il violino, Henri Akoka il clarinetto, Etienne Pasquier suonava il violoncello: lo aveva comprato nel negozio di musica di Goerlitz, era costato 65 marchi, raccolti dai suoi compagni di baracca perché potesse suonare, per lui, per loro. Io, sedevo al pianoforte. Su un foglietto di carta, alla fine del concerto, ci siamo scritti delle dediche, per ricordare per sempre quella serata».
Il Memoriale della Shoah di Milano intende ricordare ovviamente tutte le vittime del nazifascismo ma in questo concerto un ruolo particolare spetta a Henry Akoka, di religione ebraica. «Suo padre, Abraham, verrà deportato e assassinato ad Auschwitz; lui, riuscirà a evadere e salvarsi», ricordava l’altro “salvato” Messiaen, che non poteva certo dimenticare «l’ateo Le Boulaire» e «l’agnostico» Etienne. Il Quartetto per la fine del Tempo 85 anni dopo la sua creazione verrà eseguito da Carlo Lazari (violino), Aldo Orvieto (pianoforte), Carlo Teodoro (violoncello) e Davide Teodoro (clarinetto). Le note, come le tele originali di Palladino ispirate dalla musica del compositore francese, coloreranno un evento all’insegna della pace e della difesa della memoria, come sottolinea in chiusura al suo testo Liliana Segre: «Il Quartetto di Messiaen è un autentico “experimentum in corpore vili”, con cui i nazisti cercarono di capire come, in condizioni estreme di prigionia, si potessero sperimentare forme di coinvolgimento “creativo” di alcuni detenuti, tali da favorire il divertimento degli aguzzini, ma soprattutto la migliore gestione dei loro piani criminali di sterminio. Per noi, dunque, non solo ricordare necesse est. Ma anche recuperare il senso autentico della musica, dell’arte e della cultura, come vertici della libertà e della creatività umana. Antiveleno contro tutte le subculture della Morte e della Violenza. Il modo migliore per opporre alla barbarie totalitaria non solo una condanna di routine, ma i sensi di un superiore livello di civiltà e di dignità umana. Perché ancora e sempre possa dirsi di noi tutti: “Nati non foste per viver come bruti”».

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