Mps, Leonardo, Eni & Co: sulle nomine delle Spa di Stato c'è un test da 280 miliardi
Inizia la stagione delle assemblee delle società quotate, in cui si eleggeranno i vertici: nuovi nomi e nuove regole al vaglio del mercato. E Montepaschi è già un rebus

C’è un esame da quasi 285 miliardi che in questa primavera aspetta l’Italia e la sua reputazione in un ambiente che – ci piaccia o no – conta parecchio: quello dei mercati finanziari e in particolare degli investitori stranieri, gli stessi che detengono circa mille miliardi del debito pubblico italiano e che per questo guardano sempre con particolare attenzione ai rendimenti ma soprattutto allo spread (la differenza tra i tassi dei titoli di stato italiani e tedeschi). Questa volta però la materia d’esame non saranno i BTp e la rincorsa ai Bund, ma le otto società quotate che vedono una partecipazione più o meno grande dello Stato e che si trovano con i vertici in fase di rinnovo.
Un test interessante
Si tratta di Enav, Enel, Eni, Leonardo, Mps, Poste Italiane, Raiway e Terna. Al 2 aprile, in totale, queste società capitalizzavano in Borsa 284,3 miliardi di euro. Buona parte di questa cifra è rappresentata da azioni detenute da investitori stranieri – per lo più i grandi fondi come BlackRock, Vanguard o altri marchi della finanza per lo più americana – che avranno così modo di esprimere il proprio giudizio sulle società, sulla loro gestione, ma soprattutto sui candidati a governarle per i prossimi tre anni. I fondi, come tutti gli azionisti, potranno esplicitare il proprio gradimento presentandosi o meno in assemblea, e poi votando a favore o contro i nomi proposti. Le assemblee di rinnovo si tengono ogni tre anni, ma l’esame del 2026 è particolarmente significativo per almeno tre ragioni: le società in questione sono grandi e operano su settori particolarmente cruciali in questo momento (Enel, Eni e Terna sull’energia, Leonardo sulle armi), in alcuni casi si è optato per soluzioni non propriamente scontate e infine si sono appena cambiate le norme del Testo unico della finanza che regolano proprio i rapporti tra azionisti di controllo e di minoranza. La revisione delle regole, che ha richiesto anni e generato un ampio dibattito, ha visto in cabina di regìa il Tesoro, lo stesso soggetto a cui fanno capo – direttamente o indirettamente – le azioni delle società quotate: per questo via XX Settembre sarà nei fatti oggetto di un doppio esame, sia come azionista che come ispiratore delle regole del gioco appena entrate in vigore.
Si tratta di Enav, Enel, Eni, Leonardo, Mps, Poste Italiane, Raiway e Terna. Al 2 aprile, in totale, queste società capitalizzavano in Borsa 284,3 miliardi di euro. Buona parte di questa cifra è rappresentata da azioni detenute da investitori stranieri – per lo più i grandi fondi come BlackRock, Vanguard o altri marchi della finanza per lo più americana – che avranno così modo di esprimere il proprio giudizio sulle società, sulla loro gestione, ma soprattutto sui candidati a governarle per i prossimi tre anni. I fondi, come tutti gli azionisti, potranno esplicitare il proprio gradimento presentandosi o meno in assemblea, e poi votando a favore o contro i nomi proposti. Le assemblee di rinnovo si tengono ogni tre anni, ma l’esame del 2026 è particolarmente significativo per almeno tre ragioni: le società in questione sono grandi e operano su settori particolarmente cruciali in questo momento (Enel, Eni e Terna sull’energia, Leonardo sulle armi), in alcuni casi si è optato per soluzioni non propriamente scontate e infine si sono appena cambiate le norme del Testo unico della finanza che regolano proprio i rapporti tra azionisti di controllo e di minoranza. La revisione delle regole, che ha richiesto anni e generato un ampio dibattito, ha visto in cabina di regìa il Tesoro, lo stesso soggetto a cui fanno capo – direttamente o indirettamente – le azioni delle società quotate: per questo via XX Settembre sarà nei fatti oggetto di un doppio esame, sia come azionista che come ispiratore delle regole del gioco appena entrate in vigore.
Il peso dei fondi
Vale la pena fare ancora una premessa, che riguarda sempre gli investitori stranieri. Secondo alcune recenti elaborazioni dei dati Consob e Banca d’Italia, nel corso del 2025 il peso degli azionisti esteri ha superato la metà dentro al capitale delle società quotate: a giugno 2025 avevano toccato il 50,8% (dal 48,6% di metà 2024); in pratica, oltre la metà di quanto è investito sulla Borsa italiana arriva dall’estero. Una presenza fondamentale per il sostegno alle società italiane, un ospite da tenersi buono ma talvolta ingombrante visti ormai gli spazi che è arrivato a occupare. Da qui anche la revisione di alcuni punti nodali del Tuf effettuata due anni fa con la legge capitali, pensata per rendere il mercato sempre più attrattivo e per tutelare le minoranze, ma anche per consentire ai soci di controllo di gestire l’azienda arginando quelle “interferenze” ritenute eccessive o pretestuose. Una riforma tecnica ma dall’alta valenza “politica”, che ha suscitato critiche illustri (come quella dell’International Corporate Governance Network, che rappresenta investitori con oltre 90 trilioni di dollari di asset): non a caso a pochi giorni dall’ultimo via libera arrivato in Consiglio dei ministri il 27 marzo scorso ha subito visto insediato un comitato tecnico scientifico di 40 esperti che dovrà monitorarne l’applicazione per valutare la necessità di (probabili) correttivi.
Vale la pena fare ancora una premessa, che riguarda sempre gli investitori stranieri. Secondo alcune recenti elaborazioni dei dati Consob e Banca d’Italia, nel corso del 2025 il peso degli azionisti esteri ha superato la metà dentro al capitale delle società quotate: a giugno 2025 avevano toccato il 50,8% (dal 48,6% di metà 2024); in pratica, oltre la metà di quanto è investito sulla Borsa italiana arriva dall’estero. Una presenza fondamentale per il sostegno alle società italiane, un ospite da tenersi buono ma talvolta ingombrante visti ormai gli spazi che è arrivato a occupare. Da qui anche la revisione di alcuni punti nodali del Tuf effettuata due anni fa con la legge capitali, pensata per rendere il mercato sempre più attrattivo e per tutelare le minoranze, ma anche per consentire ai soci di controllo di gestire l’azienda arginando quelle “interferenze” ritenute eccessive o pretestuose. Una riforma tecnica ma dall’alta valenza “politica”, che ha suscitato critiche illustri (come quella dell’International Corporate Governance Network, che rappresenta investitori con oltre 90 trilioni di dollari di asset): non a caso a pochi giorni dall’ultimo via libera arrivato in Consiglio dei ministri il 27 marzo scorso ha subito visto insediato un comitato tecnico scientifico di 40 esperti che dovrà monitorarne l’applicazione per valutare la necessità di (probabili) correttivi.
I risultati già scritti
In questo clima di ridefinizione di regole e di rapporti tra chi decide e chi finanzia si aprirà ora la stagione assembleare. Per il Governo è un’occasione per puntellare il controllo di alcune società strategiche non solo a livello di potere (buona parte dei manager viene spesso ricondotta a singoli partiti o a correnti degli stessi) ma anche di impatto sull’economia reale: si pensi a Eni o Enel, ad esempio, dove non ci sarebbero dubbi per la conferma per un quinto mandato di Claudio Descalzi nel suolo di ad Eni, mentre potrebbe arrivare alla presidenza il comandante generale della Guardia di Finanza Andrea De Gennaro (a meno che non venga prorogato alla guida delle Fiamme Gialle). Flavio Cattaneo viaggia indisturbato verso una conferma alla guida di Enel, in un tandem che ha funzionato meglio delle attese con il presidente Paolo Scaroni. Chiude il trittico energetico Terna, la società delle reti, dove nelle settimane scorse era circolata qualche ipotesi di cambio ai vertici, ma che secondo indiscrezioni più recenti dovrebbe veder confermata l’ad Giuseppina Di Foggia. Già chiuse, intanto, le prime partite: la Rai ha depositato la lista di maggioranza per la controllata e quotata Rai way (Enrico Mordillo indicato per la presidenza e Roberto Cecatto confermato ad), mentre giovedì la prima lista ufficializzata direttamente dall’azionista Tesoro è stata per il consiglio di amministrazione di Poste Italiane. Nero su bianco è stata messa la conferma di Matteo Del Fante amministratore delegato e di Silvia Rovere presidente, in vista del voto degli azionisti in assemblea il 27 aprile: per Del Fante si tratta del quarto mandato come capoazienda, una “legislatura” in cui avrà modo di chiudere un’operazione decisiva come la ripubblicizzazione di Tim, su cui il 10 marzo è stata lanciata un’offerta pubblica.
In questo clima di ridefinizione di regole e di rapporti tra chi decide e chi finanzia si aprirà ora la stagione assembleare. Per il Governo è un’occasione per puntellare il controllo di alcune società strategiche non solo a livello di potere (buona parte dei manager viene spesso ricondotta a singoli partiti o a correnti degli stessi) ma anche di impatto sull’economia reale: si pensi a Eni o Enel, ad esempio, dove non ci sarebbero dubbi per la conferma per un quinto mandato di Claudio Descalzi nel suolo di ad Eni, mentre potrebbe arrivare alla presidenza il comandante generale della Guardia di Finanza Andrea De Gennaro (a meno che non venga prorogato alla guida delle Fiamme Gialle). Flavio Cattaneo viaggia indisturbato verso una conferma alla guida di Enel, in un tandem che ha funzionato meglio delle attese con il presidente Paolo Scaroni. Chiude il trittico energetico Terna, la società delle reti, dove nelle settimane scorse era circolata qualche ipotesi di cambio ai vertici, ma che secondo indiscrezioni più recenti dovrebbe veder confermata l’ad Giuseppina Di Foggia. Già chiuse, intanto, le prime partite: la Rai ha depositato la lista di maggioranza per la controllata e quotata Rai way (Enrico Mordillo indicato per la presidenza e Roberto Cecatto confermato ad), mentre giovedì la prima lista ufficializzata direttamente dall’azionista Tesoro è stata per il consiglio di amministrazione di Poste Italiane. Nero su bianco è stata messa la conferma di Matteo Del Fante amministratore delegato e di Silvia Rovere presidente, in vista del voto degli azionisti in assemblea il 27 aprile: per Del Fante si tratta del quarto mandato come capoazienda, una “legislatura” in cui avrà modo di chiudere un’operazione decisiva come la ripubblicizzazione di Tim, su cui il 10 marzo è stata lanciata un’offerta pubblica.

Le incertezze su Leonardo
Fin qui l’esame si preannuncia una passeggiata: quando prevale la continuità, difficile che gli investitori si mettano di traverso. Soprattutto se gli amministratori in via di rinnovo hanno mantenuto le promesse fatte a inizio mandato, com’è per lo più accaduto nei casi fin qui esaminati. Il quadro potrebbe cambiare se si propone di cambiare strada, come nel caso di Leonardo. In tre anni, complice la corsa al riarmo, l’ex Finmeccanica ha visto triplicato il suo valore di borsa e si è trovata protagonista di alcuni progetti sia tecnologici che industriali, come lo scudo aereo missilistico denominato “Michelangelo Dome” o l’acquisizione del ramo difesa di Iveco (intanto divenuta cinese), ma ciononostante si profila un passaggio di consegne forzato per l’amministratore delegato Roberto Cingolani, che le malelingue dicono troppo vicino al ministro Crosetto per riscuotere la piena fiducia della premier. In queste ore si sta definendo la probabile successione, che vedrebbe in prima fila un altro storico manager di casa Finmeccanica, ovvero Lorenzo Mariani. In assenza di alternativa i fondi probabilmente seguiranno l’azionista pubblico, ma il capitale presente e l’ammontare esatto dei voti a favore potrebbero rivelare il gradimento per il cambio della guardia. E il -8% registrato ieri dal titolo Leonardo, ispirato dalle voci insistenti di un’uscita di Cingolani, possono rappresentare un indizio.
Fin qui l’esame si preannuncia una passeggiata: quando prevale la continuità, difficile che gli investitori si mettano di traverso. Soprattutto se gli amministratori in via di rinnovo hanno mantenuto le promesse fatte a inizio mandato, com’è per lo più accaduto nei casi fin qui esaminati. Il quadro potrebbe cambiare se si propone di cambiare strada, come nel caso di Leonardo. In tre anni, complice la corsa al riarmo, l’ex Finmeccanica ha visto triplicato il suo valore di borsa e si è trovata protagonista di alcuni progetti sia tecnologici che industriali, come lo scudo aereo missilistico denominato “Michelangelo Dome” o l’acquisizione del ramo difesa di Iveco (intanto divenuta cinese), ma ciononostante si profila un passaggio di consegne forzato per l’amministratore delegato Roberto Cingolani, che le malelingue dicono troppo vicino al ministro Crosetto per riscuotere la piena fiducia della premier. In queste ore si sta definendo la probabile successione, che vedrebbe in prima fila un altro storico manager di casa Finmeccanica, ovvero Lorenzo Mariani. In assenza di alternativa i fondi probabilmente seguiranno l’azionista pubblico, ma il capitale presente e l’ammontare esatto dei voti a favore potrebbero rivelare il gradimento per il cambio della guardia. E il -8% registrato ieri dal titolo Leonardo, ispirato dalle voci insistenti di un’uscita di Cingolani, possono rappresentare un indizio.
La cima del Monte dei Paschi
Tra le società in cui il Tesoro ha una quota, in questo caso piccola e “avanzata” dalla riprivatizzazione dei mesi scorsi, c’è il Monte dei Paschi. Qui si gioca tutta un’altra partita, più inedita e intricata, che – forse non a caso – ha visto l’azionista pubblico farsi da parte e preferire il ruolo di spettatore (interessato): il pacchetto del 4,86% della banca che ancora fa capo a Via XX Settembre non è stato depositato in vista dell’assemblea del 15 aprile e dunque non potrà essere utilizzato per eleggere o bocciare i candidati a guidare la banca. E qui si apre il rebus: avvalendosi delle nuove norme del Tuf, il consiglio di amministrazione uscente ha depositato una lista per il rinnovo che prevede la conferma alla presidenza di Nicola Maione e la nomina come ad di Fabrizio Palermo (oggi alla guida dell’utility romana Acea) in sostituzione di Luigi Lovaglio, manager che negli ultimi anni ha chiuso un aumento di capitale ad altissimo rischio e condotto il Monte nella scalata a Mediobanca. Traguardi che non sono bastati a conquistarsi una conferma, complice il fatto che sulle vicende del recente passato pesa anche un’inchiesta della procura di Milano. Sta di fatto che il cda – su cui hanno un peso determinante primi azionisti privati (Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, e il gruppo romano Caltagirone particolarmente “propositivo”, che in totale hanno quasi il 28%) si è trovato a proporre una lista per il rinnovo che punta a dare continuità al percorso avviato da Lovaglio ma senza di lui, che invece figura in una lista concorrente promossa da un altro socio privato (la Plt holding, ex azionista Mediobanca ora entrato in Mps, che ha l’1,2% ).
Tra le società in cui il Tesoro ha una quota, in questo caso piccola e “avanzata” dalla riprivatizzazione dei mesi scorsi, c’è il Monte dei Paschi. Qui si gioca tutta un’altra partita, più inedita e intricata, che – forse non a caso – ha visto l’azionista pubblico farsi da parte e preferire il ruolo di spettatore (interessato): il pacchetto del 4,86% della banca che ancora fa capo a Via XX Settembre non è stato depositato in vista dell’assemblea del 15 aprile e dunque non potrà essere utilizzato per eleggere o bocciare i candidati a guidare la banca. E qui si apre il rebus: avvalendosi delle nuove norme del Tuf, il consiglio di amministrazione uscente ha depositato una lista per il rinnovo che prevede la conferma alla presidenza di Nicola Maione e la nomina come ad di Fabrizio Palermo (oggi alla guida dell’utility romana Acea) in sostituzione di Luigi Lovaglio, manager che negli ultimi anni ha chiuso un aumento di capitale ad altissimo rischio e condotto il Monte nella scalata a Mediobanca. Traguardi che non sono bastati a conquistarsi una conferma, complice il fatto che sulle vicende del recente passato pesa anche un’inchiesta della procura di Milano. Sta di fatto che il cda – su cui hanno un peso determinante primi azionisti privati (Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, e il gruppo romano Caltagirone particolarmente “propositivo”, che in totale hanno quasi il 28%) si è trovato a proporre una lista per il rinnovo che punta a dare continuità al percorso avviato da Lovaglio ma senza di lui, che invece figura in una lista concorrente promossa da un altro socio privato (la Plt holding, ex azionista Mediobanca ora entrato in Mps, che ha l’1,2% ).
Chi vincerà, Palermo o Lovaglio? Favoritissimo è il primo, stando alle previsioni. Ma a dover essere eletto non sarà solo l’ad. E qui si potrebbero aprire elementi di incertezza: chi voteranno i grandi fondi di investimento? In casi come questi gli operatori internazionali preferiscono non addentrarsi nei particolari e seguire i consigli formulati da soggetti specializzati, i “proxy advisor”, che però per il rinnovo del consiglio Mps hanno suggerito di bocciare alcuni singoli candidati, avvalendosi di un’altra (nuova) norma che prevede un secondo voto in assemblea, nome per nome. Lo stesso Maione non ha trovato l’appoggio di uno di questi proxy advisor, la società Iss, rendendo così la composizione del nuovo vertice di Mps un terno al lotto. Anche perché tra i candidati al consiglio ci sono anche altri nomi noti e apprezzati, come l’ex ad di Intesa Sanpaolo Corrado Passera e Carlo Vivaldi, ex top manager di UniCredit. I primi due soci, Delfin e Caltagirone, saranno presenti in assemblea e se voteranno allineati (ma non è detto, stando alle indiscrezioni del Sole 24 Ore), l’esito potrebbe esse già scritto. Ma le premesse sono tali da rendere l’assemblea del 15 aprile un test assai significativo per capire l’umore degli investitori esteri e la tenuta delle nuove regole, a cui tengono non solo gli investitori ma anche le autorità di controllo, che – Bce in primis – ormai da anni marcano strettissima la banca più antica del mondo diventata crocevia di “prime volte”. Il Financial times nei giorni scorsi ha riportato anche di una lettera inviata da Francoforte al vertice di Mps in cui esprimeva una serie di perplessità. In Italia oltre al Governo segue da vicino anche la Consob, l’authority di controllo sui mercati finanziari a cui spetta la vigilanza sulla parità di trattamento tra tutti quelli che investono, siano grandi fondi o piccoli risparmiatori, italiani o esteri. Anche in Consob, peraltro, tira aria di ricambio: il presidente Paolo Savona ha terminato il suo incarico a inizio marzo, e il governo deve nominare il sostituto. Un altro tassello di un gioco che non è proprio un gioco, e interessa non solo a chi siede intorno al tavolo in cui si decide.
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