Pirelli scommette sull’India: ecco perchè è diventata la nuova frontiera dell’auto mondiale
di Alberto Caprotti inviato a Nuova Dehli
L’accordo con BKT prevede che vengano prodotti fino a 800mila pneumatici entro il 2030. Nel terzo mercato automobilistico del pianeta investono anche Stellantis, Hyundai e Suzuki: tra nuovi clienti e fabbriche per l’export, opportunità enormi e sfide ancora aperte

Per capire perché l’automobile mondiale guardi sempre più spesso all’India, bisogna cambiare prospettiva. In Europa si cerca di convincere chi possiede una macchina a sostituirla. Qui la sfida è soprattutto accompagnare chi non ne ha mai comprata una. È questa distanza, prima ancora del basso costo del lavoro, a spiegare l’attrattività del Paese: un mercato già enorme, ma con una motorizzazione ancora lontana da quella occidentale. L’intesa fra Pirelli e BKT annunciata oggi si inserisce in questa geografia delle opportunità, nella quale la crescita dei consumi incontra l’ambizione di diventare una grande piattaforma industriale.
Pirelli infatti scommette sull’India e passa dalla presenza commerciale alla produzione locale. L’accordo siglato con BKT prevede che il gruppo indiano realizzi, in un nuovo stabilimento, fino a 800mila pneumatici premium a marchio Pirelli entro il 2030, rispettando gli standard tecnologici e qualitativi della multinazionale milanese. L’intesa apre anche a una seconda fase: al verificarsi di determinate condizioni, nascerà una joint venture paritetica per costruire un impianto dedicato ai pneumatici di alta gamma dei due marchi, destinati sia al mercato indiano sia all’esportazione. La prospettiva è quella di un Paese nel quale, secondo le stime riportate dalle aziende, le immatricolazioni cresceranno del 5-7% annuo fra il 2025 e il 2030, mentre il mercato dei pneumatici premium arriverà a valere quasi cinque volte quello attuale. «L’India sta assumendo un ruolo sempre più centrale nell’evoluzione dell’industria automobilistica globale», sottolinea il presidente esecutivo Marco Tronchetti Provera. Per l’amministratore delegato Andrea Casaluci, «è il momento giusto per cogliere questa opportunità».
L’India infatti è il terzo mercato automobilistico mondiale, dopo Cina e Stati Uniti. Nell’esercizio aprile 2025-marzo 2026, secondo l’associazione dei costruttori Siam, le vendite interne di autovetture e altri veicoli passeggeri hanno raggiunto il record di 4,64 milioni di unità, il 7,9% in più rispetto all’anno precedente. Ma per misurare davvero il Paese bisogna aggiungere 21,7 milioni di motocicli e scooter: il primo gradino della mobilità individuale resta a due ruote. Intanto cresce la capacità di vendere oltreconfine: le esportazioni di veicoli passeggeri hanno superato le 905mila unità, aumentando del 17,5%.
L’India compra, produce e comincia a pesare sempre di più anche nei garage degli altri. Fra luglio e settembre 2026 le consegne dei costruttori hanno raggiunto 1,36 milioni di veicoli passeggeri, con un incremento del 30,7%. Un balzo da leggere tenendo conto della base di confronto favorevole e della riduzione del prelievo sui consumi, che ha sostenuto gli acquisti. Il dato più significativo riguarda però i gusti: i cosiddetti utility vehicles, categoria che comprende i Suv, valgono ormai il 68% del mercato. Anche qui l’auto racconta una promozione sociale, il desiderio di spazio, sicurezza e riconoscibilità. È una trasformazione che apre opportunità anche per componenti e pneumatici di fascia superiore.
I grandi Gruppi stanno rispondendo con investimenti che misurano meglio di qualsiasi dichiarazione la centralità del Paese. Il 13 ottobre Hyundai Motor Group ha annunciato un piano da 15,5 miliardi di dollari fra il 2026 e il 2032, destinato alla produzione, alla ricerca e allo sviluppo dell’ecosistema industriale. Per Suzuki, attraverso la controllata Maruti, l'India è addirittura il primo mercato al mondo, e punta a una capacità di circa quattro milioni di vetture l’anno dall’esercizio 2030. Non si cercano soltanto clienti: si costruiscono fabbriche, competenze e filiere capaci di servire il mondo.
Nella corsa all’India c’è spazio anche per l’industria legata all’Italia. Stellantis ha appena annunciato circa 400 milioni di euro di nuovi investimenti e dodici novità targate Jeep e Citroën entro il 2030. Ancora più significativo l’accordo con Tata Motors: sviluppare veicoli da costruire nel Paese per oltre cinquanta mercati. L’India diventa così una base dalla quale competere nel mondo. Una prospettiva che riguarda anche la componentistica: Brembo ha firmato una joint venture a maggioranza per produrre ABS per motocicli presso Pune, accompagnando l’evoluzione della domanda verso una maggiore sicurezza. Accanto ai volumi infatti, cresce il bisogno di tecnologia: è su questo terreno che le competenze italiane possono trovare nuove opportunità
C’è poi la ragione geopolitica. Per i costruttori internazionali, rafforzarsi in India significa diversificare una presenza asiatica a lungo concentrata sulla Cina. Toyota, Honda e Suzuki stanno ridisegnando investimenti e approvvigionamenti anche in questa direzione. Ma sarebbe un errore considerare il Paese una semplice alternativa a basso costo: Tata e Mahindra sono concorrenti radicati, con una conoscenza del cliente che nessun marchio straniero può acquistare insieme ai macchinari. E i precedenti di Ford e General Motors, uscite dal mercato interno dopo aver faticato a trovare una redditività sostenibile, ricordano che una popolazione immensa non garantisce automaticamente buoni bilanci.
Il prezzo rimane infatti il confine decisivo. Fra la domanda delle metropoli e quella delle aree rurali cambiano redditi, strade, assistenza e possibilità di finanziamento. Nell’elettrico, poi, vendere il veicolo è soltanto metà del lavoro: occorre rendere la ricarica accessibile, affidabile e conveniente, problemi che l’espansione della rete non ha ancora risolto. La transizione segue così percorsi diversi: l’Agenzia internazionale dell’energia segnala che nel primo trimestre 2026 le vendite indiane di mezzi elettrici a due e tre ruote sono cresciute di oltre il 30%. La rivoluzione può cominciare da uno scooter, prima che da un Suv.
La prospettiva industriale resta forte; quella sociale è più impegnativa. Trasformare milioni di aspirazioni individuali in nuove automobili significa fare i conti con congestione, qualità dell’aria - che in città come Nuova Dehli resta irrespirabile anche a causa del traffico super congestionato - e bisogno di trasporto pubblico. Per i costruttori la prova sarà offrire tecnologia e sicurezza a prezzi sostenibili. Per l’India, evitare che la conquista della mobilità finisca per renderla impraticabile. È qui che si misurerà il successo del nuovo gigante: nella capacità di far crescere insieme industria e possibilità di muoversi.
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