Cambio di rotta: l'automobile ricomincia ad aiutarci a fare le cose
Multiplay, E-Space e STX: tornano monovolume e station wagon. Sono ancora prototipi, ma dopo anni di dominio dei Suv si torna a progettare le vetture partendo da chi deve abitarle

La vera avventura, certe mattine, è far entrare in macchina due figli, gli zaini della scuola, la borsa della palestra e magari il cane. Altro che dune, guadi e sentieri di montagna. Eppure, per anni l’automobile ci ha proposto soprattutto un guardaroba da esploratori: carrozzerie muscolose, ruote grandi, protezioni da fuoristrada anche per andare dal dentista in centro città. Al recente Salone di Parigi invece, fra effetti speciali e promesse elettriche, è affiorata finalmente un’idea diversa. L’auto potrebbe tornare a occuparsi della vita che contiene.
Tre concept, molto diversi fra loro, offrono lo spunto: Fiat Multiplay, Renault E-Space e Opel STX. La prima recupera la vocazione della Multipla alla versatilità; la seconda riporta il nome Espace al tema della mobilità familiare; la terza immagina un futuro per la station wagon. Non bastano a decretare la fine del dominio dei Suv, né rappresentano tre imminenti appuntamenti in concessionaria. Ma riportano sotto i riflettori una domanda che sembrava diventata secondaria: quanto è intelligente lo spazio di un’automobile?
Per capirne il significato bisogna ricordare che cosa abbiamo lasciato alle spalle. La monovolume aveva trasformato l’abitacolo in un progetto: sedili da spostare, ribaltare, talvolta togliere, vani nei quali nascondere il piccolo disordine familiare. Le station wagon allungavano il bagagliaio senza obbligare il proprietario a fingersi reduce dalla Dakar. Erano automobili capaci di accompagnare diverse stagioni della vita. La loro bellezza, quando riuscivano a esprimerla, nasceva anche dalla soluzione di un problema.
Poi quella praticità ha perso fascino. La monovolume è diventata la macchina di chi aveva rinunciato a essere giovane; la familiare, perfino nel nome, sembrava dichiarare la resa alle responsabilità. Il Suv offriva un racconto più gratificante: posizione di guida alta, presenza sulla strada, una promessa di libertà. Il loro successo ha ragioni concrete, a cominciare dalla comodità di accesso apprezzata da molti automobilisti. Ma il risultato è stato anche un progressivo affollamento di vetture che, pur diversissime nei prezzi, si contendono un immaginario molto simile.
La Fiat Multiplay è ancora un prototipo, ma prova a riaprire il discorso con una virtù tipicamente italiana: arrangiare lo spazio con fantasia. Nel suo progetto si incontrano richiami alle due stagioni della Multipla, quella originaria e quella dei tre posti affiancati, insieme a una carrozzeria capace di cambiare configurazione. È un laboratorio, non una promessa di produzione. Eppure, il messaggio si capisce: l’abitacolo può tornare a essere il punto di partenza dell’auto, anziché il volume rimasto dopo aver disegnato una sagoma spettacolare.
Qui la nostalgia conta fino a un certo punto. La Multipla, uscita ormai di produzione da tempo, ha fatto molto discutere per il suo aspetto, ma chi ne apprezzava l’uso ricorda soprattutto la compagnia che poteva trasportare. Tre persone davanti cambiavano persino la conversazione durante il viaggio. È una lezione che merita di sopravvivere alle mode: un’automobile può avere personalità perché inventa qualcosa per i passeggeri. L’originalità può trovarsi anche in un sedile, in una porta, nel modo di caricare un oggetto senza dover chiedere aiuto ad altri per farlo.

Renault ha affrontato lo stesso tema con E-Space, che il marchio presenta come una reinterpretazione del viaggio e della mobilità familiare nell’era elettrica. Anche qui sarebbe prematuro annunciare il ritorno delle monovolumi nei listini. È però significativo che, per immaginare il futuro, si torni a ragionare sulle persone che viaggiano insieme. La famiglia reale ha esigenze meno fotogeniche di quella pubblicitaria: bambini scatenati da sistemare, adolescenti troppo lunghi, nonni che devono salire comodamente, bagagli che si moltiplicano come conigli.
Opel sceglie invece la strada della STX, uno studio sulle station wagon elettriche di domani. Spazio di carico ed efficienza sono parte dichiarata del progetto, che impiega anche soluzioni aerodinamiche dedicate. È un richiamo interessante mentre l’elettrificazione impone di fare i conti con consumi, peso e autonomia. La forma della carrozzeria torna ad avere conseguenze molto concrete: ogni scelta va valutata anche per l’energia necessaria a muoverla. La vecchia familiare potrebbe trovare proprio qui argomenti nuovi.

Resta naturalmente la prova più difficile: trasformare queste intuizioni in automobili vere e acquistabili. La praticità può essere compromessa da un prezzo eccessivo quanto da un bagagliaio minuscolo. E la versatilità celebrata sul palco di un Salone deve funzionare anche sotto la pioggia, con le mani occupate e un bambino impaziente. Il valore di questi prototipi si misurerà dunque nelle soluzioni che riusciranno a trasferire alla produzione.
Intanto il Salone di Parigi ha restituito dignità a un’aspirazione semplice: possedere una macchina che aiuti a fare le cose. C’è spazio anche per questo desiderio tra prestazioni esagerate e quindi inutili, schermi da cinema belli ma superflui e firme luminose eccessive. Perché la libertà promessa dall’automobile comprende il viaggio straordinario, ma comincia spesso da quello ordinario. E, qualche volta, ha la forma di un portellone che si chiude senza costringerci a lasciare qualcosa a casa.
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