Dai computer su ruote agli umanoidi: perché le auto ora imparano a camminare

Xpeng raccoglie 900 milioni di dollari per sviluppare il robot Iron. I costruttori non vogliono più essere soltanto produttori di automobili, ma aziende capaci di mettere in movimento qualsiasi oggetto intelligente
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September 2, 2026
Dai computer su ruote agli umanoidi: perché le auto ora imparano a camminare
Iron, il robot di Xpeng
Dopo aver trasformato l’automobile in un computer con le ruote, i costruttori provano ora a compiere il percorso inverso: dare gambe, braccia e sembianze umane a quel computer. L’ultima conferma arriva dalla cinese Xpeng, che ha raccolto oltre 900 milioni di dollari per finanziare la propria divisione robotica. L’operazione, sostenuta fra gli altri da Tencent e Alibaba, attribuisce alla società un valore superiore a 6,3 miliardi di dollari e rappresenta il più grande singolo finanziamento privato mai realizzato in Cina nel settore della cosiddetta “intelligenza artificiale incarnata”.
Il protagonista della nuova avventura si chiama Iron ed è un robot umanoide progettato per muoversi e lavorare negli ambienti costruiti per le persone. Xpeng punta ad avviarne nel 2027 la commercializzazione su vasta scala in Cina e all’estero, inizialmente nei negozi e nelle attività di servizio. L’obiettivo è arrivare, in base alla domanda, a una capacità produttiva di alcune migliaia di unità al mese. Non un esercizio da laboratorio, dunque, ma un prodotto sul quale il costruttore immagina di edificare un vero settore industriale.
La parentela con l’automobile è più stretta di quanto possa sembrare. Un veicolo elettrico e un robot condividono batterie, motori, sensori, telecamere, sistemi di calcolo e programmi capaci di interpretare ciò che accade intorno. Persino la guida autonoma e la camminata di un umanoide rispondono allo stesso problema: osservare l’ambiente, prevederne i cambiamenti e decidere in pochi istanti come muoversi senza provocare danni.
Xpeng, del resto, non è sola. Hyundai, proprietaria di Boston Dynamics, vuole produrre robot negli Stati Uniti dal 2028 e non esclude che un giorno possano essere venduti e finanziati attraverso la stessa rete utilizzata per le automobili. Chery, tramite la controllata AiMOGA, dichiara di avere già consegnato oltre 3.000 robot in più di sessanta Paesi e punta a raggiungere quota 10.000 nel 2027. Alcuni sono stati destinati persino alla gestione del traffico e ad altri compiti di pubblica sicurezza.
Dietro la corsa alla robotica c’è anche una ragione economica. Il mercato dell’auto, soprattutto in Cina, è affollato, sottoposto a una durissima guerra dei prezzi e caratterizzato da margini ridotti. I robot rappresentano invece una frontiera ancora da conquistare, con la possibilità di guadagnare non soltanto dalla vendita dell’hardware, ma anche dagli aggiornamenti e dai servizi digitali.
Prima di immaginare un maggiordomo elettronico nel salotto di casa, tuttavia, conviene moderare l’entusiasmo. Gli umanoidi sanno correre, ballare e simulare combattimenti durante dimostrazioni spettacolari, ma nelle fabbriche faticano ancora a eseguire con continuità operazioni complesse e imprevedibili. Costano molto e, nei compiti ripetitivi, sono spesso meno efficaci dei tradizionali bracci robotici. In Cina più di 150 aziende stanno lavorando al settore, ma diversi osservatori prevedono una selezione severa quando si dovrà passare dagli spettacoli promozionali alla produttività reale.
La direzione, però, è ormai chiara. I costruttori non vogliono più essere soltanto produttori di automobili, ma aziende capaci di mettere in movimento qualsiasi oggetto intelligente. Dopo avere insegnato alle macchine a guidare, ora cercano di insegnare loro a camminare. Resta da capire se i robot saranno davvero il prossimo grande affare dell’industria automobilistica o se, almeno per qualche anno, sapranno attirare investimenti meglio di quanto sappiano lavorare.

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