Professionisti poco coinvolti, il prezzo per le aziende
di Redazione
Solo il 10-15% dei lavoratori italiani si ritiene "ingaggiato". Quasi il 50% valuta un cambio di occupazione

Secondo uno studio di Robert Walters, solo il 15% dei lavoratori italiani si considera pienamente coinvolto nel proprio lavoro: uno dei livelli più bassi a livello internazionale. Dati analoghi emergono anche dalle rilevazioni Gallup, che stimano una quota di lavoratori "ingaggiati" in Italia attorno al 10%, ben al di sotto della media europea. Negli ultimi anni, molte aziende hanno faticato a costruire una cultura organizzativa solida e riconoscibile in un contesto di lavoro sempre più ibrido.
Solo il 43% dei lavoratori italiani considera la propria azienda un ottimo posto dove lavorare, collocando l’Italia tra i Paesi con i livelli di soddisfazione più bassi in Europa. Parallelamente, cresce la distanza emotiva dal lavoro: quasi la metà degli occupati ha preso in considerazione l’idea di cambiare lavoro, mentre una quota significativa ritiene che il lavoro abbia perso centralità nella propria vita. A questo si aggiungono incertezza economica, pressione sul potere d’acquisto e nuove priorità personali, fattori che spingono molti professionisti a ridurre il proprio coinvolgimento, limitandosi a svolgere le attività essenziali senza un reale investimento emotivo.
«I dati mostrano chiaramente come anche in Italia il livello di coinvolgimento sul lavoro sia estremamente basso, nonostante gli investimenti fatti dalle aziende su flessibilità, welfare e iniziative di engagement negli ultimi anni. Le modalità di lavoro sono cambiate più velocemente della capacità delle organizzazioni di adattare cultura, leadership e modelli di collaborazione. Il rischio è una forza lavoro sempre più distante e meno motivata», spiega Toby Fowlston, ceo Mondo di Robert Walters.
Il basso "ingaggio" non è solo un tema culturale, ma anche economico. Un dipendente poco coinvolto può costare all’azienda fino a un quinto della propria retribuzione annua, considerando perdita di produttività, assenteismo e maggiore turnover. Anche in Italia, segnali indiretti confermano il fenomeno: oltre il 50% dei lavoratori dichiara livelli elevati di stress legati al lavoro e più di un terzo valuta di lasciare il proprio impiego nel breve periodo. In questo contesto, molte aziende stanno cercando di trattenere i talenti attraverso aumenti salariali, bonus e controfferte.
Tuttavia, secondo Robert Walters, si tratta spesso di soluzioni temporanee che non affrontano le cause profonde del "disingaggio". «Il coinvolgimento dei dipendenti non può più essere considerato un concetto astratto o una semplice priorità Hr - conclude Fowlston -. È un fattore chiave di motivazione, commitment e produttività. Le aziende che non lo affronteranno in modo strutturato rischiano di perdere competenze critiche in un mercato del lavoro già estremamente competitivo».
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