La vertenza Natuzzi è senza soluzione: chiesto il rientro della produzione dalla Romania
di Cinzia Arena
L'incontro di ieri al ministero si è concluso con un nulla di fatto: il gruppo occupa 1.800 persone, previsto un accorpamento di due stabilimenti a Jesce

Nulla di fatto al Mimit sulla vertenza Natuzzi, con azienda e sindacati su posizioni inconciliabili nell’ultimo incontro che si è tenuto ieri pomeriggio. Una fumata nera che ha indispettito il ministero. In una nota ha precisato che sarà disponibile a un nuovo tavolo (negli ultimi due mesi ci sono stati parecchi incontri tra le parti) solo se ci saranno aperture negoziali. Il Gruppo Natuzzi, che produce divani e prodotti di stabilimento negli stabilimenti in Puglia, Basilicata, Friuli V.G. e Romania, occupa circa 1.800 persone. Lo scorso novembre ha annunciato e avviato un piano di riorganizzazione e di riduzione del personale per recuperare produttività alla luce di una drastica riduzione degli acquisti nei suoi mercati di riferimento. L'azienda, sottolineando la difficile situazione economica e finanziaria, ieri ha ribadito le condizioni per un accordo: la chiusura del sito di Jesce 2 (e l'accorpamento con quello vicino Jesce1), la vendita dello stabilimento di Ginosa (già oggi non utilizzato), l'aggregazione di imprese, l'esodo volontario di circa 400 lavoratori prossimi alla pensione, la ricollocazione in imprese del territorio di almeno altre 300 persone; il tutto accompagnato da un piano di investimenti di oltre 50 milioni nel triennio 26/28. Le organizzazioni sindacali hanno invece ribadito la richiesta di garazine sull'incentivazione all'esodo come condizione imprescindibile per la prosecuzione delle trattative e per il possibile raggiungimento di un accordo definitivo. Le segreterie nazionali hanno spiegato che nel corso del precedente confronto istituzionale ministero e Regione Puglia avevano assunto l'impegno di predisporre un testo di sintesi sul tema delle internalizzazioni (vale a dire del reshoring della produzione dalla Romania), al fine di favorire un possibile avanzamento del negoziato, ma nel corso dell'incontro di ieri non c’è stato nessun passo avanti in questa direzione. La strada tracciata dall'azienda è "del tutto distante dall’ipotesi di un rilancio" e secondo i sindacati, "rischia di determinare un netto peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro" senza offrire "alcuna prospettiva per una definitiva uscita dall'utilizzo degli ammortizzatori sociali".
Tra i nodi contestati la conferma della chiusura dello stabilimento Jesce 2 e la cessione del polo logistico di La Martella, scelte ritenute "miopi" perché non risolvono le inefficienze produttive e mettono a rischio occupazione e controllo del ciclo industriale. Sul fronte degli ammortizzatori, i numeri parlano di una sospensione media della Cigs del 45%, giudicata "un colpo durissimo ai salari" e un ulteriore elemento di precarietà strutturale.
Per Fillea, Filca e Feneal l'unica via per ridurre la cassa integrazione è il rientro delle produzioni dalla Romania: "Non è accettabile - ribadiscono - che il lavoro resti all'estero mentre in Italia si ricorre pesantemente alla cassa integrazione". Un appello a proseguire le trattative è arrivato dalla Regione Puglia. “Non si è ancora giunti a un punto di equilibrio tra il piano industriale presentato dall'impresa e le istanze poste a tutela del lavoro e dell'occupazione. Per questo motivo il confronto non puo' dirsi concluso e richiede ulteriori sforzi da parte di tutti" ha detto l'assessore regionale allo Sviluppo economico e al Lavoro, Eugenio Di Sciascio.
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