La sfida è “pensarsi comunità”
Dal Festival dell’Economia Civile emerge la proposta di un’economia capace di contrastare la paura e la polarizzazione Lo si può fare attraverso relazioni, generatività e responsabilità condivisa. Ma occorre investire sui processi educativi

Oggi siamo in un contesto globale segnato dalla società dell’angoscia, con perdita costante di fiducia e speranza nel futuro. L’angoscia erode inesorabilmente i fondamenti stessi della comunità: solidarietà, amicizia, empatia, ascolto, reciprocità, arrivando a mettere in pericolo la stessa democrazia. Con l’angoscia crescono il risentimento e l’odio. La paura (l’angoscia) come ricorda la filosofa americana Nussbaum blocca la deliberazione razionale, avvelena la speranza e impedisce la cooperazione costruttiva e questo perché alla paura non serve una società, ma solo l’individualità e il ritornello di un mondo minaccioso per il nostro benessere, un ritornello con cui diventiamo incapaci di ogni pensiero dell’altro.
Inoltre, nelle dinamiche quotidiane la complessità viene spesso ridotta a slogan, lasciando prevalere le reazioni istintive mediate dai social network. Le relazioni diventano spesso polarizzazioni rendendo difficilmente praticabile la via del dialogo ragionevole e di un compromesso per il Bene Comune.
In questa situazione il Rapporto sul BenVivere 2026, che è stato presentato al Festival Nazionale dell’Economia Civile lo scorso 3 ottobre, propone un approccio all’economia fondato sul rapporto fra pensiero e azione, un approccio che attraverso un processo di capacitazione costante e sempre rinnovabile consente non solo di vivere una vita felice e significativa, ma anche di costruire un’economia pienamente sociale e civile in grado di orientare lo sviluppo dei territori al benessere di tutti e di ciascuno.
Questo approccio prende il nome di Civil Thinking-Action Economy (CiTA-E). La CiTA-E non è un paradigma (l’economia civile) o un modello (l’economia sociale), ma come già detto un approccio. A livello generale, il paradigma è la visione del mondo di riferimento. Il modello è la rappresentazione pratica di un sistema. L’approccio è il modo generale di agire. Nel nostro caso l’approccio della Civil Thinking-Action Economy fa da raccordo, evitando che la visione (il paradigma) resti utopia e che l’assetto organizzativo-istituzionale del sociale (il modello) perda il suo senso etico.
Il punto di partenza dell’approccio è la capacità di pensarsi comunità, definita come la compresenza dell’attitudine a riflettere sull’impatto (ambientale e sociale) delle proprie scelte e delle scelte altrui sul bene comune e di un orientamento civile alla comunità (la prima comunità di riferimento è quella locale, associativa, nazionale o internazionale - non quella privata familiare e/o lavorativa). La capacità di pensarsi comunità significa recuperare, in un mondo di iperconnessione, standardizzazione, ripetitività e velocità, quella che Nussbaum chiama “immaginazione narrativa”, cioè la capacità di pensarsi nei panni di un’altra persona e, quindi, di pensarsi comunità.
Questa attitudine agisce come un indiscutibile fattore di felicità: i dati mostrano che chi possiede un’alta capacità di pensarsi comunità registra una soddisfazione di vita significativamente superiore rispetto a chi ne è privo. Inoltre, è l’enzima capace di ridurre le diseguaglianze di BenVivere, felicità e generatività sotto diversi profili (economico, geografico, intergenerazionale).
La capacità di pensarsi comunità dipende in misura significativa da tre fattori, nessuno dei quali di natura socio-demografica: 1) la visione di società giusta basata sul personalismo comunitario, secondo cui la libertà personale deve essere intenzionalmente orientata al Bene Comune; 2) la tensione istintiva a vedere il bene come “questioni sociali” (bene comune) e non come consumo o semplici relazioni; 3) il livello di conoscenza degli strumenti della nuova economia sociale e civile (criteri ESG, normativa e strumenti di rendicontazione non finanziaria – es. Bilanci di Sostenibilità, Bilanci Sociali -, processi di costruzione di reti – es. Comunità Energetiche Rinnovabili, Amministrazione Condivisa -, finanza sociale, valutazione d’impatto).
Per far crescere la cultura del pensarsi comunità è necessario investire in processi educativi ed esperienze che vadano a consolidare questi tre aspetti costitutivi delle dinamiche di democrazia sociale ed economica.
In questa direzione, il Rapporto e la piattaforma https://benvivere.nexteconomia.org, indaga anche le radici del pensiero a somma positiva, ovvero la convinzione che le interazioni economiche possano generare benefici per tutti gli attori coinvolti, superando la logica del conflitto distributivo (l’economia e la società come gioco a somma zero). L’ipotesi validata è quella dell’esposoma sociale: le persone modellano il proprio pensiero in base allo stock di esperienze generative vissute: imprenditorialità, lavorare nel terzo settore, avere più di un figlio. Si evidenzia che il lavoro nel terzo settore (l’economia sociale) eserciti un impatto quasi identico a quello dell’imprenditoria, dimostrando che sia la creazione di valore economico sia quella di valore sociale espandono la visione di un’economia cooperativa e non conflittuale.
Concludendo, pensarsi comunità significa attivare una contempl-azione della comunità per trasformare la comunità stessa, pensando all’impatto delle nostre scelte e delle scelte degli altri non in termini di miglioramento delle mie condizioni, ma in termini di miglioramento delle nostre condizioni (una prospettiva virtuosa, relazionale ed emotivamente funzionale). Significa cercare cooperativamente quella verità, quella felicità, quel bene (comune) che non è un qualcosa da far emergere, ma un presente buono da conquistare.
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