Una tigre sulle nevi e il banchiere dei poveri
di Simona Sinesi
I parallelismi nella caduta e nella capacità di rialzarsi di Federica Brignone e Muhammad Yunus

Due storie diversissime. Lontane, le loro due traiettorie. Ad unirle una data: il 12 febbraio 2026. Eppure, se si connettono i puntini, qualcosa si intravede. Da una parte Federica Brignone, dall’altra Muhammad Yunus. La tigre e il banchiere dei poveri.
Con Yunus condivido da un po’ di anni passione e lavoro sull’innovazione a impatto sociale, oltre all’onore di poter collaborare con lui.
A Brignone mi accomuna un’esperienza: la caduta. La sua a oltre cento chilometri orari su una pista ghiacciata; la mia, a velocità infinitamente inferiori su un campo da pickleball. La diagnosi è incredibilmente identica: rottura pluriframmentaria scomposta del piatto tibiale. Nel suo caso si aggiungono anche la frattura della testa del perone e lesione del comparto capsulo- legamentoso mediale e del legamento crociato anteriore.
Brignone: la Tigre.
Nell’aprile 2025 scende in pista pochi giorni dopo aver vinto per la seconda volta la Coppa del Mondo. A cadere è proprio durante gara che avrebbe potuto anche fare a meno di disputare: lo slalom gigante dei Campionati Italiani Assoluti. Trentacinque anni. Olimpiadi in Italia all’orizzonte. Il fratello-allenatore ritiene impossibile il ritorno sulle piste. La risposta è secca: « Preferisco vivere e sbagliare che fermarmi per paura di fallire». Affronta un’intensa riabilitazione, con un obiettivo chiaro: tornare a vincere sugli sci.
Prima del rientro è categorica: « Prima la salute, poi le Olimpiadi. Non posso sciare con una gamba sola.» Dieci mesi dopo conquista il doppio oro alle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026. Sul traguardo, le due seconde ex aequo — una svedese e una norvegese — si inginocchiano davanti a lei dopo la vittoria.
Brignone è davvero unica nella sua grandezza. La sua è una storia di lavoro, di piccoli passi, di pazienza, di umiltà. Yunus: il banchiere dei poveri. La sua storia non nasce nei palazzi del potere ma in un villaggio del Bangladesh, Paese indipendente dal 1971, fragile e segnato da carestie e disuguaglianze profonde. Professore di economia, Yunus nel 1976 presta personalmente 27 dollari a 42 donne nel villaggio di Jobra. Nasce la Grameen Bank, il microcredito senza garanzie reali. Alle garanzie sostituisce la fiducia verso quelle donne e non se ne pentirà. La sua è una rivoluzione silenziosa. Nel 2006 arriva il Nobel per la Pace.
Poi segue una fase durissima: per anni l’allora premier del Bangladesh tenta di delegittimarlo, considerandolo un avversario da eliminare dall’arena politica. Affronta più di 200 cause legali, accuse pubbliche, nel gennaio 2024 arriva anche una condanna a sei mesi di carcere (mai trasformata in esecutiva). Rischia di essere messo ai margini del sistema che aveva contribuito a cambiare. Poi il rovesciamento.
Nel luglio 2024 gli studenti scendono in piazza per chiedere la fine di quel sistema clientelare e chiedono riforme democratiche. La repressione è durissima: centinaia di morti, migliaia di arresti, blackout delle comunicazioni. Il premier si dimette e lascia il Paese. L’esercito annuncia la nascita di un governo civile ad interim. Sono i giovani a chiedere a Yunus di guidarlo. Sono in molti a consigliarli di restare fuori dalla scena politica e invece lui a ottantacinque anni sceglie di assumersi la responsabilità in una fase di forte instabilità istituzionale.
Promette di realizzare il sogno degli studenti. Nomina un gruppo di consiglieri tra cui giovani, minoranze, società civile, per traghettare il Paese verso le prime elezioni realmente democratiche, attraverso riforme e ricostruzione dell’architettura istituzionale. Yunus non conquista il potere: risponde ad una chiamata. Il 12 febbraio 2026 mantiene la promessa. Il Paese va alle urne per la prima volta nella sua storia con elezioni realmente democratiche, dopo la fase di transizione da lui guidata.
Brignone e Yunus. Due campioni, due cadute, due ritorni.
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