Trattare bene i lavoratori: la scelta semplice che fece grande il patron Giorgio Ascarelli
Un precursore del sistema olivettiano al Sud, l'imprenditore ebreo, grande filantropo amato dai cittadini e dai tifosi napoletani ai quali nel 1930 fece dono dello stadio Vesuvio

Per raccontare questa storia aurea di imprenditoria meridionale e di un presidente di calcio, “ricco e non scemo”, bisogna partire dalla tragica e precoce fine del protagonista: Giorgio Ascarelli. L’industriale ebreo, di ceppo sefardita, la cui famiglia era arrivata a Napoli dalla Roma ebraica, morì a soli 35 anni (per una peritonite), il 12 marzo 1930. Siamo nell’VIII anno dell’era del regime fascista e Ascarelli è l’uomo al centro del villaggio partenopeo, e per questo al suo funerale partecipò tutta la città di Napoli stretta attorno alla vedova Bice e alla sua storica famiglia.
«Giorgio Ascarelli è stato un imprenditore che ha fondato il suo successo sul migliore trattamento salariale e normativo dei suoi dipendenti. Per questo ha lasciato un ricordo affettivo tra i suoi contemporanei», scrive Erri De Luca in prefazione al libro di Adam Smulevich, Giorgio Ascarelli. Filantropo e imprenditore a Napoli (Giuntina, pagine 149, euro 18,00) La filantropia, Giorgio l’aveva ereditata dal padre, Salomone Pacifico Ascarelli, primo ebreo consigliere comunale e vicesindaco di Napoli, zona Mercato. Politica, impegno civile e commercio sono i tre cardini della famiglia proprietaria della Ditta Ascarelli, specializzata nel settore lanario grazie alla pregiata materia prima proveniente dai pascoli ovini dei Balcani.
Dalla torre domestica di Posillipo gli Ascarelli controllavano l’industria locale, ampliando la produzione e aprendo nuovi stabilimenti tra le nebbie lombarde. L’unica emigrazione “dolce” avvenne grazie a Salomone Pacifico Ascarelli che assunse manodopera napoletana (qualche centinaio di operai) alla Manifattura di Villadosia, a Busto Arsizio. Smulevich nel suo saggio assai documentato sottolinea come gli Ascarelli siano stati gli antesignani del “sistema olivettiano”, un capitalismo sociale che mirava all’obiettivo principe di una “felicità collettiva”.
Pertanto, la Ditta teneva conto della dignità dei lavoratori, specie delle “basse forze” tutelandole in caso di malattia, infortunistica e maternità. Gli Ascarelli introducono la tredicesima mensilità e gli utili aziendali venivano reinvestiti in opere filantropiche a pioggia per risollevare le sorti di quelle sacche di povertà che da sempre sopravvivono negli umili quartieri dei bassi napoletani. Seguendo l’esempio dei ricchi banchieri ebrei Rothschild sbarcati da Londra a Napoli nel 1821, il vecchio Ascarelli quando morì nel 1918 (anche questo funerale ebbe il suo bagno di folla riconoscente) a Giorgio, oltre alle aziende di famiglia e allo spirito della tradizione e dell’appartenenza ebraica, trasmise anche la passione per il bello e per tutto ciò che concerne la cultura napoletana. Prima della morte del padre, Giorgio Ascarelli era finito nella lista nera dei sovversivi in quanto appartenente alla frangia dissidente della Federazione Socialista, il cui ideologo e referente era il filosofo Antonio Labriola.
Personaggio scomodo Giorgio Ascarelli, anche per la polizia fascista che lo aveva pedinato a lungo prima di bollarlo come “soggetto innocuo” dedito esclusivamente al commercio. Alla politica Giorgio aveva anteposto la passione per il calcio, prima come presidente dell’Internaples, rilevato nel 1925 da Emilio Reale. Poi, per non inimicarsi il regime fascista che non gradiva gli inglesismi derivati dalla Perfida Albione contribuì al cambiamento della denominazione sociale del club in Associazione Calcio Napoli, di cui quest’anno il cinepatron Aurelio De Laurentiis ha potuto festeggiare il centenario dalla fondazione. Dopo le roboanti sconfitte iniziali e una breve dimissione nel 1928, Ascarelli prese saldamente il timone della società e si distinse ancora facendo costruire il secondo stadio italiano di proprietà dopo quello di San Siro a Milano, finanziato interamente dal collega industriale Piero Pirelli.
Lo Stadio Vesuvio, anch’esso interamente pagato da Ascarelli, venne inaugurato nel Rione Luzzatti il 12 marzo 1930 e il suo patron fece appena in tempo ad assistere alle prime due partite del Napoli contro la Triestina e la Juventus. La cittadinanza e i tifosi sgomenti per la fine improvvisa del Presidente decisero di intitolargli quell’impianto che così divenne anche il primo stadio su suolo dell’Italia fascista dedicato a un ebreo. I Mondiali italiani del 1934 anticiparono quello che sarebbe accaduto con le leggi razziali del ’38: cancellato il nome di Ascarelli per diventare lo Stadio Partenopeo.
I bombardamenti angloamericani polverizzarono anche lo Stadio Partenopeo, demolito nel 1942. L’impianto sorgeva in quello che oggi è il Rione Ascarelli, ma la memoria del presidente ebreo del Napoli è stata finalmente onorata. Il Comune del sindaco Gaetano Manfredi di recente ha annunciato che il piazzale antistante allo stadio Diego Armando Maradona non si chiamerà più piazzale Vincenzo Tecchio, omaggio all’ex avvocato e dirigente del Partito Nazionale Fascista, ma diventerà piazzale Giorgio Ascarelli. Anche il “diritto alla memoria” ancora non ha fatto gol.
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