Riecco
il mammut lanoso:
il gioco pericoloso
della de-estinzione

Imprese che si occupano di genetica stanno riportando in vita specie animali da tempo estinte. Il rischio è che il progresso tecnologico possa giustificare un ulteriore mancato impegno sul fronte della conservazione dell’ambiente
January 28, 2026
Riecco
il mammut lanoso:
il gioco pericoloso
della de-estinzione
Ben Lamm e George Church, i cofondatori di Colossal Biosciences/Colossal Biosciences
Come di consueto, a fine anno l’Iucn, il fondo per la conservazione dell’ambiente, ha aggiornato la lista rossa delle specie che non esistono più: sono spariti un uccellino acquatico – il chiurlo dal becco sottile – e il toporagno dell’Isola di Natale, un minuscolo mammifero australiano. Popolavano l’Australia anche tre varietà di bandicot, animale notturno e insettivoro, spazzato via dalla perdita di habitat. Né sono esenti dall’estinzione le specie arboree: non c’è più traccia della Dospyros angulata, un grande albero originario delle Mauritius, né della Delissea sinuata, una pianta conosciuta esclusivamente ad O’ahu, una delle isole Hawaii. Chiude l’elenco una chiocciola, nome scientifico Conus lugubris, un tempo abbondante a Capo Verde e oggi inesistente poiché gran parte del suo habitat è stato degradato dallo sviluppo costiero.
Le specie si estinguono continuamente e naturalmente, la storia della vita sulla Terra è costellata di queste sparizioni ma ciò che distingue il nostro tempo è la loro accelerazione. E sebbene la proposta di formalizzare l’Antropocene come una vera e propria era geologica, distinta dall’Olocene, sia stata ufficialmente rigettata dall’Unione Internazionale di Scienze Geologiche, è innegabile che negli ultimi secoli l’attività umana abbia inciso in maniera diretta sugli equilibri ecologici, alterando habitat, catene trofiche e condizioni ambientali in tempi incompatibili con i ritmi evolutivi di molte specie. E si tratta del collasso di interi sistemi ecologici non solo della scomparsa di singoli organismi. Che non rivedremo mai più.
Oppure sì? Lo scorso anno l’imprenditore americano Ben Lamm ha convinto gran parte del mondo che la morte, dopotutto, non dovesse essere per sempre. Nel 2025 la startup genetica del miliardario, Colossal Biosciences, ha affermato di aver resuscitato il metalupo, o enocione, un animale scomparso alla fine dell’ultima era glaciale, modificando il Dna dei lupi grigi. L’azienda sosteneva anche di essersi avvicinata a riportare in vita il mammut lanoso – grazie alla creazione di “topi lanosi” geneticamente ingegnerizzati – e l’attivissimo ufficio comunicazione ha annunciato progetti per far rivivere la tigre della Tasmania, il dodo e il moa, un uccello alto tre metri estinto da secoli. La startup ha attirato miliardi di investimenti, il denaro è affluito dai fondi di venture capital e da Hollywood: tra gli investitori figurano Peter Jackson e Paris Hilton, figure di spicco del mondo dello spettacolo e dello sport. Oggi, Colossal è valutata oltre dieci miliardi di dollari.
Ma la de-estinzione è una risposta plausibile? Gli sviluppi della paleogenomica e delle tecniche di editing genetico hanno reso possibile ricostruire porzioni sempre più ampie di genomi antichi e intervenire su quelli di specie viventi filogeneticamente affini. «Ricostruire un genoma completo di individui vissuti nel passato non è semplice. Possono mancare alcuni frammenti ma quando si vuole ricostruire il genoma di una specie estinta – spiega David Caramelli, professore ordinario di antropologia all’Università di Firenze e presidente del sistema museale dell’Ateneo fiorentino – è essenziale avere sequenze corrette. Un genoma deve essere perfetto per funzionare, anche piccole imperfezioni possono causare problemi nello sviluppo o malattie genetiche, come accade per tutti i viventi. Non è come nel primo film di Jurassic Park, dove bastavano frammenti di Dna di rospo per ricostruire un dinosauro. Questo rimane fantascienza». Di riportare in vita il triceratopo non si parla, almeno per ora: il genoma parziale più antico, sequenziato nel 2013, appartiene a un cavallo vissuto nel Pleistocene medio, tra 560mila e 780mila anni fa.
Il cuore del problema, quindi, resta l’incertezza del dato genetico antico: genomi incompleti, degradati, ricostruiti per inferenza, che pongono limiti strutturali a qualsiasi tentativo di riproduzione fedele.
Da qui emerge una questione più profonda: che cosa si ottiene realmente attraverso la de-estinzione? Non la copia identica di una specie scomparsa, ma un organismo costruito a partire da una specie vivente molto simile, in cui vengono sostituite alcune sequenze genetiche ritenute caratteristiche dell’animale estinto. Si parte da una specie vivente molto vicina geneticamente a quella estinta, per esempio un elefante asiatico per il mammut, un piccione per il dodo, un lupo moderno per un lupo estinto: «Queste specie hanno un Dna quasi identico, con differenze minime. Solo quelle differenze – prosegue a spiegare Caramelli – vengono modificate inserendo frammenti di Dna della specie estinta. Quindi non si crea un mammut puro, piuttosto un elefante geneticamente modificato con caratteristiche da mammut».
Il rischio è che il dibattito pubblico resti ancorato a categorie suggestive ma imprecise, alimentando aspettative che la biologia reale non può soddisfare. «La tecnologia CRISPR-Cas9, quella usata anche da Colossal, è molto utile – prosegue il professore – ma va vista in un contesto più ampio. Oltre alla de-estinzione, può essere impiegata per riparazioni del Dna umano e cure di malattie genetiche. Queste tecnologie hanno un grande potenziale ma non devono sostituire la conservazione ambientale. L’azione principale dovrebbe essere tutelare l’ambiente e l’ecosistema in cui vive una determinata specie prima di arrivare all’estinzione, piuttosto che riportarla in vita. Una specie non esiste mai da sola, se anche si riuscisse a riportarla in vita, bisognerebbe ricostruire tutto l’habitat in cui quella specie viveva. Negli ultimi millenni molte estinzioni sono state causate direttamente dalla nostra specie, che modifica l’ambiente. Serve anche una riflessione di tipo etico, filosofico e politico perché non si può affrontare il problema dell’estinzione solo con tecnologie di carattere molecolare».
La de-estinzione instilla l’illusione che i danni fatti siano reversibili e introducendo la retorica della correzione tecnologica solleva interrogativi etici rilevanti: chi decide quali specie meritano di essere riportate in vita? In base a quali criteri?
E, soprattutto, fino a che punto l’intervento tecnologico rischia di diventare un alibi culturale per non affrontare le cause strutturali della perdita di biodiversità? Conservare non vuol dire congelare il passato o trasformare la natura in un museo, ma mantenere le condizioni che permettono alle specie di adattarsi, evolvere e interagire. In questo senso, prevenire l’estinzione è un’operazione radicalmente diversa dal tentare di invertirla, perché agisce sulle cause e non solo sugli effetti. Ciò non significa negare il valore della ricerca scientifica avanzata. «La paleogenomica, come altre discipline di base, produce conoscenze che trovano applicazioni ben oltre il campo della de-estinzione, dalla medicina alla genetica forense. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui vengono stabilite le priorità collettive. Se i finanziamenti sono privati, rispondono a logiche proprie. Se sono pubblici, la questione diventa politica e culturale, perché decidere dove investire significa decidere che idea di futuro si intende sostenere» conclude Caramelli.

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