Laheq Halak: la lotta agli sprechi si può fare anche in Palestina
di Irene Funghi
I due fratelli Dukmak hanno sviluppato un’app sul modello di Too Good To Go da usare nel difficile contesto di Betlemme e allargare al resto della regione, anche con aiuti dall’Italia

«Cogli l’attimo» e non fartelo scappare. È questo il motto dei tre fratelli, cristiani cattolici di Betlemme, Jabra, Joseph e Alex Dukmak, che difronte alle difficoltà della Cisgiordania si sono rimboccati le maniche, uno in Italia, uno in Sagna e uno in Palestina, per mettersi a servizio della propria gente. Lo hanno fatto unendo le proprie competenze di ingegnere ambientale, ingegnere informatico e sviluppatore di software e dando vita ad una startup capace di offrire cibo di qualità a prezzi accessibili, sostenere gli esercizi commerciali locali e ridurre lo spreco alimentare. «Abbiamo elaborato un’applicazione, già disponibile e scaricabile dalle piattaforme di PlayStore, dove ciascun commerciante può segnalare i prodotti invenduti del proprio negozio», spiega Jabra Dukmak, ingegnere ambientale e fondatore assieme al fratello Joseph della startup, a cui anche Alex più avanti si è unito.
A prima vista “Laheq Halak”, questo il nome della app (traduzione araba del motto «cogli l’attimo»), ricorda la più conosciuta ed europea “Too Good To Go”: «Il nostro progetto, però – sottolinea Jabra Dukmak –, coinvolge non solo bar e ristoranti, ma anche panifici, fruttivendoli, supermercati e piccoli commercianti». In particolare, per chi vende frutta e verdura è possibile indicare anche lo stato di maturazione, mentre sui social appaiono video di ricette e suggerimenti per sfruttare ciò che ancora non merita di essere gettato via. «Non c’è tempo da perdere: bisogna ridurre gli sprechi», ripete Jabra. Anche perché le sfide che il popolo pastinese ha davanti non sono da poco. «In questo modo le famiglie possono acquistare del cibo sull’app sotto forma di “surpaise box”: scatole dove possono trovare generi alimentari a sorpresa, a seconda di ciò che nei negozi rimane invenduto».
A Betlemme, città dove, dopo la strage del 7 ottobre, a tanti è stato negato di poter continuare a lavorare a Gerusalemme, questo diventa un aiuto concreto. Supportato anche dalla possibilità, per chi vuole, di donare una somma a sostegno delle famiglie più bisognose: «Lo si può fare anche dall’estero, l’app mostra il tasso di cambio con lo shekel israeliano per permettere a chi dona di vedere quale importo arriverà esattamente a destinazione. In questo modo, le donazioni vengono ricevute direttamente dai negozianti, che preparano i generi alimentari. Grazie alla collaborazione con il gruppo Scout ortodosso di Beit-Jala – piccola collina a fianco a Betlemme, ndr – vengono poi distribuiti a chi è più in difficoltà – racconta Dukmak –. Qui in Italia in molti mi hanno sempre chiesto cosa potessero fare per aiutare chi vive a Betlemme: questa è una via concreta e possibile, per la quale ci siamo ispirati al caffè sospeso di Napoli».
Da Natale ad oggi, periodo in cui l’app è stata messa a disposizione con un progetto pilota su Betlemme e Beit-Jala, si sono registrati 274 utenti e sono stati coinvolti 20 venditori locali. Settanta famiglie bisognose sono state raggiunte con altrettante scatole alimentari del valore di 110 euro ciascuna e la raccolta fondi, pensata per il progetto pilota, si è conclusa in sole tre settimane. «L’applicazione, però, è pensata per essere diffusa in tutta la Palestina – spiega Jabra Dukmak–. Già durante la fase di lancio, infatti, avevamo avuto richieste anche da Ramallah e Hebron. In altre zone del mondo, invece, l’app si presta per quei Paesi dove, essendoci maggiore ricchezza, c’è una grande quantità di cibo invenduto e, quindi, spesso, molto spreco». Spreco che, in Cisgiordania, è importante limitare anche a causa delle difficoltà legate allo smaltimento dei rifiuti. «Il 46,35% di quelli di natura solida è rappresentato dai rifiuti organici – fa sapere l’ingegnere ambientale –. A Betlemme, in particolare, la gestione prevede che il 100% del materiale confluisca nella discarica di Al Menya, gestita dal Consiglio superiore per la gestione dei rifiuti solidi di Betlemme e Hebron, operativa dal 2014. Una realtà grande 250mila metri quadrati e con una capacità di 4,9 milioni di tonnellate. Era progettata per ricevere 630 tonnellate di rifiuti al giorno, ma, in realtà, ne accoglie circa 1.200 da Betlemme, Hebron, Gerusalemme Est e insediamenti israeliani».
Una situazione già critica, in cui l’elevata percentuale di rifiuti organici non separati «accelera i processi di decomposizione, aumentando la produzione di percolato e gas di discarica e riducendo la vita utile dell’impianto, con un conseguente aggravamento dell’impatto ambientale», continua Dukmak. Anche per questo rimane una buona pratica iniziare ad agire a monte del problema, perché almeno ciò che può essere recuperato non vada sprecato e ne beneficino anche famiglie e commercianti in difficoltà. Il progetto, infatti, negli anni passati non è sfuggito ai programmi di accelerazione, incubatori di idee e competizioni a livello locale, regionale e internazionale in cui “Laheq Halak” è stata presentata. «Sono 12 i Paesi in cui siamo stati, partecipando a oltre 24 eventi», fanno sapere i tre fratelli di Betlemme, che hanno visto spesso classificarsi tra i primi posti la propria startup. È in queste occasioni che, in particolare, è arrivato il sostegno dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, della Fondazione Giovanni Paolo II, di CHIEAM Bari (Centro internazionale di alti studi agronomici del Mediterraneo) e degli acceleratori di idee “Flow Accelerator” e “Orange Corners Palestine”.
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