
Come stiamo ripensando collettivamente il senso del bene comune nell'era dell'IA (se ci stiamo pensando)? Questa la sfida più attuale per il terzo settore italiano, quale attore principale dell'economia civile. «Secondo me non ci stiamo pensando davvero o ci stiamo pensando poco. Il dibattito è troppo frammentato e il rischio è quello già vissuto con il GDPR: anni di immobilismo poi il copia-incolla affannoso alla vigilia della scadenza. Spero che questa volta non staremo ad aspettare una scadenza. L'IA deve essere organizzata, perimetrata e definita, adesso». Mattia Dell'Era, co-direttore esecutivo di Filopea e advisor sull'innovazione e l'IA per Dynamo Camp, da anni lavora perché «all'interno delle organizzazioni ci sia chi studi l'intelligenza artificiale, portando proposte concrete al tavolo del consiglio d’amministrazione, affinché poi l'uso e i benefici vengano declinati a pioggia lungo tutto l'organigramma. Il problema è chela maggior parte delle volte, mancano il budget, il tempo, il personale, le competenze».
Affinché la cultura del dono possa moltiplicarsi, ridefinendo in meglio i paradigmi del bene comune, della reciprocità e della sussidiarietà anche grazie all'IA, e non il contrario, Dell'Era indica il punto di partenza: la consapevolezza che «l'intelligenza artificiale non è né il problema né la soluzione. È uno strumento. Punto. L'IA è come una lente di ingrandimento. Amplifica sia quello che sappiamo fare sia quello che non sappiamo fare. Dipende da come la usiamo». E il come è politico. La lente infatti non decide cosa ingrandire. Siamo noi a posizionarla.
Anzitutto va deciso se usarla – «tutti parlano di IA e poi? nella pratica?» – e poi come – «non è la bacchetta magica con cui raccogli più fondi». Ma soprattutto, si può scegliere di guardare alla logica dell'algoritmo “estrattivo”: raccogliere dati, profilare, polarizzare, massimizzare il coinvolgimento. Oppure optare per l'algoritmo “generativo”, che usa la capacità di calcolo e la personalizzazione non in modo manipolatorio, bensì per creare connessioni reali tra persone e bisogni, tra competenze disponibili e cause che cercano risorse.
La distinzione non è tecnica, bensì politica: «Nel terzo settore l'IA mette alla luce le ipocrisie. In quanti convegni si parla della relazione umana e poi si mandano newsletter identiche a 100.000 persone? La buona notizia è che l'IA ci mette alle strette sulle scelte etiche consapevoli, perché la cura dei beneficiari e dei donatori non può essere un riflesso condizionato dall'algoritmo». Ma perché sia una buona notizia attuabile «serve una politica consapevole, a cominciare dall'interno delle organizzazioni». In una parola: governance. «La maggior parte delle organizzazioni infatti usa l'algoritmo in modo inconsapevole. È un po' come firmare un contratto d'affitto senza leggere le clausole. Manca una conversazione strutturata e collettiva».

Le governance del terzo settore oggi sono dunque messe alle strette: può l'IA potenziare la relazione umana? Chi è il mio prossimo in un mondo mediato dall'IA? La tecnologia può aiutarci a vedere bisogni invisibili?
Quella stessa tecnologia che rischia di anestetizzare la nostra capacità cognitiva e relazionale può, se orientata diversamente, aiutarci a intercettare bisogni altrimenti invisibili. La povertà predittiva (che è la capacità di cogliere situazioni di fragilità prima che diventino emergenze conclamate) è una delle frontiere più promettenti dell'IA applicata al welfare. Ma la direzione non è scontata: dipende da chi governa l'algoritmo e con quale fine. «Delegando alla macchina ciò che la macchina sa fare meglio, ossia la gestione dell'informazione, la memoria, la personalizzazione su scala , si libera tempo e attenzione umana da restituire alla relazione», spiega Dell'Era. È quello che potremmo chiamare “sussidiarietà algoritmica”: la tecnologia non scende dall'alto per standardizzare, ma sale dal basso per amplificare. Non sostituisce la relazione, la rende possibile su scala.
Dell'Era, insieme al collega Alberto Almagioni, lo ha già fatto per Dynamo Camp con una policy sull'utilizzo dell’IA, resa disponibile per tutte le organizzazioni sul sito dell'Ets. Un perimetro entro cui operare, fondato su un principio semplice: «Qualsiasi output generato dall'IA deve essere sempre vagliato dall'essere umano. La responsabilità non si delega alla macchina. Mai».
Un altro esempio concreto è Filopea, progetto filantropico fondato dalla famiglia Scagliarini – Massimo ceo GVS Group, Marco Scagliarini vice-presidente Filopea e Grazia Valentini presidente Filopea – di cui Dell’Era è co-direttore esecutivo. Filopea è una piattaforma che connetterà persone e organizzazioni del terzo settore attraverso WhatsApp: «Proposte di impegno civico personalizzate e calibrate su interessi, disponibilità, competenze e geolocalizzazione. Quando un'organizzazione carica una richiesta di aiuto, alla persona arriva un messaggio: “C’è una nuova missione a 2 chilometri da casa tua, per tre ore il sabato. Sei disponibile?”». Nessun sito da visitare, nessuna registrazione, nessuna app da scaricare. La soglia di ingresso è zero, la personalizzazione è massima e tutto questo, senza l'IA, non sarebbe possibile. La scommessa di Filopea è dimostrare che si può fare, adesso. «Dipende sempre da come decidi di usare la lente d'ingrandimento».
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