La città è di tutti. Ma tutti chi?
Più che di città per le donne, i bambini o gli anziani abbiamo bisogno di lavorare su ciò che accomuna ogni essere umano, sulle dimensioni elementari dell’esistenza che dovrebbero essere garantite a ciascuno

Dire che la città è di tutti, o che il mare è di tutti, o che la natura è di tutti pare essere un’ovvietà. Frasi che non ammettono replica. Eppure, dietro questa apparente banalità si nasconde la questione più urgente del nostro tempo: chi può davvero dire di abitare la città, di goderne i diritti, di partecipare al suo destino? Quelle due parole, città e tutti, non sono più così certe come sembrano, nel loro significato.
La città non è più, per molti, un luogo accessibile, condiviso, vivibile. L’orizzonte dell’inclusione non è più quel tutti ma una comunità che si restringe, costituita da chi può permetterselo. Quartieri inaccessibili, spiagge privatizzate, cortili chiusi, spazi pubblici trasformati in vetrine: la promessa dell’universalità si è incrinata. Barriere invisibili, economiche, sociali, culturali, limitano l’accesso a ciò che dovrebbe appartenere a chiunque. La città, che dovrebbe essere il luogo della condivisione, è diventata una mappa di esclusioni. Non si entra più per diritto, ma per appartenenza. Quando un bene comune, un fiume, una piazza, un edificio, diventa merce, la logica del profitto sostituisce quella della cura.
Tutti non significa più accesso, ma privilegio; non partecipazione, ma rendita di posizione. Pochi governano, pochi sfruttano, pochi distruggono, mentre molti restano esclusi dal diritto di parola e di spazio. Chi sono allora questi tutti? Negli ultimi anni si sono moltiplicati studi e ricerche che scrutano la città con sguardi differenti. Parto da me e dal mio libro precedente, Il senso delle donne per la città (Einaudi, 2023), in cui ho usato una nuova prospettiva di genere, che consente di spostare l’attenzione anche sui temi della cura, dell’educazione, della sicurezza, dell’empatia. Credo che oggi stia emergendo un processo interessante: in molte discipline – diritto, medicina, urbanistica, architettura, politica – si sta manifestando una presa di coscienza intorno al valore del pensiero femminile (riconosciuto o non riconosciuto). Da quattro o cinque anni vengono pubblicati libri che colmano questo vuoto nei vari campi del sapere: giuriste che si chiedono come sia possibile che il diritto di famiglia non contempli testi scritti da donne; studiose della salute che rilevano come la medicina sia stata modellata sul corpo maschile, e così via. Questo risveglio è salutare e rappresenta, a mio avviso, la rivoluzione più importante degli ultimi anni.

Non c’è dubbio che la città sia stata progettata su uno standard molto ristretto – quello che la vulgata definisce l’uomo bianco, benestante, di mezza età, automobilista, etero, sano e lavoratore. Quest’uomo ha scolpito leggi, regolamenti, e l’idea stessa di città che funziona, attrae e produce valore. È il profilo di una classe dirigente che ha fatto la storia del nostro mondo dal dopoguerra, occupato spazi di potere e di cultura, rappresentato il mondo a propria immagine e somiglianza.
Questa classe dirigente, fatta di politici, amministratori, architetti, funzionari ha scritto norme e regolamenti, definito proporzioni e usi dello spazio quando ancora la città veniva usata soprattutto dagli uomini, quando era ancora forte una separazione netta tra privato (delle donne) e pubblico (degli uomini) ma oggi che molto è cambiato quella struttura sociologica somiglia più a una camicia di forza che a un campo di gioco comune. Ricerche attente alle differenze danno un colpo necessario ad un immaginario urbano ancora molto tradizionale.
Sentiamo sempre più spesso parlare di città a misura di donna, città dei bambini, città sensibili all’autismo, città accessibili ai disabili. Nessuno potrebbe contestare l’intento di queste prospettive: una città pensata per chi è più fragile è una città migliore. Non possiamo però accontentarci di qualche slogan consolatorio: a quali condizioni una città pensata dalle donne, sarà una città migliore per tutti? Che significa? Le differenze esistono e chiedono di essere considerate: siamo diversi, ed è giusto che le differenze siano riconosciute. Ma come esseri umani abbiamo bisogni e aspirazioni che ci accomunano tutti. Concentrandoci molto sulle differenze rischiamo di perdere di vista ciò che ci unisce: l’essere stati bambini, la fragilità, la malattia, la morte, il bisogno di stimoli e di natura, la capacità di cura e di relazione, il diritto alla sicurezza nello spazio urbano. L’attenzione esclusiva alle differenze genera compartimenti, nuove barriere invisibili. Donne contro uomini, bambini contro adulti, cittadini contro turisti, automobilisti contro pedoni, ricchi contro poveri.
Ciascuno di noi è molte cose insieme: il mio genere non definisce tutto di me e neppure il mio lavoro o il mio essere madre; ciascuno di noi è tante cose contemporaneamente. Io sono studiosa ma anche madre, sono automobilista, ciclista, pedone a seconda dei momenti; sono paziente in un ospedale e intellettuale in un convegno pubblico, amo la montagna ma anche i bagni in mare. Il cittadino è un abitante urbano dalle molte facce e dai bisogni complessi, per questo nessuna città può essere pensata come spazio monolitico, ma come un ecosistema di vite differenti
Tutti significa allora qualcosa di più profondo. Non è soltanto una questione di accesso o di equità: è lavorare su ciò che accomuna ogni essere umano, su quelle dimensioni elementari dell’esistenza che dovrebbero essere garantite a ciascuno.

Il diritto ad abitare, non solo una casa, ma un luogo nel mondo. Il diritto alla natura, al silenzio, agli stimoli vitali, al buio della notte che ci ricorda il limite e il riposo. Il diritto alla salute, alla festa, alla contemplazione delle cose belle. Il diritto al buio, alla quiete. Sono bisogni primari e insieme spirituali, che nessun mercato può misurare e che dovrebbero orientare la forma stessa della città. Mi chiedo allora se il compito della politica e del progetto urbano non sia proprio quello di custodire queste esperienze che ci accomunano e ci legano, di restituire spazio al vivere e non solo al produrre, di pensare la città come ambiente che nutre la vita in tutte le sue forme.
Le città cambiano, evolvono, innovano e talvolta tornano indietro; aprono recinti e poi li chiudono, si trasformano continuamente. Non hanno identità fisse, ma diventano: sono delle diventità – prendo a prestito da Vittorio Gallese e Ugo Morelli questo termine suggestivo – più che delle identità stabili.
Proprio come le persone costruiscono una narrativa di sé, i cittadini costruiscono una narrativa urbana: le storie condivise, le memorie collettive, i racconti sul passato e sul futuro di un quartiere contribuiscono a definire la sua identità, e questa narrativa è in costante evoluzione. Le città sono plastiche (possono cambiare), narrative (si scrive e si riscrive la loro storia), relazionali (la loro identità dipende dagli abitanti e dagli ambienti) e mai concluse (non smettono mai di diventare). Non sono solo ciò che sono state o ciò che sono oggi, ma ciò che possono divenire grazie alle relazioni, agli immaginari e alle scelte collettive. Questa plasticità non è solo culturale o sociale, è una risposta necessaria se vogliamo rispondere alle nuove sfide, come adattarsi al cambiamento climatico, progettando spazi capaci di assorbire e gestire piogge e alluvioni; ripensare tempi di vita ispirati alla salute e alla lentezza, creando percorsi sicuri e spazi pubblici che favoriscano la possibilità di camminare, sostare e incontrarsi; dove il buio diventa un tema di progetto condiviso.
Ma per cambiare serve una visione politica, serve un agire pensante. Serve un agire che nasce dal pensiero. Serve riannodare il filo tra l’agire e il pensare. Serve un agire pensante che abbandona l’illusione consolatoria dei principi. Solo così nascono le grandi rivoluzioni.
Questo testo è stato riadattato a partire da un capitolo di “La città è di tutti”, il libro che Elena Granata ha da poco pubblicato per Einaudi
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