I conflitti in azienda non vanno evitati: così l’impresa può diventare luogo di pace
«Mettere al centro le relazioni interpersonali può rappresentare l’investimento più produttivo per il futuro», così il fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace, Franco Vaccari, ricorda che la pace è un’impresa quotidiana che interroga tutti anche nei luoghi che attraversiamo

«Ci sono due bar. Uno è il bar dei pessimisti, quelli che dicono “Tanto, da che mondo è mondo…” e l’altro è il bar degli ottimisti che credono totalmente nelle capacità dell’umanità di migliorare le cose. Io non sono né in un bar né nell’altro perché sono due ideologie che alla prova della storia non reggono. Il tema è che siamo immersi nelle relazioni e quindi nei conflitti, che non vanno evitati, ma orientati in modo generativo», così il fondatore e presidente di Rondine Cittadella della Pace, Franco Vaccari, ricorda che la pace è un’impresa quotidiana che non riguarda solo i massimi sistemi ma interroga tutti anche nei luoghi che attraversiamo ogni giorno, dalla casa al lavoro. Un tema affrontato nel suo libro “Imprese di pace” (editore Aboca), nel quale – con i contributi di Stefano Zamagni, Bruno Bignami, Leonardo Becchetti, Maria Anghileri, Francesca Canturi e Francesco Ferragina – Vaccari spiega come la scelta di mettere al centro le relazioni interpersonali può rappresentare l’investimento più produttivo per il futuro di ciascuno, delle imprese e della società.
Che ruolo possono avere le imprese nella costruzione della pace?
Decisivo, perché la cultura della pace parte dalle nostre relazioni. Le imprese devono prendere consapevolezza che, attraverso il modo in cui le gestiscono, possono orientare i propri conflitti verso azioni positive di sviluppo e benessere, oppure verso la frustrazione. Ma questa comporta costi enormi per le aziende: perdita di motivazione, inefficienze e calo di produttività. Dopo la bolletta della luce, nelle aziende esiste la “bolletta dell’umano”. Se la persona non è messa nella condizione di svilupparsi al meglio, presenta un conto ancora più salato di quello energetico.
Come si fa a valorizzare le relazioni?
Dire a un collega al quale cade un caffè “Pulisco io”; sorridere; fermarsi a chiedere “Come stai?”… nessun contratto può obbligarti a fare queste cose, ma esiste un’intelaiatura invisibile di relazioni e il loro valore dà forza e solidità alle aziende. La proposta di “Imprese di pace” è creare consapevolezza diffusa affinché tutti facciano una nuova attenzione al “come” si vivono le relazioni, prima ancora del “cosa” si produce. Bisogna vivere i conflitti senza paura, accoglierli e orientarli anziché evitarli, perché rappresentano le differenze tra le persone e quindi sono i veri luoghi in cui si genera l’energia umana indispensabile per qualsiasi forma di vita sociale. Un conflitto non governato o represso degenera in ostilità; se accolto con gli strumenti giusti, diventa generativo.
Come si evita la degenerazione del conflitto?
Bisogna educare, educare, educare, ostinatamente educare. Quando assistiamo a fatti tragici di cronaca nera si tende spesso a liquidare l’accaduto dicendo che qualcuno “è andato via di cervello” o ha avuto un raptus. Non è così: quelle sono relazioni che si sono ammalate anni prima. Nella Bibbia, Caino non ha un raptus improvviso, ma cova nel tempo l’idea che Abele sia il nemico. Abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni i segnali del deterioramento delle relazioni nelle famiglie, nelle scuole, nelle aziende, nella società. Abbiamo tutti gli indicatori per allarmarci in tempo e abbiamo le risorse dell’educazione per intervenire prima che sia troppo tardi.
Come dice, «fare la pace è un’impresa», un’idea che è maturata anche nell’esperienza di Rondine.
Sì, il metodo Rondine consiste nel fare entrare le persone in contatto con sé stesse e con il proprio modo di vivere i conflitti, nel dare spazio e tempo alle relazioni. Ma l’idea stessa di impresa si fonda sull’intraprendere, sul coraggio di osare un futuro e, nella sostanza, a Rondine facciamo la stessa cosa. Sono grato agli imprenditori con cui collaboriamo da 30 anni, che ci hanno fatto capire che nel nostro approccio c’era un concetto profondo di impresa.
Nel suo libro dedica una parte all’Intelligenza Artificiale. Le aziende possono orientare anche il conflitto tra uomo e macchina?
Le imprese e le istituzioni hanno un ruolo fondamentale. Anche in questo caso il confronto non va evitato perché significherebbe condannarsi all’irrilevanza. Le imprese devono formare a un uso intelligente ed etico di questi strumenti. Ma la vera sfida si gioca a livello politico. Le guerre non si combattono più solo con i cannoni, ma con il controllo dell’energia e della tecnologia, che quindi devono rimanere saldamente sotto il governo dei popoli e degli Stati democratici per garantire la nostra libertà. Il nodo centrale è che oggi la politica ha meno potere dell’economia. Quando la politica diventa suddita dei mercati finanziari ed economici, l’umanità corre pericoli enormi. La politica deve tornare a governare l’economia, mettendola al servizio delle persone e della convivenza pacifica.
Spostando lo sguardo dal micro al macro, come si curano le relazioni tra Stati durante un conflitto, quando parlare di pace diventa più difficile come oggi?
Oggi stiamo passando dalla forza del diritto al diritto della forza. Persino sul podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – il luogo più alto inventato dall’umanità per dialogare – si sono sentite parole oscene. La diplomazia è schiacciata, i tavoli sul disarmo sono stati archiviati e si assiste a una corsa scellerata al riarmo. Per invertire questa rotta dobbiamo superare quelle che chiamo le “filosofie da bar”. Sta alla nostra libertà e alla nostra responsabilità decidere se far degenerare i conflitti oppure renderli generativi attraverso un’ostinata opera educativa.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Seguici anche su Google Discover di Avvenire





