Gli ulivi della Xylella sono diventati cover per gli smartphone (e riforestano il Salento)
La B Corp e società benefit Vaia lancia un materiale fatto con le piante malate. Come in Trentino, ora in Puglia ogni prodotto venduto diventerà un metro quadrato di macchia mediterranea

C’è chi avvicinandola al naso sente odore di caffè, chi liquirizia, chi tabacco o altro ancora. No, non è un vino rosso che si direbbe “strutturato”, né un sigaro, né cioccolata fondente, né probabilmente qualsiasi altra cosa potrebbe passarci per la mente, associata a queste fragranze. Stiamo parlando di una cover per smartphone fatta con un innovativo materiale biobased 100% made in Italy e riciclabile sviluppato a partire da fibre di legno di ulivo provenienti da alberi colpiti dalla Xylella. A lanciare questo biocomposito, il 12 giugno in Salento, è stata Vaia, B Corp e società benefit nata nelle Dolomiti in seguito all’omonima tempesta che nel 2018 buttò giù oltre 42 milioni di alberi.

Come lì l’azienda ha trasformato il legno degli alberi abbattuti in prodotti come il Vaia Cube, un amplificatore naturale per smartphone, e piantato 200mila nuovi alberi – uno per ciascun prodotto acquistato – oggi prova a portare quello stesso approccio in Salento, coinvolgendo le amministrazioni locali. Lo fa attraverso la cover fatta del materiale ottenuto dalla ricerca realizzata con l’Università degli Studi di Trento, con il supporto di ricercatori provenienti da Cnr di Bari e Unisalento: un 77% da legno di ulivo pugliese recuperato e un 23% di polimeri di origine vegetale. Anche questa volta ogni prodotto venduto contribuirà alla rinascita del territorio colpito dalla “tempesta” locale – quel batterio che ha “travolto” oltre 20 milioni di ulivi –, riforestando un metro quadrato di macchia mediterranea a Specchia (Lecce), Comune che ha risposto alla chiamata di Vaia concedendo due ettari di terreno soggetto a incuria. «Dalla Xylella abbiamo imparato che per salvaguardare il territorio da batteri e malattie bisogna avere più varietà. Per questo qui si è deciso di piantare sia arboree che arbusti. Ci saranno la quercia vallonea, quella spinosa, il leccio, spezie ed erbe locali», ci spiega il professor Donato Boscia, il ricercatore del Cnr che con il suo team ha scoperto per primo la diffusione della Xylella in Puglia, mostrando i due ettari interessati dal progetto. Qui il progetto prevede per i prossimi anni una densità di 1.600 piante per ettaro, quindi di piantarne circa 3.200 in totale. Un cambiamento che l’azienda spera possa via via diffondersi anche negli appezzamenti circostanti, dove intanto, a prevalere è ancora quello che qui ormai dal 2013, anno in cui la Xylella ha iniziato la sua devastazione, è diventato il tipico paesaggio Salentino: filari di imponenti alberi scheletro alternati a quelli di piccoli arbusti piantati di recente, ma anche campi completamente abbandonati e invasi da rovi che vanno in fiamme alle prime calure estive o distese di pannelli fotovoltaici là dove prima si vedevano solo uliveti. Il professor Boscia, esperto della materia, negli ultimi anni ha collaborato dunque con Vaia per trovare anche la soluzione che evitasse gli errori del passato, a partire dai rischi legati alla monocultura. Così, precisa il professore, Vaia è arrivata all’idea di piantare i primi 20mila quadri di macchia mediterranea e gestirli per almeno i primi tre anni di vita, accompagnando le piante fino al loro “svezzamento” e prevedendo anche le opere necessarie a portare l’acqua dei pozzi sotterranei fino alla superficie, dove servirà per l’irrigazione.

La motivazione che ha spinto l’azienda a imbarcarsi in questa nuova sfida ce la racconta Federico Stefani, co-founder e presidente di Vaia, che già cinque anni fa, quando vide per la prima volta la devastazione degli uliveti, si era ripromesso che il suo team avrebbe fatto qualcosa, perché «quella che hanno subito qui è una ferita che accomuna la Puglia al Trentino e non potevamo rimanere indifferenti». Da allora hanno lavorato con un team scientifico, bussato alle porte delle amministrazioni locali e iniziato la lunga elaborazione del progetto che ha portato ora al lancio del nuovo prodotto. Il sogno di Stefani è che, come si suol dire “a macchia d’olio”, la riforestazione raggiunga altri territori del Salento e il loro prodotto contribuisca a diffondere il senso di responsabilità verso l’ambiente: «Siamo partiti da una cover perché lo smartphone è l’oggetto che usiamo centinaia di volte al giorno. Così speriamo che toccando la cover, sentendo il suo odore e guardando la texture in cui si vedono ancora i piccoli frammenti di legno, ci si ricordi che facciamo parte del mondo e tutti possiamo fare qualcosa per renderlo migliore». La cover – disponibile al momento per sette dei modelli più recenti di smartphone a 48 euro – ha incise sul retro le coordinate geografiche della foresta che rinascerà attraverso l’acquisto del prodotto e un rilievo diverso per ciascun modello della corteccia di un vero ulivo impiegato per la sua realizzazione: «Così cerchiamo di creare un senso di appartenenza a questo territorio devastato e ora rigenerato. Anche i colori richiamano il paesaggio pugliese, attraverso il verde oliva, il marrone della terra, l’azzurro del mare e il beige della sabbia».
La rinascita che parte da Specchia si inserisce insomma all’interno di una visione più ampia, che attraverso un modello di economia circolare punta a trasformare una ferita profonda in un’opportunità di riscatto, un appezzamento dopo l’altro.
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