Crollo storico per gli aiuti allo sviluppo: gli Usa non sono più il primo donatore

Il rapporto Ocse certifica il calo più drastico mai registrato: -23% in un anno. Gli Stati Uniti di Trump dimezzano i fondi. Per l’Africa subsahariana risorse in caduta libera: -26%
April 9, 2026
Crollo storico per gli aiuti allo sviluppo: gli Usa non sono più il primo donatore
Distribuzione di aiuti a Jalalabad, in Afghanistan/ ANSA
L’aiuto pubblico allo sviluppo ha un nuovo record, ma purtroppo è al contrario: nel 2025 i Paesi ricchi hanno tagliato i fondi per gli Stati più fragili del 23,1%, il calo annuale più grande da quando esiste questa rilevazione. L'Ocse lo certifica con fredda precisione: l'assistenza erogata dai Paesi membri del Comitato di assistenza allo sviluppo (Dac) si è attestata lo scorso anno a quota 174,5 miliardi di dollari. Non è una flessione isolata: segue la contrazione del 6,1% del 2024 e cancella d'un colpo i progressi accumulati in cinque anni. Gli aiuti del 2025 risultano ora addirittura del 4,2% inferiori a quello del 2019. A dominare il quadro è il drastico cambiamento di rotta americano. Gli Stati Uniti hanno ridotto i loro aiuti del 56,9%, complice la chiusura dell'agenzia Usaid decisa dall'amministrazione Trump. Una scelta che ha avuto effetti a cascata su tutta l'architettura multilaterale: i contributi Usa alle Nazioni Unite sono precipitati dell'87,2%, il taglio annuale più grande mai registrato ai finanziamenti dell'Onu. Washington resta il secondo donatore in termini assoluti, con 29 miliardi di dollari, scalzata però per la prima volta nella storia dalla Germania, che sale al primo posto con 29,1 miliardi. Anche Berlino, peraltro, ha tagliato e non di poco: -17,4%, soprattutto sull'assistenza umanitaria e sui costi di accoglienza dei rifugiati in territorio nazionale. La Francia fa segnare un -10,9%, il Regno Unito -10,8%. Il Giappone, quarto donatore globale con 16,2 miliardi, arretra del 5,6%. Tra i grandi, fa eccezione la Svezia, che cresce del 9,6% spingendo il suo aiuto pubblico allo sviluppo all'0,85% del Pil, sopra la soglia dello 0,7% fissata dall'Onu. Tra gli altri Paesi, solo Danimarca (0,72%), Norvegia (1,03%) e Lussemburgo (0,99%) rispettano quel parametro. Gli altri sono tutti nettamente indietro. L'Italia fa segnare un incremento simbolico nel 2025 (+0,03%), con l'aumento degli aiuti bilaterali che compensano appena i tagli dei multilaterali.

Perché l’Ucraina riceve più fondi dei Paesi più poveri messi insieme?

L'Ucraina rimane al centro del sistema aiuti. In termini netti, l'Aps bilaterale dei Paesi Dac a Kiev è sceso del 38,2% a 10,3 miliardi, soprattutto per il crollo americano (-91,1%). Ma le istituzioni europee hanno più che compensato: 34,6 miliardi di euro, +65,2% sul 2024. Considerando anche questi flussi, l'Ucraina ha ricevuto 44,9 miliardi, il volume più alto mai destinato a un singolo Paese in un anno. Un dato che mette in luce una distorsione profonda: nel 2025 Kiev da sola ha ricevuto più aiuti di tutti i Paesi meno sviluppati del mondo messi insieme (28,1 miliardi) e più dell’intera Africa subsahariana (29,2 miliardi). Entrambi questi gruppi di Paesi hanno visto i loro aiuti calare tra il 23 e il 26%. Il rapporto segnala anche che i tagli non hanno risparmiato la cooperazione allo sviluppo “di base”, cioè programmi e progetti al netto di rifugiati, aiuti umanitari e cancellazione del debito, -26,3%, il calo annuale più alto mai registrato per questa componente. Fino al 2024 questa voce era rimasta sostanzialmente solida, cresciuta del 24,2% tra il 2019 e l'anno scorso.

Stiamo sostituendo la cooperazione con la spesa militare?

A suonare l'allarme prima ancora della pubblicazione del rapporto Ocse era stata la Rete europea sul debito e lo sviluppo, Eurodad. In un briefing tenuto mercoledì, l’organizzazione aveva anticipato che le risorse globali per gli aiuti si sarebbero attestate tra i 170 e i 190 miliardi di dollari, livelli comparabili a quelli del 2020-2021, in piena pandemia. Cifre che contrastano con i 1.400 miliardi di dollari spesi nel 2025 dai 32 Paesi della Nato per la difesa. «I Paesi ricchi stanno firmando un assegno in bianco per la guerra, abbandonando il loro impegno storico a destinare lo 0,7% del Pil agli aiuti», ha detto Maria José Romero di Eurodad.

Che cosa rischiano davvero le economie più fragili se gli aiuti continuano a calare?

Sullo sfondo si staglia la crisi del Golfo, che rischia di moltiplicare i danni. Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per l'Africa subsahariana nel 2026: +4,1%, invariato rispetto al 2025 ma inferiore al 4,4% stimato lo scorso ottobre. La guerra in Medio Oriente ha fatto impennare i prezzi di petrolio, gas e fertilizzanti, minaccia i flussi di investimento dai Paesi del Golfo e preme sulle rimesse degli emigrati africani che lavorano nella regione. Paesi come Kenya, Etiopia, Mozambico e Malawi sono tra i più esposti. «Non c’è quasi margine per affrontare questa crisi», ha detto il capo economista di Banca Mondiale per l’Africa, Andrew Dabalen, ricordando che i costi del debito nei Paesi africani sono raddoppiati dal 9% al 18% dei ricavi tra il 2017 e il 2025, con metà dei Paesi già in difficoltà o ad alto rischio. A queste preoccupazioni si è aggiunta una dichiarazione congiunta di Banca Mondiale, Fmi e Programma alimentare mondiale, che avverte come il conflitto mediorientale stia provocando «una delle più gravi perturbazioni ai mercati energetici globali della storia recente». Prezzi del cibo in salita, strozzature nei trasporti, fertilizzanti che scarseggiano: un cocktail che rischia di colpire in modo spietato le economie più povere e indebitate, quelle con meno strumenti per proteggersi. Le proiezioni dell'Ocse, infine, non sono rassicuranti: per il 2026 si attende un ulteriore calo del 5,8% degli aiuti dei Paesi Dac, stima che non tiene ancora conto dell'escalation mediorientale. Uno scenario che mette a nudo la fragilità di un sistema pensato per sostenere chi ha meno, e che oggi si trova a fare i conti con scelte politiche che vanno esattamente nella direzione opposta.

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