Competitività Istat: l'Azienda l'Italia sopravvive a dazi Usa e import dalla Cina

Ancora una volta è la domanda estera a mantenere a galla la nostra industria, ma non senza conseguenze: è quanto emerge dal “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” curato dall’Istat e che fotografa il posizionamento delle nostre imprese rispetto ai vari choc geopolitici
March 23, 2026
Competitività Istat: l'Azienda l'Italia sopravvive a dazi Usa e import dalla Cina
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L’Azienda Italia ha resistito. Nonostante il caro energia, i super dazi firmati Donad Trump e l’import sempre più vistoso di prodotti cinesi, il made in Italy è riuscito a crescere nel mondo, segnando un +3,3% nel 2025. Ancora una volta è la domanda estera a mantenere a galla la nostra industria. È quanto emerge dal “Rapporto sulla competitività dei settori produttivi” curato dall’Istat e che fotografa il posizionamento delle nostre imprese rispetto ai vari choc geopolitici, dal protrarsi della guerra in Ucraina alle misure protezionistiche americane.
Proprio dall’export verso gli Stati Uniti arriva la maggiore “sorpresa”. Mentre le altre grandi economie europee come Germania e Spagna hanno subito crolli dell’export verso gli Usa superiori al 9%, l’Italia è stata l’unica a far segnare lo scorso anno un incremento significativo: +7,2%. Un risultato trainato dalle performance della farmaceutica (+54%) e dei mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli (+59,5%).
Ma attenzione l’impatto dei dazi non è stato nullo. Le stime dell’Istat indicano che senza queste barriere doganali la crescita dell’export sarebbe stata superiore di 3,2 punti percentuali. I settori più colpiti sono stati i prodotti minerali, i metalli preziosi e, in ambito manifatturiero, gli autoveicoli (-18,2%) e i mobili. Per le imprese che hanno negli Stati Uniti il loro mercato principale, l’effetto dazio si è tradotto in una mancata crescita di 1,5 miliardi di euro.
L’altro fenomeno passato sotto la lente d’osservazione dell’Istat è la Cina. Un partner commerciale “imprescindibile” e, al contempo, “fonte di preoccupazione per la dipendenza degli approvvigionamenti”. Nel 2025, le importazioni da Pechino sono cresciute del 20,1%, arrivando a pesare per il 10,3% dell’import totale italiano, una quota superiore a quella di Germania e Francia e che hanno portato il deficit commerciale con Pechino alla cifra monstre di 45 miliardi (più del doppio rispetto ai 18 miliardi del 2020). Particolarmente emblematico è il caso della farmaceutica: gli acquisti dalla Cina sono letteralmente esplosi, passando da 680 milioni a oltre 7,7 miliardi di euro in un solo anno (+933,7%). Questo dato solleva interrogativi sulla vulnerabilità del nostro Paese: circa il 60% delle importazioni italiane di prodotti "strategici" (beni scarsi e difficilmente sostituibili) proviene infatti da nazioni classificate a rischio politico medio o alto.
E per l’anno in corso quali sono le aspettative? Il clima che si respira nelle imprese è di diffusa sfiducia. Le aziende manifatturiere lamentano difficoltà nell’accesso al credito e una scarsa visibilità sugli ordini futuri. Sono proprio i dati Istat di gennaio a indicare questo passo indietro: export sceso 4,6% rispetto a gennaio 2025, con il calo più marcato verso i mercati extra europei (-5,5%) rispetto a quelli UE (-3,9%), con la forte riduzione dell’export di coke e prodotti petroliferi raffinati (-38,2%) e la flessione della meccanica.
Come reagire alle incertezze? La ricetta che emerge dal Rapporto suggerisce una doppia strada: da un lato, il recupero del mercato europeo per ridurre l'esposizione agli choc extraeuropei; dall'altro, la ricerca di nuovi accordi commerciali con aree ad alto potenziale di crescita come l'India e il Mercosur (ancora in stallo).
«Le conseguenze del conflitto in Medio Oriente – ha concluso Francesco Maria Chelli, presidente dell’Istat – stanno attivando e alimentando nuove tensioni sul mercato dell’energia e delle materie prime, con effetti ancora poco quantificabili sugli scambi mondiali e sulla crescita. È l’ennesimo choc che negli ultimi anni ha colpito il sistema produttivo e rischia di indebolirne la tenuta».

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