«Lo sgomento per la morte di Francesco e noi, come pecore senza pastore»

di Agnese Palmucci, Roma
Il cardinale vicario della diocesi di Roma, Baldo Reina, ricorda quella mattina di un anno fa. «In Bergoglio, le Beatitudini erano il segno di un umanesimo umile che è profezia contro ogni prepotenza. La sua paternità ha segnato le nostre vite. Con Leone XIV un passaggio di staffetta su temi, parole e convinzioni profonde»
April 21, 2026
«Lo sgomento per la morte di Francesco e noi, come pecore senza pastore»
Papa Francesco durante il suo pontificato in Piazza san Pietro. Un anno fa la morte, il Lunedì dell'Angelo / Afp
L’allegria dei pellegrini del Giubileo, che inondavano via della Conciliazione, si è spenta in poche ore in quella mattina di un anno fa. Le dita strette attorno ai rosari, gli sguardi persi verso la facciata della Basilica di San Pietro. L’incredulità e il silenzio, rotto solo dai rintocchi tristi delle campane di Roma. «Le strade erano diventate il luogo dello sgomento, rappresentando il dolore di tutti, come un cratere di lacrime», racconta il cardinale vicario della diocesi di Roma, Baldo Reina, ricordando il giorno della morte di papa Francesco, «dandomi l’evidenza di cosa significasse sentirsi come pecore senza pastore». In quell’atmosfera di profonda tristezza, aggiunge Reina, nominato prima vescovo e poi cardinale dallo stesso Jorge Mario Bergoglio, «ho visto la manifestazione del carattere universale della città di Roma che ha il Papa come suo vescovo».
Stasera alle 18 la Messa nel primo anniversario della morte di Francesco, nella Basilica di Santa Maria Maggiore dove è sepolto, preceduta dalla preghiera del Rosario e aperta a tutti i fedeli. Proprio nella Basilica romana il Papa argentino si era fermato 126 volte in orazione durante il suo Pontificato.
Se dovesse pensare al segno che Francesco ha lasciato nella sua vita, cosa direbbe?
«Direi la paternità. Mi colpiva come fosse capace di farsi trovare, sempre e da tutti. Sia nel contatto diretto, sia attraverso parole e gesti che captavano il bisogno di uno sguardo come quello del Padre misericordioso, del Pastore buono, che sorprendentemente ti raggiunge anche dove ti sei nascosto, quando provi vergogna e ti senti indegno di Dio».
Quindi anche la sua passione per le periferie esistenziali e geografiche?
«Non era retorica la sua insistenza per una Chiesa in uscita, perché la praticava nelle relazioni, nella ricerca di raggiungere i cosiddetti lontani, che diceva, sono i più vicini a Dio. Ed è il mistero dell’incarnazione, così come la spiegava sant’Ireneo, commentando la parabola della pecorella smarrita, in cui trovava manifesto il mistero della redenzione. Il Figlio di Dio scende a cercare l’umanità perduta nel punto più basso in cui è caduta, nella voragine del peccato, e se la carica sulle spalle, così che possa ritrovare il cammino della salvezza sui suoi passi che lasciano impronte profonde per il peso di cui si è caricato. La Chiesa, secondo papa Francesco, sarebbe risultata fedele al Vangelo soltanto mettendo i suoi piedi in quelle impronte, non avendo paura di sporcarsi».
Qual è l’eredità che ha affidato alla Chiesa di Roma?
«Nell’indicare le linee pastorali, papa Francesco ha voluto affidare alla sua diocesi la missione di essere “esemplare”, una riproposizione di quanto la Lumen gentium al numero 1 indicava con le categorie di “segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Roma deve essere esempio di unità e di unificazione, capace di stabilire relazioni di intima prossimità con Dio, come popolo in sé stesso, e come popolo tra i popoli, nel primato della carità. A partire dai poveri che ha indicato come sacramento di Cristo. Che si tratti di povertà materiale o di povertà esistenziale».
Come ha voluto far capire sin da subito pubblicando pochi mesi dopo la sua elezione Evangelii gaudium...
«Nell’incredibile vertigine che si prova ancora riguardando Evangelii gaudium, il suo programma pastorale, che Leone XIV ha chiesto ai cardinali di rileggere attentamente in vista del prossimo Concistoro, si deve ancora provare salutare smarrimento quando ci viene chiesto di essere disponibili a farci complicare la vita. Nella sua prima esortazione apostolica il Papa scrive che “a volte sentiamo la tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore”. Ma Gesù, si legge ancora, “vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente e viviamo l’intensa esperienza di essere popolo, l’esperienza di appartenere a un popolo”».
In questo tempo di guerre si scopre un’evidente continuità tra papa Francesco e papa Leone XIV. Avverte la domanda di pace come esigenza ecclesiale?
«Non so quanti ricordano ancora il discorso tenuto da papa Francesco a Firenze per il Convegno nazionale ecclesiale a novembre del 2015: io ritrovo lì il magistero di un umanesimo che trasfigura la storia, secondo il Vangelo delle beatitudini. Un umanesimo radicato nella fede in Gesù che disarma il cuore, che muore perdonando chi ha fatto di tutto per ucciderlo o non ha fatto niente per impedirlo. Un umanesimo umile che è profezia contro ogni prepotenza. Un umanesimo che contesta la “globalizzazione dell’indifferenza”. E se n’è accorta la gente, ascoltando Leone XIV, che c’è un passaggio di staffetta, non di solo di temi e parole, ma di convinzione profonda nella speranza che non ci si rassegni al male che incorpora la volontà di potenza. Ed appare ciò che è più disarmante, la libertà che non si incatena alla paura. Questi giorni ci stanno facendo capire quanto siano necessari i profeti».

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